E-SIM, CARTE E APP
DIECI CONSIGLI
PER IL GIRO DEL MONDO

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Dopo un mese in viaggio, 4 continenti, 32 mila chilometri, 8 voli, 10 aeroporti, una tempesta perfetta evitata per pochi giorni, 9 hotel con le varie stelle possibili, due noleggi auto con guida a sinistra, una ventina di esperienze (dal tramonto sull’Uluru alla degustazione verticale di Pinot Noir fino al trekking in Nuova Zelanda), ho capito alcune cose del mio giro del mondo: l’esperienza e la programmazione contano, ma sono i dettagli pratici a fare la differenza.

Trasvolare il pianeta (nessuna nostalgia verbale…) passando da Dubai, dall’Australia alla Nuova Zelanda e poi, dopo un volo di 15 ore e mezza, arrivare negli Stati Uniti per tornare in Italia, è stata un’esperienza magnifica ed esaltante.

Ecco le 10 lezioni che ho imparato e che potrebbero semplificare la vita di chi vuole fare un’esperienza simile.



1. Viaggiare leggeri non è un consiglio zen. È sopravvivenza.

Un terzo delle cose che ho messo in valigia non le ho usate. E dire che avevo scritto anche un post sulla mia pagina Instagram con i consigli per i viaggi multi clima (sono passato dai 42 gradi di Uluru ai –12 di New York).

La regola funziona sempre: prepara tutto, poi togli il 30%. E lascia un 15-20% di spazio vuoto nella valigia. Ho provato anche i packing cube, quelle borse che comprimono gli abiti. Le ho usate per l’intimo e per le scarpe. Funzionano, ma non risolvono il problema del peso: 30 chili nei voli internazionali, 23 nei collegamenti interni. La lezione è che potevo portare un paio di scarpe e qualche felpa in meno, invece di trascinarle su per tre rampe di scale senza ascensore in un B&b sull’Ocean road.

2. Il telefonino è stata la mia vera guida.

Abituato a portare guide cartacee spesse come un vocabolario e cartine pieghevoli impossibili da richiudere, ho scoperto che il cellulare è la guida contemporanea e il miglior partner del viaggiatore (ogni riferimento ai boomer è voluto…). Biglietti aerei e relativi check-in online, escursioni acquistate tramite piattaforme, prenotazioni alberghiere, traduzioni (con Google traduttore si può leggere un cartello o un menu in pochi secondi): era tutto a disposizione dentro il mio cellulare.

Una volta l’imprevisto era un problema. Oggi è una notifica.

Il volo Sydney-Auckland annullato per la tempesta che aveva cancellato negli Stati Uniti 1.400 voli? L’ho saputo 24 ore prima, insieme all’avviso che Qantas mi aveva riprotetto su un volo pomeridiano. Alla fine bastano una mezza dozzina di app: inutile scaricarne troppe. La lezione è chiara: la tecnologia non è fine a sé stessa, è autonomia.

3. L’offline salva vita e le e-sim.

Spinto dai racconti apocalittici di amici ai quali non avevano consegnato i bagagli (e che non li avevano mai più recuperati), per questo viaggio ho duplicato i principali documenti. Di passaporto, assicurazione, biglietti e voucher alberghieri avevo una copia digitale sul telefono e una seconda copia cartacea nello zaino. Non mi sono spinto fino alla duplicazione nel cloud, ma ci arriverò al prossimo viaggio. Con Google Maps ho scaricato le mappe offline di alcuni percorsi cittadini che sapevo avrei fatto, avendo organizzato il viaggio in autonomia (senza transfer dagli aeroporti).

L’altra rivoluzione è l’utilizzo della e-sim. Le sim virtuali, associate alla propria sim principale, permettono di acquistare giga in ogni parte del mondo. La comodità è assoluta. Sbarcato a Perth, la prima tappa del mio giro, ho acceso il telefono e ho cominciato a navigare. App, siti e WhatsApp (comprese le videochiamate) come se fossi in Italia.

Il tutto con una tariffa di circa 2,60 euro al giorno e una formula che comprendeva Australia e Nuova Zelanda. Nessun problema di connessione, neppure nel deserto attorno a Uluru. L’unico limite è che non si possono chiamare i telefoni fissi.



4. Carta di credito e di debito vanno gestite. Il contante è (quasi) un ricordo del passato.

In Australia, Nuova Zelanda e negli Stati Uniti si può pagare praticamente tutto con la carta o con lo smartphone, anche se quest’ultima modalità non sempre è accettata, ad esempio nei noleggi auto. Attenzione però alla gestione delle carte. La carta di credito l’ho usata per ristoranti, alberghi e compagnie di noleggio. Hotel e autonoleggi chiedono cauzioni di importo variabile che vengono bloccate sulla carta, riducendo la capacità di spesa disponibile. Alcuni hotel mi hanno sbloccato subito la cifra; un noleggio auto ci ha messo dieci giorni.

La carta di debito (purché collegata a un circuito internazionale) l’ho utilizzata per le piccole spese. Il vantaggio è avere sempre sotto controllo i movimenti e, di fatto, ampliare la gestione del budget.

I contanti servono solo in poche occasioni: il piccolo bar, qualche taxi, la mancia al portiere. Avevo cambiato quantità minime di dollari australiani e neozelandesi e, alla fine, li ho spesi tutti nei negozi di souvenir in aeroporto.

