ROTORUA, TERRA MĀORI
NUOVA ZELANDA
DI ORGOGLIO E RITI

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Duecentocinquant’anni dopo permane un’eredità storica che differenzia nettamente Nuova Zelanda e Australia. Due paesi che in Europa vengono spesso accomunati come fossero un’unica entità. Tra il 1788 e il 1868 furono deportati in Australia circa 164.000 detenuti britannici e irlandesi. La nazione australiana nacque esplicitamente come colonia penale sostitutiva di quelle americane, perse dopo la guerra d’indipendenza statunitense. Il sistema dei convict costituì la matrice demografica e infrastrutturale iniziale del Paese.



La Nuova Zelanda, invece, si sviluppò come colonia di insediamento agricolo-commerciale, con una forte presenza missionaria. Atto fondativo fu il Trattato di Waitangi del 1840, accordo tra i rappresentanti della Corona britannica e i capi Māori. La duplice versione linguistica - inglese e māori - conteneva divergenze interpretative cruciali su sovranità e proprietà, che hanno prodotto effetti nei secoli successivi fino a oggi. Da qui discende una storia di espropriazioni, guerre ottocentesche e marginalizzazione della popolazione Māori, nome che al secondo giorno della mia tappa in Nuova Zelanda ho imparato a pronunciare correttamente: si scrive Māori ma si pronuncia “Mauri”, con una o chiusa che tende verso la nostra u.



Quella neozelandese è stata la penultima tappa del mio giro del mondo: partito dall’Italia via Dubai, ho toccato prima l’Australia (Perth, Melbourne, Uluru e Sydney le tappe principali) e poi gli antipodi dell’Italia, per concludere a New York prima del rientro a Roma.

Ma torniamo alla Nuova Zelanda e alla mia scoperta, da viaggiatore curioso, del popolo Māori, al di là di certa iconografia da cartolina o da folklore turistico. Il celebre haka, spesso percepito all’estero come esibizione-sfida legata fondamentalmente alle partite di rugby, nasce come forma rituale polisemica: confronto, lutto, accoglienza, celebrazione. La cultura Māori non separa arte e vita: danza, canto (waiata) e tatuaggio (tā moko) sono strumenti di uno stesso linguaggio e trasmissione di valori. Il tā moko (“incidere la pelle”) non è un ornamento, ma un testo del corpo che codifica status, lignaggio ed esperienze. Leggendo qualche testo - o anche solo i pannelli esplicativi per i visitatori- si scopre che i tatuaggi sono al centro di un vero mutamento sociale. Con la colonizzazione e l’influsso dei missionari europei nel XIX secolo, la pratica fu fortemente scoraggiata e gradualmente cadde in disuso. La perdita degli uhi (strumenti tradizionali di incisione) e delle competenze dei tohunga tā moko (artisti sacri) fece sì che a metà del XX secolo fosse quasi scomparsa dalla vita quotidiana. Le fotografie degli ultimi uomini con i tatuaggi facciali risalgono agli anni Venti.



A partire dagli anni Novanta, in parallelo con la rinascita della lingua māori e delle pratiche culturali, si sviluppò un significativo revival del tā moko: uomini e donne ricominciarono a portare tatuaggi tradizionali come atto di riappropriazione identitaria. Una pratica che ha presto varcato i confini neozelandesi, conquistando anche l’Occidente. (Alzi la mano chi non ha un conoscente con un tatuaggio “tribale”…).

Un dato storico essenziale riguarda l’origine stessa dei Māori. Discendono da navigatori polinesiani che raggiunsero la Nuova Zelanda (Aotearoa, “terra della lunga nuvola bianca”) tra il 1250 e il 1300 d.C., secondo i più recenti studi archeologici. L’origine è riconducibile alla Polinesia orientale, probabilmente all’area delle Isole della Società (oggi Polinesia Francese) e delle Isole Cook. L’espansione polinesiana nel Pacifico fu una delle più sofisticate imprese di navigazione premoderna: i loro antenati colonizzarono progressivamente Samoa, Tonga, Tahiti, Hawaii e l’estremo sud del triangolo polinesiano, spingendosi quasi certamente fino all’Isola di Pasqua.



I Māori giunsero su waka hourua, canoe a doppio scafo e doppia vela capaci di lunghe traversate oceaniche. Le loro tecniche di navigazione si basavano sull’orientamento stellare, sulla lettura delle correnti e delle onde, sull’osservazione degli uccelli pelagici e sulla memoria orale delle rotte. Non fu un singolo viaggio, ma una serie di spedizioni pianificate nell’arco di più generazioni. Le tradizioni orali parlano di canoe fondatrici — Te Arawa, Tainui, Mataatua — ciascuna associata a specifici iwi (tribù).



