KYIV E ROMA
GEMELLE
AL TEMPO
DELLA GUERRA

All’inizio degli anni Settanta (mezzo secolo fa, quasi un’era geologica) mi capitò di andare a Kyiv. Era un viaggio in treno, un convoglio speciale per una “delegazia” di giovani comunisti. La città era molto bella anche se all’epoca non ci portarono a vedere le chiese con le cupole dorate. L’ostello affacciava sul fiume Dnipro, con le acque quasi azzurre davanti alla grande isola sabbiosa che si chiama Trukaniv. Era bellissima e davanti ai nostri occhi le persone prendevano il sole o facevano il bagno. Noi, abituati al nostro Tevere che è una specie di torrente o mezzo in secca o arrabbiato e gonfio, chiuso dentro i muraglioni degli argini che lo rendono quasi invisibile, eravamo meravigliati e stupiti. Ancora oggi – mi dicono – sul fiume ucraino si va come in spiaggia. Ma non tutto è uguale: la città che ho visto cinquant’anni fa si chiamava Kiev, il fiume Dnieper, si parlava ufficialmente russo e il grande ponte strallato che attraversa l’isola aveva sulla testata un inno di amore alla città di Mosca.


(Lilia Mochula - 'E poi era la guerra')


Sarà per questo che l’idea di guardare a Roma e Kyiv come città gemellate mi è sembrata subito strana e insieme interessante. Le città sono diverse tra loro (persino come percezione di sé) e i fiumi quasi opposti con quelle dimensioni grandi e pacate del Dnipro (a proposito, in italiano il nome antico del fiume era Nipro, accreditando la dizione ucraina e non quella russa del nome) e invece quelle ridotte del Tevere. Per non parlare dell’isola di Trukaniv piena di alberi e spiagge mentre la nostra isola Tiberina sembra una nave di pietra abbandonata tra le acque (in epoca romana aveva la forma di una trireme a ricordare l’imbarcazione dalla quale scese il serpente, simbolo di Esculapio, invocato dalla città colpita da una pestilenza).

Eppure il paragone è suggestivo e parte da qui l’idea di una mostra intitolata “Due fiumi due capitali” (l'ultima esposizione si è chiusa domenica 15 settembre allo Spazio Veneziano a Roma) che ha messo insieme artisti italiani e ucraini. È una idea di qualche anno fa, nata in piena pandemia quando non ci si poteva spostare e artisti amici, da una parte e dell’altra d’Europa, si scambiavano messaggi e call aspettando il momento di poter riuscire di casa a dipingere en plein air, perché anche questa è una caratteristica delle opere raccolte in mostra, quella di esser frutto di dipinti o di schizzi fatti in mezzo alle strade e non nel chiuso di uno studio.


(Ala Zarvanytska - 'In sospeso. Fino a data da destinarsi')


Poi. Poi è successo quello che noi non avevamo neppure immaginato. Il 24 febbraio del 2022 i carri russi sono entrati in Ucraina, le città, Kyiv tra queste, sono diventate campi di battaglia. La mostra è finita ieri, ma quel giorno è come cristallizzato in due opere di due artiste ucraine. Nella prima, una china che sta prendendo forma nelle mani di Lilia Mochula, si vede un intreccio di cupole e tegole, tetti della città vecchia, ma poi una grande macchia centrale, quasi che per la sorpresa e l’orrore la mano dell’artista avesse rovesciato il calamaio dell’inchiostro. Nell’altra Ala Zarvanytska stava colorando le foglie di un limone che incorniciava i palazzi e i monumenti romani quando la mano s’è interrotta, e il bianco dell’incompiuto ha preso il posto del verde e del ruggine. Le due opere si intitolano “E poi era la guerra” e “In sospeso. Fino a data da destinarsi”.

Ecco, senza alcuna immagine ad effetto, cos’è la guerra.

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