Ora che l’Italia del calcio è fuori dal terzo Mondiale consecutivo, la domanda sorge spontanea: chi pagherà questo ennesimo fallimento ampiamente annunciato? Non vorremmo schierare il plotone d’esecuzione, che porta pure male come si è visto con il referendum, ma ci sarebbe certo bisogno di una gigantesca ramazza che spazzasse via tutti gli incapaci che governano il pallone italico. Non solo il presidente federale, Gabriele Cuor di Leone Gravina, i suoi consiglieri e consigliori. Ma anche coloro che governano i club, quella Lega che non ha trovato nemmeno una giornata da dedicare a questa piccola nazionale e che chiede solo e soltanto una cosa: gli sgravi fiscali.
I presidenti, da Marotta a De Laurentiis, chiedono l’elemosina come tanti poverelli. E quando i governi, tutti i governi prima o poi lo fanno, allentano la borsa, quelli fanno marameo e aumentano le spese. Dovrebbero avere la dignità di andarsene tutti quelli che in tanti anni di disastri non sono stati capaci di buttare giù un paio di idee, un progetto per rianimare questo cadavere ormai putrefatto, per generare nuova vita con qualche riforma (la serie A a 18 squadre, il numero degli stranieri, i settori giovanili). "Dimissioni? Deciderà il Consiglio federale... Gattuso? Merita di restare", ha detto alla fine Gravina. Intanto già si fanno i nomi del vecchio Abete e di Matteo Marani, giornalista e presidente della Lega C. Il calcio italiano è da rifare dalle fondamenta, non è questione di tattica, di talenti e di allenatori. Certo Gattuso è modesto, a Gravina è stato imposto dal duo Buffon-Bonucci, in Italia c’è qualcuno migliore di lui. Ma è anche vero che altri si sono scansati. Non è colpa di Gattuso. Piuttosto: il calcio italiano è vecchio come i suoi stadi, come il suo gioco, noioso e inconcludente. Non meritiamo i Mondiali, anche questo prossimo ingordo Mondiale a 48 squadre, l’ultima mostruosità di Gianni Infantino, che andrà in onda la prossima estate in America.
Con la Bosnia abbiamo segnato il golletto e poi subito abbiamo rinculato, incapaci di imporre il nostro gioco: ma quale? Ne abbiamo forse uno? Bastoni ha compiuto l’ennesimo capolavoro di questa sua sciagurata stagione e si è fatto espellere a fine primo tempo, lasciando la squadra in 10 per tutto il resto della partita finita ai fatali rigori. Ci siamo divorati almeno tre gol, clamoroso quello fallito da Kean -che pure aveva segnato prima - dopo una fuga di 50 metri. L’arbitro francese Turpin, uno che deve essere una maledizione perché c’era sempre lui anche quando la Macedonia del Nord ci prese a schiaffi impedendoci di andare in Qatar, non ha tirato fuori un cartellino rosso per Muharemovic che ha frenato in malo modo una discesa di Palestra. E i telecronisti Rai a strepitare come le comari di un paesino. Ma sono dettagli che non contano nulla di fronte a questa ennesima apocalisse pedatoria. Siamo scarsi. Siamo mediocri. Siamo rimasti fermi all’81’ minuto di Uruguay-Italia del 24 giugno 2014, gol di Godin, anche lì avevamo un uomo in meno, buttarono fuori Marchisio, Suarez che faceva il vampiro e morsicava Chiellini. Prandelli disse subito me ne vado, così fece poco dopo Abete.
Fu l’ultima partita degli azzurri a un Mondiale di calcio. Da allora non contiamo nulla neanche politicamente, una volta avevamo Artemio Franchi, Franco Carraro, Antonio Matarrese, gente scaltra, volponi nei palazzi del potere. Adesso chi c’è? Il Nulla. C’è rimasto il pedigree, sei finali mondiali, quattro vinte. Ma a che serve? Nessuno andrà all’aeroporto a tirare i pomodori a Barella e compagni. Per fortuna, il Paese è cambiato. La serataccia in Bosnia ci scivolerà addosso come una goccia d’acqua e la schizzeremo via come se dovessimo fare un tiro con la pallina nella pista sulla sabbia. Ora abbiamo altri campioni da guardare: gli Antonelli, i Sinner, i Bezzecchi, quelli e quelle del volley, quelli dell’atletica leggera. E pazienza se i bambini non vedranno il Mondiale. Ormai sono diventati adulti. Ha ragione Gabriele Romagnoli a scrivere che questa storia delle generazioni private dei Mondiali sembra un telefono Azzurro 2. D’accordo, ma vuoi mettere un Mondiale di calcio?
Fuori ancora dunque, aspettando il 2030. Chissà, forse non sarà un caso che nel giorno in cui il vecchio Dzeko ci mette di nuovo dietro la lavagna, accade anche che a Milano ci siano nove persone, tra cui ex assessori, dirigenti e consulenti di Inter e Milan, indagati per "aver pilotato la vendita" del vecchio Meazza. E non sarà un caso che nello stesso maledetto giorno Zaynab Dosso, campionessa mondiale indoor dei 60 metri, dice a Cosimo Cito di Repubblica che la pista dell’Acqua Acetosa dove dovrebbe allenarsi è un disastro, piena di buche e buchette: "Facciamo noi le linee con il gesso, a Roma non ci sono impianti indoor". Viva l’Italia, l’Italia che resiste.