Giorgio Gaber ci ha lasciati ben 22 anni fa, nel 2003, dopo che per oltre trent’anni, da quando con lo spettacolo e relativo album “Il Signor G” - che segnò l’inizio del teatro-canzone e della collaborazione per i testi con Sandro Luporini - aveva commentato il mondo che ci circondava con lucidità, ironia e, a volte, amaro sarcasmo. Il libro “Giorgio Gaber” di Emanuele Felice e Luigi Cuna, ripercorre la vita dell’artista e mezzo secolo di storia del nostro Paese, affiancandole i testi di 37 canzoni, le schede delle sue pubblicazioni discografiche e una playlist di suoi brani disponibile su Spotify tramite codice QR. Inoltre alcune canzoni – “Torpedo blu”, “Un’idea”, “Lo shampoo”, “La libertà” e “Qualcuno era comunista” - sono raccontate per immagini dalle illustrazioni a colori di Ernesto Anderle. Il volume di circa 130 pagine è pubblicato da Edizioni Curci e si avvale della collaborazione di Fondazione Giorgio Gaber.
Abbiamo rivolto alcune domande ad uno dei due autori, Luigi Cuna, laureato in economia ma con esperienze da musicista, che oggi vive a Parigi e lavora presso la Banca di Sviluppo del Consiglio d’Europa.
Come è nata l’idea di questo libro? Si direbbe che voglia azzerare tanti discorsi sull’opera di Gaber, ripartendo dalle informazioni base sull’artista e rivolgendosi alle giovani generazioni o comunque a chi magari non lo conosce, descrivendo il personaggio, la sua vita e le suggestioni offerte dalle sue opere. Volevo anche capire se la parte illustrata era parte del progetto fin dall’inizio oppure si è aggiunta mentre già ci lavoravate.
L’idea del libro “Giorgio Gaber” è nata mentre lavoravamo, sempre per Curci, ad un altro libro, “Voci libere. Storia della canzone d’autore italiana”. Mi resi conto che i giovani di oggi spesso non conoscono le figure storiche della canzone d’autore italiana, su cui spesso esistono solo saggi rivolti ad adulti. Da qui l’intenzione mia e di Emanuele Felice di scrivere dei cantautori partendo da zero, fornendo i loro tratti essenziali e cercando di stimolare la curiosità. Cominciammo quindi a lavorare a “Voci libere” per le edizioni Curti e le prime schede riguardarono, tra gli altri, Bertoli, Bennato e appunto Gaber. L’editore rimase sorpreso dalla nostra capacità di raccontare in modo semplice e divulgativo una figura tanto complessa e ci propose di dedicare a Giorgio Gaber un libro ad hoc. Ed è stato così che i due libri sono stati realizzati in parallelo. E sono usciti praticamente insieme.
In effetti la produzione di Gaber, soprattutto quella teatrale scritta con Sandro Luporini, affronta tematiche complesse, sia umane che sociali. Tuttavia il suo magnetismo sul palco e la capacità di far ridere il pubblico almeno nei primi anni del teatro-canzone catturava un po’ tutti, anche chi lo conosceva solo per le sue apparizioni in televisione. In seguito nella sua produzione è prevalso il lato amaro.
Infatti ci siamo accorti che rispetto ad altre figure, come De Gregori e Dalla, che hanno raggiunto negli anni un pubblico vastissimo, Gaber facendo la scelta del teatro e di temi complessi meritava di essere spiegato più a fondo. Abbiamo raccontato il Gaber dai primi anni, quelli influenzati dal rock’n’roll e dagli chansonniers francesi, poi le canzoni legate a Milano e alle osterie, fino appunto al Signor G e al teatro-canzone, e arrivando ai brani in studio di fine anni Novanta e inizio Duemila. Nell’insieme una produzione che seguiva i cambiamenti dell’Italia, del costume e della politica, riflettendoci su in modo disincantato e critico.
Nella parte del libro relativo alla discografia di Gaber siete partiti già con gli anni del teatro-canzone. Come mai?
Si è scelto di focalizzare l’attenzione su quello che è stato un genere totalmente nuovo creato da Gaber, in cui è riuscito a spiegare anche le relazioni umane, quelle familiari ed i relativi cambiamenti. Non si tratta di recensioni dei dischi ma di un percorso d’ascolto, cercando di ritrovare un filo narrativo tra i vari album e di aiutare la conoscenza dell’autore.
Alla fine del libro c’è una ricca selezione di testi di Gaber e Luporini. Con che criterio li avete scelti?
Di questo si è occupata la Fondazione Gaber, aggiungendo così un altro punto di vista per la conoscenza dell’autore. Tramite Paolo Dal Bon, la Fondazione ci ha dato anche importanti suggerimenti, come ad esempio quello di mettere in evidenza l’eleganza della figura di Gaber. E, aggiungo io, di un artista mai banale.
Veniamo alle illustrazioni: come sono entrate nella struttura del libro, una volta deciso di farne un volume illustrato anziché con immagini fotografiche? Ernesto Anderle racconta con le sue immagini i testi di alcune canzoni. Sembra quasi un fumetto ma in realtà lui non è un fumettista…
Anderle è un artista molto conosciuto nel mondo dell’illustrazione italiana. Ed è anche un pittore. Gli si è lasciato carta bianca, ha scelto lui i titoli da illustrare tra quelli presenti in una lista che gli è stata sottoposta, proponendo uno stile diverso per ogni canzone. Invece in “Voci libere” l’illustratore Alessandro Ventrella ha partecipato alla costruzione dell’intero libro e le sue immagini partecipano della costruzione di ogni pagina, sono relative a ciascun artista di cui si parla. Comunque i due libri hanno in comune il tentativo di raccontare la musica in modo fresco, non specialistico.
Avete un altro libro di questo genere in cantiere?
Al momento no. Ci stiamo ragionando insieme all’editore. Vedremo.