L'ARIA SOSPESA DI BEIRUT
CITTÀ SENZA ESERCITO
E BOMBE SOLO A SUD
NEI QUARTIERI SCIITI

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BEIRUT - Un operaio ridipinge un negozio, mentre le code di macchine che scappano da sud rallentano il traffico di Hamra, a Beirut. In auto con un amico, mi ha molto colpito quest’immagine. C’era qualcosa di irreale ma profondamente libanese, in quello che potrebbe sembrare un gesto insensato: dipingere e fare lavori in un negozio mentre il traffico impazzisce per le persone che fuggono dai bombardamenti della città del sud. Eppure è un gesto di speranza, o forse di realpolitik.



Hamra è un quartiere misto cristiano e sunnita; i libanesi sanno che gli israeliani bombarderanno principalmente i quartieri sciiti del sud.



Quello che salta all’occhio è che non c'è, almeno per ora, una visibile presenza dei soldati dell’esercito ufficiale libanese in giro; traffico a parte, come nel centro e nel nord di Beirut, è tutto relativamente tranquillo. Passeggiando per le strade del lussuoso cuore cittadino sembra di trovarsi in una Pompei del lusso. Una città rarefatta, con poche persone in giro, a tratti vuota. I palazzi grondano opulenza, si alternano brand internazionali, boutique con nomi libanesi e accanto la scritta “Beirut, Paris, New York” e negozi ormai vuoti. È chiaro che si tratta di un centro fatto ormai in maggioranza di seconde case di libanesi che vivono all’estero.



Fuori dal Libano c'è una diaspora di quasi 13 milioni di persone, generalmente ricche, mentre in Libano vivono circa 4 milioni di libanesi e un milione e mezzo di rifugiati.



Non solo il paese è in gran parte mantenuto dalla diaspora — da quando le banche, per evitare di fallire, hanno congelato i soldi dei libanesi, che possono ritirare solo 400 dollari al mese — ma è diventato anche dipendente dal turismo della diaspora. In pratica una sorta di Costiera Amalfitana di seconde case che, quando non è bombardata o sprofondata in qualche crisi, vive del rientro, durante i periodi di vacanza, dei ricchi domiciliati all'estero. La diaspora spende moltissimo quando è in vacanza nel Paese; quando non c’è, manda rimesse ai parenti rimasti.



Non tutta Beirut è ricca, non tutta Beirut è tranquilla. Ma in generale i quartieri sunniti, quelli misti e quelli cristiani, lo sono. Quelli a maggioranza sciita sono più poveri e sono di solito quelli bombardati, perché Israele prende di mira Hezbollah e le sue roccaforti nel paese.



In questi giorni, guardando la città, mi viene da pensare che al contrario degli abitanti degli Emirati o dell’Arabia Saudita i libanesi sono abituati, quasi assuefatti, alle bombe. Ciò non vuol dire che non siano preoccupati, lo sono. Ma vivono questa condizione, a fasi alterne, dal ’75. Beirut da allora è come un’araba fenice che brucia e risorge, in qualche modo, in continuazione.



I libanesi sono stanchi, temono una nuova guerra civile, non concordano tra loro sulla politica internazionale che risucchia nei suoi vortici, ogni anno, il paese. La maggior parte dei cristiani e dei sunniti accusa Hezbollah di essere ormai un’emanazione coloniale dell’Iran, di seguire gli interessi di Teheran e non del Libano, e poi di voler essere aiutato o difeso nel momento in cui, attaccando Israele con la propria milizia, trascina il Libano nella guerra.



Ma il gioco, a guardarlo oggi, si è rotto: si sente meno solidarietà in giro nei loro confronti. Una nuova guerra, dopo appena un anno e mezza dall'altra — e dopo che non soltanto Hezbollah non ha consegnato il suo arsenale come promesso ma lo ha addirittura usato nuovamente contro Israele — è considerata da molti libanesi come la prova definitiva del fatto che il Partito di Dio risponde a Teheran e non a Beirut.



Certo, non tutti la pensano così, ma la maggior parte di cristiani e sunniti sì. Tra gli sciiti la situazione è più complessa. Un po’ perché davvero sono vicini a Hezbollah, che per anni li ha finanziati, e forse un po’ per paura: generalmente, nelle classi popolari sciite, è più difficile assistere a proteste aperte contro Hezbollah.



Mentre tra cristiani e sunniti vi è un atteggiamento di aperto scollamento tra la gente e i tantissimi partiti politici, tra gli sciiti — se si esclude la piccola Amal — Hezbollah ha creato uno Stato nello Stato, armato e capace di indurre non solo fedeltà ma anche timore nella comunità di fede.



