BEIRUT SOTTO LE BOMBE
MENSE SOCIALI
E MUTUO SOCCORSO

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BEIRUT - Beirut al mattino pullula di vita, nonostante i bombardamenti sui quartieri meridionali. Gli israeliani hanno fatto evacuare tutta la parte sud della città, quella più densamente popolata. Chi ha potuto ha dormito in hotel, gli altri da amici, in scuole o per strada.

Decido di andare nel quartiere di Mazraa a trovare un amico, Karim Hakim, che sta aiutando gli sfollati del sud e che ha fondato un progetto sociale, Dikken el Mazraa, per creare una comunità di produttori e clienti dalle capacità economiche diverse, che credono nel biologico.

Negli ultimi mesi, l’escalation della guerra in Libano ha costretto migliaia di famiglie ad abbandonare le proprie case. Molte di loro vivono oggi in rifugi temporanei, scuole o presso parenti, cercando di far fronte a bisogni essenziali sempre più difficili da soddisfare, primo tra tutti l’accesso al cibo.

Allo stesso tempo, anche i piccoli agricoltori e i produttori alimentari locali stanno subendo le conseguenze della crisi. Con mercati interrotti, difficoltà nella distribuzione e un forte calo dei redditi, l’intero sistema alimentare locale è messo sotto pressione.



In questo contesto, Dikken el Mazraa prova a sostenere entrambe le realtà: le famiglie in difficoltà e i produttori locali.

Il progetto è stato lanciato nell’ottobre 2020, nel pieno della crisi economica libanese, per rispondere rapidamente ai crescenti bisogni umanitari. Attraverso una rete comunitaria già esistente, Dikken el Mazraa ha iniziato a fornire sostegno alimentare dignitoso alle famiglie più vulnerabili, offrendo allo stesso tempo nuove opportunità di mercato ai piccoli produttori biologici locali.



Oggi, nel contesto della guerra e dell’aumento degli sfollamenti interni, il progetto assume un ruolo ancora più importante. Molti interventi umanitari si basano infatti su grandi catene di approvvigionamento internazionale che spesso escludono i produttori locali. Dikken el Mazraa cerca invece di colmare questo divario acquistando direttamente da piccoli agricoltori e produttori di fiducia in tutto il Libano.

I prodotti vengono poi distribuiti alle comunità più vulnerabili e alle cucine sociali che preparano pasti caldi per le famiglie sfollate. In questo modo, il progetto rafforza le filiere alimentari del posto mentre garantisce un aiuto concreto a chi ne ha più bisogno.

I prodotti del negozio sono venduti a prezzi diversi, racconta Karim Hakim, “a seconda delle condizioni economiche delle persone. Abbiamo una lista di persone con problemi economici, che scegliamo dopo alcune interviste, che pagano molto meno i prodotti che vendiamo. Gli altri li pagano a prezzi pieni”.

Allo stesso tempo utilizziamo, prosegue, “durante i periodi di crisi, le donazioni che riceviamo per comprare, a un prezzo sostenibile per gli agricoltori locali, prodotti che poi rivendiamo, a molto meno di quello che li paghiamo, alle mense di ONG che danno cibo gratuito a chi ha bisogno. Questo per evitare che le ONG importino tutto dall’estero, creando una crisi nella crisi. Tentiamo di risolvere problemi locali con risorse locali”. Certo, lo facciamo ancora in scala piccola, aggiunge, “ma è un modello replicabile”.



Oltre che con la mensa di comunità Nation Station, collaborano con altre cucine sociali, che fanno parte del loro network di conoscenze. Oggi hanno 50 contadini e produttori diretti con cui collaborano: tutti sono piccoli produttori biologici che producono cibo sano.

Il modello non lo abbiamo inventato noi, mi dice ancora Karim, “è un modello che esiste in tanti luoghi. Crea una comunità di persone con la passione per il cibo sano e biologico, con diverse capacità economiche, che decide di condividere questa passione e si aiuta a vicenda. Dai produttori ai consumatori, con realtà economiche diverse”.



In Libano vi era un buon network di ONG, ma negli ultimi anni, dopo che la crisi siriana è uscita dai riflettori, molti finanziamenti sono venuti meno.

La nuova sfida, si conclude così la nostra conversazione, “sarà quella di creare una piattaforma online semplice e attrattiva per vendere i nostri prodotti anche lì”.

Per sostenere queste attività è stata avviata una raccolta fondi. Le donazioni contribuiranno direttamente all’acquisto di prodotti alimentari da agricoltori locali, alla preparazione di pacchi alimentari destinati alle famiglie sfollate e alla distribuzione di forniture alle cucine comunitarie impegnate nella risposta alla crisi.

Karim mi chiede di andare con lui a portare dei pacchi di pasta a Nation Station, nel quartiere di Geitawi. Lì ci aspetta uno degli agricoltori con cui collabora, che deve portare delle passate di pomodoro comprate con i soldi dei donatori di Dikken el Mazraa per Nation Station e dei limoni per il negozio. Partiamo in motorino, carichi di chili di pasta, in direzione di Geitawi. Per fortuna Karim guida il motorino meglio di un napoletano e arriviamo nonostante il precario equilibrio dovuto al 'bagaglio' di pasta.