5. Il posto in aereo, l’abbigliamento e gli esercizi di stretching.

Ho seguito le regole basilari per i viaggi lunghi. Sono rimasto attivo il più possibile. Mi sono alzato e ho camminato per la cabina ogni poche ore per migliorare la circolazione. Ho cercato di fare qualche esercizio di stretching sul sedile o negli spazi davanti ai bagni. Abbigliamento comodo a più strati e scarpe slip ins.

Nel volo più lungo, l’Auckland-New York, il quinto al mondo per durata, ho fatto un upgrade: poter allungare le gambe e una poltrona più comoda cambiano davvero la qualità del viaggio. Ho utilizzato Skyscanner per confrontare le mappe dei posti in aereo e trovare il posto migliore compatibilmente con il sovrapprezzo. Su come dormire ognuno ha le sue strategie: io ho usato un cuscino al collo in memory foam con la mascherina e devo dire che ha funzionato. Ho visto comunque di tutto, compreso un passeggero avvolto nella coperta che dormiva in precario equilibrio con la fronte appoggiata allo schermo del sedile davanti.



6. Le prime 24 ore a destinazione.

Sulla base delle mie esperienze di viaggi intercontinentali, non ho programmato troppo il primo giorno. Jet lag, stanchezza e un certo disorientamento si sono fatti sentire. La mia regola è semplice: una passeggiata leggera e un buon pasto. Non ho assunto melatonina o altri integratori, ma anche qui ognuno ha la propria ricetta.

7. Attenti ai controlli agli aeroporti: Australia e Nuova Zelanda non scherzano.

I controlli agli aeroporti sono stati rivoluzionati dalle nuove tecnologie. Il riconoscimento facciale è la norma. A Perth, primo scalo in Australia, non ho dovuto esibire il visto che avevo preso online. Al varco di ingresso è stato generato un badge con la mia foto e sono passato a ritirare i bagagli. Le autorità di frontiera di Australia e Nuova Zelanda hanno regole severe. Prima dell’arrivo è obbligatorio dichiarare cibo, piante, prodotti animali e articoli in legno/terra con la Incoming Passenger Card ricevuta in aereo. Per preservare l’ecosistema sono vietati prodotti freschi (comprese frutta e verdura), alimenti artigianali e scarpe sporche di terra, mentre farmaci e alcol hanno limiti rigidi. Oltre ai raggi X del bagaglio, sono comuni controlli con unità cinofile (cani anti-droga/cibo) e ispezioni fisiche dei bagagli. È possibile portare farmaci per uso personale (massimo 3 mesi di scorta), preferibilmente nelle confezioni originali e con ricetta medica (meglio se in inglese). I doganieri più severi sono stati quelli neozelandesi che mi hanno sequestrato due vasetti di miele sigillati, acquistati a Kangaroo Island.



8. Le dotazioni tech (meglio abbondare).

Anche in questo caso mi ero preparato leggendo consigli su molti siti. La power bank con cavetti incorporati per i diversi device è stata molto utile negli spostamenti e in alcuni alberghi che non offrivano prese usb. Fondamentali gli adattatori internazionali per le diverse prese (Australia e Nuova Zelanda hanno standard differenti rispetto agli Stati Uniti). Nel timore di lasciare qualche cavetto in albergo mi ero portato dei doppioni che, in realtà, non sono serviti. Utilissimi invece gli auricolari per isolarsi in aereo.

9. Gli orari non sono universali e le app di mobilità on demand aiutano a risparmiare.

La questione degli orari noi italiani la conosciamo bene. In Australia si cena presto e molti ristoranti, comprese le catene di fast food, chiudono alle 21, ma la cucina smette di funzionare alle 20.30. Ci si salva nei pub o con i mini supermercati di quartiere che restano aperti fino a tardi.

Le app come Uber sono utili nelle grandi città perché costano molto meno dei taxi. A New York esiste anche un nuovo servizio: pulmini Uber che passano vicino agli hotel e assicurano un servizio navetta costante verso i principali aeroporti. Il costo è contenuto: circa 16 euro a persona per raggiungere Newark.

10. Parlare con le persone cambia il viaggio

Le recensioni online aiutano a scegliere un ristorante, ma una chiacchierata con una persona in carne e ossa apre mondi che nessuna app può suggerire. Non è facile parlare con tassisti e portieri d’albergo, figure mitiche che una certa leggenda voleva come uniche fonti per gli inviati speciali dei giornali chiamati a raccontare un paese. Gli autisti che ho incontrato erano tutti di origine straniera e spesso sempre al cellulare. Negli alberghi, poi, si fa ormai il self check-in.



Restano guide, camerieri, baristi e receptionist. In poche settimane in Australia ho incontrato una dozzina di giovani italiani. Tutti raccontano di trovarsi bene, di stipendi superiori alla media italiana, ma anche delle difficoltà per ottenere un visto, della lontananza che non è solo chilometrica Da loro mi è arrivata una fotografia abbastanza realistica del paese. Ciò che rende l’Australia unica è la qualità della vita, il rispetto dei diritti civili, le città vivibili, la bellezza dell’ambiente, le opportunità per il futuro. Un paese per chi vuole cominciare una nuova vita.

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