Qualche crepa si comincia a sentire, ma le proteste sembrano ancora minoritarie. La realtà che cova sotto la cenere è ancora da scoprire. Sicuramente, dopo l’ultimo conflitto e l’uccisione di Nasrallah da parte di Israele, il Partito di Dio è indebolito e ha meno soldi. Anche la caduta di Assad in Siria ha dato un colpo molto forte all'organizzazione, che sembra ricevere anche meno soldi dall’Iran, che ha i suoi problemi.



La gente di Beirut attende il suo destino, ma non sa quale sarà. Passo più tempo a rispondere ai miei amici italiani preoccupati, che non comprendono la differenza tra ciò che vedono in TV e la realtà. Continuo a spiegare loro che Beirut è divisa in varie zone e che durante le guerre in TV si mostrano solo le bombe, ma che nella realtà esiste sempre una parte della città che continua a vivere.



Le guerre sono parcellizzate: le bombe cadono in un quartiere mentre il sole splende indifferente e, nel quartiere accanto, per varie ragioni politiche, non cadono. L’ho visto in Siria, in Nagorno Karabakh, l’ho compreso al Cairo durante il colpo di Stato di al-Sisi.



Per farmi comprendere dagli amici dico sempre: è come quando arrivai a Napoli nel 2017. Ancora poteva capitare che sparassero ai Quartieri Spagnoli o al Rione Sanità. Un bergamasco aveva difficoltà a immaginare che nello stesso tempo la gente facesse l’aperitivo nei medesimi luoghi. I media raccontano solo la violenza, ma la vita è fatta di sfumature e chi vive in luoghi dove la violenza può costantemente accadere si abitua a resistere, a rispondere alla morte con la vita.



Non è una forma di menefreghismo, è una forma di resistenza. Quello che mi ha sempre colpito nelle situazioni di violenza diffusa, di crisi o di guerra è la voglia di vivere delle persone. Certo, in Libano ora regna la depressione: questo è il mood generale. Ma allo stesso tempo si cerca di andare avanti come sempre, anche solo per darsi una parvenza di normalità.



In un Paese che ha vissuto una lunghissima guerra civile tra il ’75 e il ’90 — anni in cui Europa, Stati Uniti, Canada, Brasile, Argentina e Australia concedevano facilmente accoglienza — moltissimi libanesi hanno il doppio passaporto. Questo fa sì che una parte della popolazione sia abituata a vivere in Occidente quando la situazione si fa brutta e in Libano quando le cose vanno meglio.



Non lo fanno tutti, però. Molte persone a me care hanno scelto di vivere qui. Non tutti, però, hanno il doppio passaporto: una parte, quella più povera, se la cava come può.

Nel pomeriggio di oggi, 5 marzo, Israele ha detto a tutti gli abitanti che Beirut sud andava evacuata. Il traffico è impazzito in alcune arterie, altre sono diventate deserte. Nei quartieri cristiani, per evitare che persone nel mirino di Israele o legate a Hezbollah si rifugino negli hotel — che poi verrebbero bombardati — prima di dare una camera a qualcuno si comunicano i nominativi ai servizi segreti, e i servizi in pratica decidono se la persona può o non può dormire lì: o almeno così assicurano negli hotel, per non spaventare gli altri clienti. Penso però sia vero, perché so da amici che questo tema fa litigare i libanesi.



I ragazzi della borghesia sono spesso di estrazione mista, non settari, ma su questi argomenti discutono animatammente. Molti cristiani e ormai anche vari sunniti dicono: non potete attaccare Israele senza il permesso dello Stato e poi nascondere politici, militari o religiosi che sono sulla lista nera di Israele in alberghi nelle aree cristiane o sunnite, rischiando di farli bombardare. Ormai è la vostra guerra, non più la nostra.

Le persone più vicine mi dicono che a volte i loro amici sciiti capiscono, altre volte si offendono. Ci sono anche cristiani o sunniti che pur avendo simpatizzato in passato con Hezbollah ogni hanno attenuato di molto l'idea.



Il sole tramonta a Sodeco Square, nel quartiere di Ashrafiyeh. La città aspetta, la città litiga, la città teme una nuova guerra civile. Ma nel frattempo resiste e vive sospesa tra una bomba e l’altra, nei quartieri a sud. L’assenza di un presidio visibile dell'esercito in queste strade sembra quasi testimoniare che ormai la questione è tra Hezbollah e Israele, come se lo stato pensasse già al domani e non volesse rimanere invischiato in una guerra che non ha scelto.

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