Le reti da pesca abbandonate in mare (ghost nets) diventeranno gas combustibile ricco di idrogeno, da impiegare per generare elettricità: è questo il cuore dell' innovazione Green Plasma (nell'ambito del progetto MER - GHOST NETS dell'ISPRA) di cui hanno promosso la sperimentazione Fondazione Marevivo, Castalia e CoNISMa, in collaborazione con l’Università Politecnica delle Marche e IRIS. L'obiettivo è lo 'smaltimento' dei rifiuti direttamente in loco, abbattendo i costi e l’impatto ambientale derivanti dal trasporto in discarica.
Il tema dell'inquinamento marino è ormai tristemente noto, e di intensità crescente. Ogni anno ben 12 milioni di tonnellate di plastica - l’equivalente di un camion di spazzatura riversato in acqua al minuto - finiscono negli oceani, danneggiando irrimediabilmente l’ecosistema marino. Attrezzi da pesca come reti, cime, retini, nasse, cordame e cassette di polistirolo, dispersi o abbandonati in mare, si accumulano in superficie e sui fondali, destinati a non degradarsi.
Tutti sanno delle enormi isole galleggianti che si sono formate negli oceani a seguito dell’accumulo di miliardi di rifiuti di plastica trasportati dalle correnti. La più nota è la Great Pacific Garbage Patch, formatasi nel bel mezzo dell’oceano Pacifico, precisamente tra la California e le Hawaii, e che ormai ha raggiunto le dimensioni di 1,6 milioni di chilometri quadrati, pari alla superficie del Texas o tre volte quella della Germania…
Nelle acque di tutto il Pianeta, di “isole di plastica” ce ne sono almeno altre cinque. A partire dall’altra ospite dell’oceano Pacifico, la South Pacific Garbage Patch, la più estesa al mondo, situata al largo del Cile e grande circa 2,6 milioni di chilometri quadrati, fino a quella che galleggia indisturbata nel nord dell’oceano Atlantico con i suoi 200.000 detriti per km quadrato.
E ancora, la South Atlantic Garbage Patch, quella che infesta l’oceano Indiano e ancora quella che si trova al largo del Circolo polare artico.
Studi recenti hanno verificato che quasi la metà (46% circa) degli scarti che compongono il Garbage Patch sono reti e attrezzature da pesca, mentre per il resto è formato da metalli leggeri, plastica proveniente dalle nostre case e microplastiche. I dati raccolti in Italia concordano ed anzi accentuano il ruolo dell’attività di pesca: secondo l’ISPRA ben l’86,5% dei rifiuti trovati in ambiente marino deriva da tale attività.
Le isole di rifiuti hanno da tempo generato l’allarme nell’opinione pubblica e iniziative, peraltro ancora assolutamente non risolutive, per combattere gli enormi accumuli che non rappresentano soltanto un problema “estetico”. Queste grandi discariche, infatti, sono lontane dai nostri occhi ma non dal nostro stomaco e dalla nostra salute.
Dalla lentissima degradazione derivante dalla persistenza nel mare dei rifiuti di plastica, infatti, si originano quelle microplastiche che vengono costantemente ingerite da pesci e animali che, prima o poi, vengono pescati e cucinati sui nostri fornelli o serviti al nostro tavolo al ristorante e che la ricerca scientifica ha individuato come subdole responsabili di numerose gravi forme tumorali.
Altrettanto pericolose sono, tuttavia, le migliaia di tonnellate di rifiuti in plastica che non galleggiano, ma si adagiano sui fondali marini, ricoprendoli ed impedendo, con la loro presenza, il normale sviluppo delle fonti di vita della fauna marina.
Il MER è un programma affidato in Italia all’ISPRA (l'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) che mira alla realizzazione di interventi per il ripristino e la protezione dei fondali e degli habitat marini, al rafforzamento del sistema nazionale di osservazione degli ecosistemi marini e costieri e alla mappatura degli habitat costieri e marini di interesse conservazionistico nelle acque italiane.
Ed è in questo ambito che l’obiettivo del ripristino si sostanzia, tra gli altri strumenti, nel “recupero delle reti fantasma”.
L'intervento punta a ripristinare gli habitat marini compromessi con azioni concrete di localizzazione, rimozione e conferimento di attrezzi da pesca e acquacoltura abbandonati o persi in mare, anche in aree di particolare pregio ambientale. Tali reti sono definite “ghost nets” in quanto continuano a esercitare la cosiddetta “pesca fantasma”, definita come l'abilità degli attrezzi da pesca di continuare a pescare dopo che il controllo sull'attrezzo è stato totalmente perso.
