MILANO SENZA PASSATO
UN ETERNO CARPE DIEM





Del milione e quattrocentomila residenti di Milano solo poco più di duecentomila abitava a Milano all'inizio del secolo. Lo scrive Paolo Natale, docente di Metodi e tecniche della ricerca sociale all'Università degli Studi di Milano, in un recente articolo apparso sulle pagine milanesi del Corriere della Sera. Dal 2000 assistiamo a un ricambio demografico senza precedenti: 50mila persone l'anno. Più o meno come veder scomparire e riapparire l'intera popolazione di Catania, Mantova, Trapani, Chieti, Campobasso o Lecco ogni anno.

Il professore ci spiega che "alcuni ovviamente sono morti, molti se ne sono andati all'estero e nell'hinterland, sostituiti da nuovi residenti, da studenti e lavoratori che arrivano dal resto del territorio italiano e soprattutto dall'estero".

Ma il dato forse più interessante è l'inversione di tendenza rispetto alla narrazione della demografia europea e italiana in particolare a cui ci siamo ormai abituati: ci sono sempre meno nuovi nati e una popolazione sempre più vecchia. A Milano no. A Milano ci sono tanti giovani e, come scrive Natale, "tra dieci anni la popolazione milanese sarà composta per quasi il 25 per cento da giovani tra i 18 e i 35 anni, e da tanti stranieri". Oggi la quota di cittadini stranieri è del 21 per cento. Così, per capire l'entità del fenomeno, nel 2000 erano soltanto il 7-8%, con un incremento quindi del 300 per cento nel giro di 25 anni.

Ancor più impressionanti dei numeri dovrebbero essere i fatti che ne derivano. Per esempio, che nella memoria collettiva cose clamorose come la "Milano da Bere" o Tangentopoli non sono ricordi vividi, perché vissuti in prima persona, ma racconti letti o ascoltati da altri. Persino la grande marcia verso Expo 2015, e tutta la retorica che ne è conseguita, compreso l'avvio della stagione dell'urbanistica scintillante, a molti cittadini milanesi dice molto poco.

Figuriamoci la storia politica della città e delle sue amministrazioni: sono quasi scomparsi i ricordi delle giunte Formentini e Albertini, a mala pena si ricorda la Moratti, Pisapia è un po' sbiadito, pochissimi si possono rammentare di Pillitteri, Tognoli o Aniasi.

La città di Milano è costretta a vivere del suo presente, delle sue profonde contraddizioni, senza poter fare tesoro del passato per immaginare un futuro. Una condanna alla superficialità aggravata dalle possibilità degli strumenti digitali che di fatto ci stanno schiacciando in un presente perpetuo e accelerato, con uno spaventoso sovraccarico informativo.

Di fronte all'incapacità di gestire la situazione, si rischia pure di diventare ideologici. E così a Milano fioriscono i guru e i seguaci della Mindfulness (la piena coscienza) che ci spiega come il presente sia l'unico tempo che davvero possediamo, il qui e ora, il luogo dove ci si può liberare dai rimpianti per il passato e dall'ansia per il domani. Insomma, ci è voluta una rivoluzione digitale per ritornare al carpe diem di Orazio.

Detto tutto questo, non si può non pensare alla politica, al compito sempre più arduo di chi dovrebbe osservare la realtà, interpretarla e indicare direzioni di marcia per il futuro. A Milano manca ormai meno di un anno alle elezioni, i candidati sindaco si moltiplicano al pari dei maestri della Mindfulness e non sembrano andare molto più in là con le loro elaborazioni. A destra come a sinistra, al centro o nei movimenti civici.

Si discute di nomi, non di programmi. E questo succede da molto tempo, non solo a Milano. Il punto è che la città sta davvero subendo una trasformazione profonda che appare più come una mutazione genetica che una naturale evoluzione del suo sviluppo.

E nessun candidato o candidata al momento appare intenzionato a capire e studiare i fenomeni in corso, o perlomeno a rivolgersi a qualcuno che lo faccia per lui/lei. Il dibattito pubblico milanese continua a muoversi nel solco di una narrazione superata - la capitale della moda, del design, della cultura; la locomotiva del paese; il centro produttivo; il cuore finanziario - e di una concezione della politica che scimmiotta prassi di paesi stranieri imparate più dalle serie tv che dallo studio e dall'osservazione diretta.

Tutti ovviamente si comportano come se non esistesse il passato, a volte dicendo l'esatto contrario di quello che hanno detto e fatto negli anni scorsi, e men che meno il futuro. Cosa ne sarà di Milano tra dieci, venti, trent'anni non sembra importante per nessuno. Ma anche contasse solo il presente, il qui e ora, a maggior ragione ogni candidato dovrebbe rispondere alla domanda chiave della politica: di quali interessi sono portatore? Quale parte della società scelgo di difendere e promuovere? Insomma, conto di rappresentare anche qualcuno o ho deciso di mettere in scena soltanto me stesso/a?

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