Nation Station si trova in una stazione di benzina abbandonata che è stata occupata. Al nostro arrivo, la grande cucina solidale è in piena attività. Decine di volontari tagliano ortaggi, cucinano, lavano piatti. Il lavoro è frenetico.


(Josephine, al centro)


Karim mi presenta una delle fondatrici, Josephine Abou Abdo, che mi racconta la storia dell’ONG.

Dopo l’esplosione del porto di Beirut nel 2020, mi dice, una delle più grandi esplosioni non nucleari della storia, che ha devastato molti quartieri a ridosso del porto, tra cui anche parti di Geitawi, “abbiamo occupato una vecchia stazione di benzina abbandonata e abbiamo creato uno spazio aperto a chiunque”.

Se una persona ha bisogno di aiuto, mi dice, “non facciamo domande, aiutiamo tutti”. Abbiamo creato negli spazi coperti della stazione, aggiunge, “una cucina solidale dove volontari vengono e cucinano. Compriamo prodotti biologici o sani, il più possibile, e le persone con problemi economici vengono qui con i loro tupperware e prendono il cibo gratuitamente”.

Ci finanziamo, sottolinea, “sia con donazioni dirette o con altre ONG che ci aiutano, sia cucinando per chi può pagare”. Durante la guerra con Israele del 2024, mi racconta, “abbiamo iniziato a portare da mangiare anche ai rifugiati del sud, arrivando a distribuire fino a 5000 pasti al giorno, per tre mesi. Questa nuova crisi è ancora più complessa, perché essendo Ramadan cuciniamo di giorno e distribuiamo i pasti di notte”.

Nation Station promuove anche attività culturali e sociali, come mercati agricoli, proiezioni di film e laboratori comunitari.

La filosofia del progetto si basa su un principio chiaro: non limitarsi all’aiuto, ma creare strumenti di autonomia e resilienza per la comunità. In un contesto segnato da crisi economica e instabilità, Nation Station rappresenta un esempio concreto di come l’impegno dei cittadini possa generare cambiamento.


(Tony Elias Khalil)


Mentre parlo con Josephine arriva Tony Elias Khalil, il produttore diretto che deve portare le passate di pomodoro che i donatori del progetto Dikken el Mazraa hanno comprato per la mensa di Nation Station. Tony arriva con una macchina della polizia, con cui collabora al villaggio, piena di casse di passate di pomodoro e casse di limoni. Subito ci parla entusiasta della sua produzione.

Mi fermo a parlare anche con lui. Dal 2000, mi racconta, “ho lavorato per 15 anni nel continente africano, nel settore forestale. Lì ho incontrato mia moglie congolese. Abbiamo fatto dei figli e dopo un po’ abbiamo deciso di tornare in Libano”. Oggi vive nello Chouf, a Majed el Mouch.

Ha un terreno dove produce olio, ma non gli bastava. “Mi sono reso conto che molti avevano problemi di salute – racconta – e mi sono interessato da subito alle coltivazioni biologiche”. Grazie all’ONG Jibal, che per due anni lo ha aiutato con i suoi agronomi esperti di agricoltura biologica, passo dopo passo, Tony ha affittato altri terreni e oggi mette sul mercato più di trenta prodotti.

“Il resto – mi racconta fiero – me lo ha insegnato mia madre, con la sua sapienza del villaggio. Se Jibal mi ha aperto le porte dell’agricoltura biologica, è mia madre che mi ha insegnato come fare le conserve libanesi”.



“Spesso – prosegue – la gente non capisce che i prodotti biologici non sono perfetti esteticamente. Quindi i più belli da vedere li metto sul mercato, quelli meno belli, ma comunque buonissimi, li trasformo in conserve. Produco tutto senza alcun bisogno di pesticidi”.

Karim Hakim di Dikken el Mazraa lo ha incontrato sempre grazie all’ONG Jibal. Durante la crisi dell’esplosione del porto di Beirut, racconta, “con l’ONG Jibal abbiamo collaborato con Nation Station per dare da mangiare gratuitamente alle persone che avevano bisogno. Così ho conosciuto anche Karim Hakim ed il suo progetto Dikken e ho cominciato a collaborare con loro”.

Finita l’intervista, Karim carica sul motorino tre cassette di limoni, un paio di passate ed estratti di pomodoro per il negozio. Quando salgo anch’io sopra, con il mio zaino, mi rendo conto che siamo ancora più carichi e precari di prima.

Eppure Karim attraversa il traffico di Beirut come se nulla fosse. Mentre guida il suo motorino stracolmo di limoni, con me dietro, penso a come il Libano sappia sempre affrontare le crisi più profonde e i momenti più precari con un suo insospettabile equilibrio.

Per contribuire ai progetti:

1) GOFUNDME
2)INSTAGRAM DIKKENE EL MAZRAA
3)INSTAGRAM NATIONSTATION

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