AUSTRALIA, ECCO PERTH
NUOVO MELTING POT
DALLA WAVE ROCK
ALLA RABBIT FENCE

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Perth è la città più isolata al mondo e dalla capitale dell’Australia Occidentale prende inizio un personale giro del mondo (purtroppo in aereo e non in nave) concluso tra gennaio e febbraio 2026. Un'idea un po' folle che nasce dalla passione per le mete non convenzionali e per la letteratura di viaggio. Nessuna suggestione da “Giro del mondo in 80 giorni”, anche se alla fine di questo mio itinerario verso Est ci sarà un riferimento temporale al libro di Jules Verne e al gentleman inglese Phileas Fogg, che oggi si potrebbe definire un giocatore ludopatico. Un giro da Roma via Dubai che mi porta prima in Australia e in nuova Zelanda e quindi, con un volo Auckland-New York, negli Stati Uniti per finire nella Città Eterna. Oltre 43.300 km in poco più di un mese con 8 voli.

Ma torniamo a Perth. Oggi è una metropoli dai tanti primati, che a quello della lontananza aggiunge quello di essere un laboratorio sociale, un vero melting pot con le centinaia di etnie diverse attratte dalla sua economia florida e da un inarrestabile sviluppo finanziario e immobiliare. A Perth non arrivano solo europei del Sud come nelle prime ondate migratorie del secondo Dopoguerra (italiani e greci in prevalenza) ma tantissimi europei dei paesi del Nord e dell'Est, asiatici, africani e sudamericani. L'economia, trainata dallo sfruttamento delle immense risorse naturali (oro, minerali, terre rare), genera alti salari, soprattutto in settori come l'ingegneria e l'edilizia. Perth è un polo di attrazione per lavoratori qualificati di tutto il mondo nonostante il costo della vita elevato ma più basso di Sydney e Melbourne. A compensare il senso di isolamento, un'alta qualità della vita legata alle opportunità di impiego, una rete di trasporti efficiente, la presenza di parchi immensi e un clima mediterraneo con estati mai troppo calde ma ventilate e inverni miti.



Nei bar e nei ristoranti, ma anche nei servizi in generale si incontrano moltissimi ragazzi italiani la cui risposta alla domanda perché sono finiti quaggiù è che “si vive bene, gli stipendi sono sopra le media italiana, gli orari di lavoro sono rispettati e il posto è tranquillo”. Ma quello che volevo raccontare di Perth sono anche i suoi dintorni, quei posti fuori dalle destinazioni convenzionali, pur se è difficile sfuggire anche qui ai pacchetti Viator e Get your Guide. Il primo, a est della città, è la Wave rock, spettacolare formazione rocciosa naturale, famosa per la forma che ricorda un'onda oceanica gigante pronta a infrangersi. Scolpite da miliardi di anni attraverso l'erosione, le strisce di minerali colorate creano effetti cromatici unici. Molto prima di diventare una meta turistica, Wave Rock era – ed è tuttora – un luogo sacro per i popoli aborigeni Noongar, custodi tradizionali di questa regione. All’interno della loro cosmologia, la roccia è associata al dreaming (il tempo del sogno), il sistema di narrazioni, leggi e relazioni spirituali che collega persone, animali, paesaggi e antenati.


(Wave rock)


Secondo alcune tradizioni orali, la forma dell’onda sarebbe stata creata dal movimento di un grande serpente ancestrale, una figura ricorrente nelle mitologie aborigene, legata all’acqua, alla creazione del mondo e alla fertilità della terra. Non è un caso che l’area circostante presenti numerose gnamma holes (cavità naturali che raccolgono acqua piovana), fondamentali per la sopravvivenza nelle regioni aride e considerate anch’esse luoghi di valore spirituale. La Wave Rock non è quindi semplicemente una “forma naturale spettacolare”, ma un archivio vivente di storie, percorsi cerimoniali e conoscenze ecologiche. Il paesaggio stesso è un testo da leggere: ogni piega della roccia, ogni cavità e ogni traccia di arte rupestre nelle aree vicine contribuisce a mantenere viva la memoria collettiva. Ma quello di Wave rock non è l’unico sito legato alla cultura degli aborigeni, su cui ritorneremo.

A pochi chilometri dalla Wave Rock si incontra la Mulka’s Cave, uno dei siti di arte rupestre più importanti dell’Australia, paragonabile alla grotta di Altamira. Qui, alla Mulka’s cave, sono conservate centinaia di impronte di mani dipinte e simboli, associati alla figura mitica di Mulka, un essere del Tempo del Sogno. La vicinanza tra Mulka’s Cave e Wave Rock indica che questi luoghi non vanno letti isolatamente, ma come nodi di una stessa geografia sacra: un sistema di rocce, grotte, percorsi e riserve d’acqua che strutturava la vita spirituale e sociale delle comunità Noongar. Per i popoli aborigeni, queste incisioni non erano “decorazioni”, ma strumenti di trasmissione del sapere, segni legati a riti di iniziazione ed elementi di mappatura simbolica del territorio.


(Mulka's cave)


Sempre in zona, c’è la possibilità di vedere anche uno dei resti della celebre Rabbit-Proof Fence (letteralmente la recinzione anti-conigli), una delle più grandi opere di ingegneria rurale mai realizzate al mondo, una linea che tagliava per centinaia di chilometri il continente da nord a sud, attraversando alcune delle regioni più remote e inospitali del Paese. Alla fine dell’Ottocento, l’introduzione dei conigli europei in Australia si trasformò rapidamente in un disastro ecologico. Senza predatori naturali e con condizioni favorevoli alla riproduzione, i conigli devastarono pascoli, coltivazioni e suoli, contribuendo all’erosione e mettendo in crisi l’economia agricola.

