A una prima impressione sembra di essere finiti in uno di quei luoghi turistici nel mondo che spuntano dal nulla. Tipo, per citarne alcuni, Sharm el Sheikh, i resort africani nei grandi parchi o i conglomerati alberghieri di Cuba. Il primo impatto è con l’aeroporto di Ayers Rock dedicato ai voli charter: la città più vicina, Alice Springs, è distante 463 chilometri. Un’unica strada, un complesso di alberghi circondato dal deserto. E poi, distante ma ben visibile, c’è la grande attrazione. L’Uluru, l’immenso monolite di arenaria rosso-ocra che emerge dal deserto dell’Australia centrale, nel cuore dell’Uluru–Kata Tjuta National Park, è una delle destinazioni iper-turistificate della Terra, frequentata da milioni di persone ogni anno. Un non-luogo turistico, se vogliamo usare la riflessione antropologica di Marc Augé. Eppure…
Eppure l’Uluru, superato il primo momento di disorientamento, è un luogo sacro, vivo, attraversato da storie, leggi e insegnamenti che colpiscono, che trasmettono qualcosa. E questo, almeno per me, è successo appena arrivato in albergo. Il più spartano, va detto, del complesso turistico, che annovera hotel a quattro e cinque stelle, un campeggio, l’inevitabile supermercato, una mezza dozzina di negozi di souvenir, un padiglione per le informazioni e la prenotazione delle attività turistiche (ci sono anche i sorvoli in elicottero e le gite all’alba con i segway…) e una galleria d’arte specializzata in prodotti artigianali e artistici della popolazione locale.
Uluru è stata la tappa centrale del mio giro del mondo che da Roma mi ha riportato alla Città Eterna passando per l’Australia, la Nuova Zelanda e gli Stati Uniti. Una tappa scelta dopo una riflessione sulla sua autenticità, ma anche condizionata dalla passione per un libro di Bruce Chatwin, 'La via dei canti': un romanzo, un viaggio, un’indagine sull’essenza dell’umanità. Songlines, questo il titolo originale, è infatti anche un percorso di idee - o meglio, una musica di idee - che muove da un interrogativo: perché l’uomo, fin dalle origini, ha sentito un impulso irresistibile a spostarsi, a migrare? Il libro, secondo la sinossi online, sviluppa la tesi per cui i canti aborigeni sono contemporaneamente rappresentazioni dei miti della creazione e mappe del territorio. Il titolo si riferisce alle migliaia di linee immaginarie - le 'vie dei canti' - che, secondo Chatwin, attraversano l’intero continente australe: ogni canto tradizionale sarebbe la rappresentazione musicale delle caratteristiche geografico-topografiche di un tratto di queste vie invisibili all’uomo bianco.
Questa suggestione l’ho ritrovata osservando l’Uluru, che non è una “montagna” nel senso classico — alta solo 348 metri e con una circonferenza di oltre 9 chilometri — ma ciò che resta visibile di una formazione geologica antichissima: la maggior parte della sua massa prosegue nel sottosuolo. I suoi colori cambiano durante il giorno - dal viola al rosso acceso- soprattutto all’alba e al tramonto.
Per gli Anangu, i tradizionali custodi della terra, l’Uluru non è un semplice elemento naturale. Ogni spaccatura, grotta o incisione racconta le imprese degli esseri ancestrali che crearono il mondo e stabilirono le regole della vita sociale e spirituale. Alcune aree sono legate a rituali riservati agli uomini o alle donne; altre custodiscono conoscenze che non possono essere divulgate. Per questo l’Uluru non “si visita” soltanto: si rispetta.
Accostarsi ad esso comporta l’adesione a norme precise, pensate per tutelare sia il luogo sia la cultura che lo custodisce. Dal 2019 scalare l’Uluru è proibito: per gli Anangu la salita è una profanazione; inoltre il percorso era pericoloso e ha causato numerosi incidenti, anche mortali. In specifici punti sono presenti cartelli che vietano foto e video: si tratta di siti sacri o legati a rituali riservati. Non è poi consentito uscire dai sentieri segnalati per evitare di danneggiare luoghi religiosi e ambienti fragili.
Durante la mia visita ho fatto due esperienze. La prima è stata un’escursione serale con il tramonto accanto all’Uluru (la posizione del sole, ovviamente, varia a seconda della stagione). L’escursione, guidata da una ragazza cilena - molto preparata e appassionata di cultura aborigena - ha compreso anche la visita al centro culturale che precede il percorso circolare ai piedi del monolite. E che sorpresa incontrare nel centro culturale più isolato al mondo due ragazzi italiani impiegati come baristi-commessi: una giovane di Roma e un ventenne di Bra, provincia di Cuneo, profondo Nord, il paese di Carlo Petrini. Due ragazzi entusiasti di lavorare in quel luogo, lontano quindicimila chilometri da un’Italia fintamente sovranista che non sa trattenere le sue energie migliori, ma che continua a raccontarsi, presuntuosamente, come la destinazione turistica migliore al mondo usando come testimonial una Venere fasulla.
Tornando all’Uluru, va detto che grazie alla guida si comprendono alcuni concetti alla base dell’essere spirituale della montagna. Il primo è che il passato non è concluso, ma coesiste con il presente. Il secondo è che gli esseri ancestrali - i nostri antenati - non sono miti ma forze attive. In collegamento con il libro di Chatwin si intuisce inoltre che il paesaggio è una scrittura tridimensionale, leggibile solo da chi possiede chiavi culturali che non coincidono con le categorie occidentali.
Un aspetto centrale della visita, che rompe gli schemi turistici a cui siamo abituati, è che non tutto può essere visto, raccontato o fotografato. Lo stesso villaggio - il primo resort sorto dopo la Seconda guerra mondiale - dove vive la popolazione aborigena impiegata negli alberghi e nelle attività turistiche, è vietato ai viaggiatori. Tutto il fatturato generato dal sistema Uluru prevede che una quota del 2,5% venga devoluta alle associazioni degli aborigeni.
In questa logica di turismo alternativo, che non è consumo rapido ma ascolto lento, si inserisce anche la seconda serata dedicata all’escursione ai Field of Light, l’installazione artistica luminosa permanente situata nel deserto e uno dei più noti esempi di land art contemporanea in Australia.
Field of Light è un campo di oltre 50.000 steli luminosi in vetro opalescente, alimentati a energia solare, che si accendono al calare del sole. Le luci cambiano lentamente colore - viola, ocra, blu profondo, bianco lunare - creando l’impressione di un paesaggio vivo che respira nella notte del deserto.
L’opera è stata ideata dall’artista britannico Bruce Munro ed è ufficialmente intitolata Tili Wiru Tjuta Nyakutjaku, espressione in lingua aborigena che significa “guardare molte luci bellissime”. Anche qui l’emozione, almeno per me, è stata molto forte. Camminare tra gli steli è un’esperienza meditativa, immersiva, più vicina a un rituale che a un evento. E pazienza se l’autobus che riporta i turisti all’albergo concede poco tempo per perdersi. Ai piedi dell’Uluru si può osservare, come mi era già successo nel deserto a nord di Perth, un cielo stellato unico sulla Terra. Questo sì, davvero di tutti e, come vuole un luogo comune, con il deserto che sembra respirare assieme alle stelle.