All’arrivo dei primi polinesiani, la Nuova Zelanda era priva di popolazione umana e ospitava una megafauna avicola unica, come la moa e l’aquila di Haast, poi estinte a causa dell’uomo. Nel giro di pochi secoli si sviluppò una cultura distinta da quella polinesiana tropicale, adattata a un clima temperato con villaggi fortificati (pā), nuove tecniche agricole, una complessa organizzazione tribale e un’identità culturale specifica.



Se oggi si vuole cercare un contatto reale con la cultura Māori, occorre spingersi nel cuore dell’Isola del Nord, a circa 220 chilometri a sud-est di Auckland. Rotorua, affacciata sull’omonimo lago, è il capoluogo di un territorio che sembra respirare insieme alla terra. I getti di vapore, l’odore sulfureo, le pozze ribollenti e i laghi lattiginosi non sono soltanto attrazioni geotermiche: per le comunità Māori sono manifestazioni vive di whenua, la terra intesa come antenato e matrice genealogica. L’identità non è un fatto individuale, ma si radica nella whakapapa, la genealogia che connette persone, montagne, acque e spiriti.



Rotorua è storicamente territorio di Te Arawa, confederazione di iwi che rivendicano l’arrivo mitico con la canoa omonima. Qui il paesaggio è parte integrante del sistema simbolico: le sorgenti termali sono luoghi di cura, i laghi archivi di memoria. Le case di riunione (wharenui), ornate di intagli lignei e motivi a spirale (koru), non sono edifici decorativi ma corpi ancestrali: ogni trave rappresenta un avo, ogni figura scolpita è narrazione.



Poco più a sud, il lago Taupō - il più grande del Paese - occupa la caldera di un supervulcano. Per i Māori non è soltanto una massa d’acqua, ma un’entità dotata di mana (prestigio, autorità sacra). Le pratiche di pesca tradizionale e le storie legate al semidio Māui inscrivono Taupō in una cosmologia dinamica: la natura non è sfondo, ma soggetto attivo.



Rotorua, con i suoi villaggi culturali e centri di arti tradizionali, è uno spazio di conoscenza. La cultura Māori viene rappresentata in varie forme ai visitatori, ma la gestione è affidata alle stesse comunità, che trasformano il turismo in opportunità economica. Durante le mie tappe a Rotorua e Taupō, dopo un bagno in una piscina termale, ho assistito a uno spettacolo serale di cultura Māori, seguito da una cena tipica con carni e pesci cotti su pietre roventi.



Il rapporto tra neozelandesi bianchi (Pākehā) e Māori è oggi generalmente buono, ma non privo di criticità. Dagli anni Settanta il movimento di rinascita culturale e politica ha rilanciato la lingua (te reo Māori), le scuole immersive (kōhanga reo) e le rivendicazioni territoriali. Il Waitangi Tribunal, istituito nel 1975, ha esaminato numerose violazioni del Trattato, favorendo risarcimenti e restituzioni simboliche e materiali.



La Nuova Zelanda si definisce formalmente biculturale, con elementi di co-governance anche nella gestione ambientale. Il te reo è lingua ufficiale e affianca l’inglese nella segnaletica stradale; rituali di benvenuto (pōwhiri) accompagnano eventi istituzionali; simboli e protocolli Māori sono integrati nella sfera pubblica. Persistono tuttavia significative disuguaglianze socio-economiche, evidenti soprattutto negli ambiti sanitario ed educativo. Il rapporto resta un processo in continua negoziazione tra memoria coloniale e progettualità condivisa.



Il futuro della Nuova Zelanda è in effetti ancora in divenire. Con circa cinque milioni di abitanti su un territorio grande quasi quanto l’Italia, la popolazione è oggi composta in maggioranza da Pākehā/European, ma Māori, popolazioni del Pacifico (Samoa, Tonga, Fiji) e comunità asiatiche (Cina, India, Sud-est asiatico) sono in crescita, grazie a un’età media più bassa e a dinamiche demografiche più elevate. Un elemento cruciale è il sistema censuario neozelandese, che consente identità multiple: una persona può dichiararsi contemporaneamente Māori ed europea, o asiatica e Māori grazie anche a molte unioni interetniche. Un dato che, più di ogni altro, racconta un Paese in trasformazione e che guarda al futuro. (Ogni riferimento all’Italia dell’inverno demografico e dei blocchi navali non è casuale).

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