La perdita degli attrezzi determina svantaggi economici per gli operatori della pesca, ma soprattutto danni ambientali a causa dei numerosi effetti negativi che ne conseguono, come la cattura accidentale ed incontrollata di specie marine, la perdita di biodiversità, la distruzione dell'habitat, l'inquinamento dei fondali, inclusi i rischi per la navigazione e la sicurezza. La decomposizione dei moderni attrezzi da pesca sintetici in mare contribuisce anche in modo significativo al problema dell'inquinamento da plastica, poiché il loro deterioramento può determinare il rilascio in acqua di macro e microplastiche altamente inquinanti che possono essere più facilmente ingerite ed entrare quindi nella rete trofica, causando ulteriori impatti sugli organismi marini.
Recuperare questi materiali altamente degradati è non solo un lavoro improbo, ma si scontra con il fatto che, non esistendo filiere di riciclo efficaci, si conclude con il semplice trasferimento in discarica dei rifiuti ripescati.
A questa sfida ha cercato appunto di rispondere la nuova prospettiva aperta da Green Plasma, una tecnologia in grado di trattare fino a 100 kg di plastica marina non riciclabile al giorno, trasformandola in syngas, un gas combustibile ricco di idrogeno impiegabile per generare elettricità, direttamente nei porti e nelle aree di raccolta.
Il sistema - che offre una via innovativa per la gestione dei rifiuti marini più difficili da trattare - è stato presentato la settimana scorsa ad Ancona (nel convegno “Green Plasma per lo smaltimento delle reti fantasma” ospitato presso l’Università Politecnica delle Marche) e presentato nella “Giornata del Mediterraneo”, una ricorrenza che richiama l’attenzione sulla fragilità del mare e sull’urgenza di soluzioni più sostenibili.
Fondazione Marevivo, Castalia e CoNISMa- in collaborazione con l’Università Politecnica delle Marche e IRIS - hanno promosso la sperimentazione, valutandone la capacità di offrire un’alternativa allo smaltimento tradizionale. Green Plasma permette infatti di "smaltire" i rifiuti direttamente in loco, abbattendo i costi e l’impatto ambientale derivanti dal trasporto in discarica.
Oltre alla tecnologia, Green Plasma introduce anche un nuovo paradigma: non solo si trasforma un rifiuto in risorsa, ma si crea anche un modello virtuoso in cui la possibilità di osservare la produzione di energia direttamente nei luoghi di raccolta incentiva comportamenti responsabili, riduce la necessità di stoccaggio e trasporto e contribuisce a sensibilizzare cittadini, operatori e aziende sull’importanza di una ridurre questo tipo di inquinamento.
Nel corso dei primi due anni, il progetto MER - Ghost Nets coordinato da ISPRA ha già permesso di mappare 157 ettari di fondale, ripristinarne 25, rimuovere oltre 400 attrezzi da pesca abbandonati - pari a 11 tonnellate di materiali plastici e metallici - e liberare habitat vulnerabili popolati da coralli, gorgonie, ricci, crostacei e numerose specie protette.
“La sperimentazione Green Plasma rappresenta un avanzamento significativo nella gestione delle reti fantasma - chiariscono i ricercatori dell'ISPRA -. Si tratta di materiali altamente degradati che rendono impossibile il riciclo attraverso le filiere tradizionali. Dimostrare che possano essere convertiti in un gas energetico direttamente nei luoghi di recupero significa introdurre un metodo di trattamento più sostenibile dal punto di vista ambientale e più efficiente sul piano operativo. Il modello Green Plasma è replicabile soprattutto nelle aree portuali deputate al conferimento degli attrezzi da pesca dismessi e pienamente coerente con gli obiettivi del PNRR e con le esigenze di tutela del Mediterraneo”.
“La rimozione delle reti fantasma è un’operazione complessa e delicata, che richiede un’accurata valutazione delle condizioni del fondale e delle comunità presenti prima, durante e dopo l’intervento – spiega il professor Carlo Cerrano del Dipartimento di Scienze della Vita e dell’Ambiente (DISVA), Università Politecnica delle Marche -: la permanenza prolungata degli attrezzi in mare favorisce, infatti, l’insediamento e il concrezionamento di organismi, con il rischio di danneggiare specie protette o di particolare pregio durante il recupero. Per questo i ricercatori del CoNISMa hanno seguito direttamente sul campo ogni fase del processo, garantendo il massimo livello di cautela e un costante controllo scientifico durante le operazioni di recupero. Ad Ancona, alcune gorgonie sono state rimosse durante la rimozione delle reti e sono ora mantenute in acquari nell’attesa di essere ricollocate”.