Per arginare l’invasione, il governo dell’Australia Occidentale decise di costruire una barriera fisica che impedisse ai conigli di avanzare dalle regioni orientali verso ovest. La prima e più imponente recinzione, completata nel 1907 e visibile vicino alla cittadina di Hyden, si estendeva per oltre 1.800 chilometri, dalla costa settentrionale fino all’estremo sud dell’Australia Occidentale. A questa seguirono una seconda e una terza linea, creando un sistema di barriere lungo quasi 3.300 chilometri complessivi.

Realizzata con pali di legno e rete metallica, la manutenzione della Rabbit-Proof Fence era affidata a pochi fence patrolmen che percorrevano lunghi tratti a piedi o a dorso di cammello, vivendo in isolamento totale per mesi. Il clima estremo, la scarsità d’acqua e le distanze immense rendevano il lavoro durissimo e pericoloso.

Nonostante l’enormità dello sforzo, la barriera non riuscì mai davvero a fermare i conigli, che trovarono il modo di superarla o aggirarla. Con il tempo, la soluzione al problema arrivò più da metodi biologici (come il controllo tramite virus) che dalla recinzione stessa. Oltre alla sua funzione pratica, la Rabbit-Proof Fence divenne una linea simbolica di controllo del territorio: un segno fisico della volontà coloniale di “ordinare” un paesaggio antico, abitato e attraversato da millenni dai popoli aborigeni.


(La Rabbit-proof fence)


Per molte comunità indigene, quella recinzione rappresentò anche una frattura: un confine artificiale imposto su terre percorse da rotte cerimoniali, familiari e spirituali che non conoscevano divisioni lineari. La barriera dei conigli è anche il titolo del celebre libro “Follow the Rabbit-Proof Fence” di Doris Pilkington Garimara. Il libro racconta la storia vera ambientata nei primi anni Trenta, all’interno delle politiche di assimilazione coloniale conosciute come Stolen Generations: il governo australiano ordinò l’allontanamento forzato dei bambini aborigeni di origine mista dalle loro famiglie per “rieducarli” all’europea.

Al centro della narrazione ci sono tre bambine – Molly (la madre dell’autrice), Daisy (sua sorella) e Gracie (la loro cugina) – tutte di età compresa tra poco più di otto e quattordici anni. Per ordine delle autorità, vengono rapite dal loro villaggio di Jigalong e portate lontano, al Moore River Native Settlement, un istituto dove si tentava di cancellare la loro identità culturale proibendo lingua, tradizioni e affetti. Il giorno dopo il loro arrivo, le tre ragazzine, di padre inglese e madre aborigena, decidono di fuggire dal campo e intraprendono un’impresa straordinaria: seguono a piedi la Rabbit-Proof Fence nella speranza di ritrovare la strada verso casa. La loro "lunga marcia" dura diverse settimane, nella durezza del deserto australiano, affrontando fame, sete e pericoli; sono guidate dalla forza dei legami familiari, dal desiderio di libertà e dalla memoria del territorio. Durante il cammino si confrontano con il paesaggio, le piste dei cacciatori che le inseguono e la speranza che la barriera, metafora e strumento di controllo coloniale, possa invece riunirle con la loro gente. La narrazione mescola memoria familiare, contesto storico e profonda introspezione sulle conseguenze di una politica di assimilazione brutale, offrendo una testimonianza potente di resistenza, identità e rapporto con la terra. Il libro, tradotto in Italia dell’editrice Giano, ha ispirato anche l’omonimo film del 2002 (Rabbit-Proof Fence / La Generazione Rubata) con Kenneth Branagh.


(Pinnacle's desert)


Per finire, sempre nei pressi di Perth ma a circa 200 km a nord, vale la pena visitare i celebri Pinnacles nel Nambung National Park. Poco distanti dall’Oceano Indiano, i Pinnacles sono migliaia di colonne calcaree che emergono dalla sabbia gialla del deserto costiero, con altezze che variano da pochi centimetri a oltre 3-4 metri. La loro disposizione irregolare crea un paesaggio paragonabile ad un sito extraterrestre.

I Pinnacles in verità sono formati da calcare derivato da antiche conchiglie marine. Milioni di anni fa, quest’area era sommersa dal mare; quando l’acqua si ritirò, i sedimenti calcarei si solidificarono. Successivamente, vento, pioggia e processi di dissoluzione chimica hanno eroso il materiale più tenero, lasciando in rilievo le strutture più compatte.


(Un Pinnacolo)


Osservare il tramonto dai Pinnacles è un’esperienza unica, come osservare, poco dopo, il cielo e una visione del cosmo profondamente diversa da quella dell’emisfero boreale. Nell’emisfero sud la Via Lattea appare più luminosa. Questo accade perché, osservandola da queste latitudini, si guarda verso il centro galattico, visibile come una fascia densa e lattiginosa. In queste aree remote, lontane dall’inquinamento luminoso, la Via Lattea diventa un vero e proprio “fiume di luce”. Ma non c’è solo la Via Lattea. Tra le costellazioni emblematiche, c’è la Croce del Sud. Piccola ma intensissima, è stata per secoli uno strumento di orientamento fondamentale. La Croce del Sud indica il polo sud celeste ed è diventata un simbolo identitario per molti paesi dell’emisfero, tanto da finire anche sulle bandiere australiana e neozelandese.

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