LE GRIDA DI VONN
ALLE OLIMPIADI
QUANDO LO SPORT
È (ANCHE) FOLLIA

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Le grida di dolore di Lindsey Vonn hanno squarciato le Olimpiadi bianche. Così impari a voler fare la protagonista ad ogni costo, cara Wonder Woman delle nevi. Avevi un ginocchio rotto, sì ancora un ginocchio, i chirurghi non hanno fatto che un cuci e scuci con questi tuoi benedetti ginocchi, nove operazioni e anche una placca di titanio nella gamba destra. Invece, ti sei buttata sulla pista delle Tofane, pochi secondi, per diventare all’improvviso un manichino blu e bianco senza controllo che rotola su se stesso, alza una nuvola bianca, si contorce, giace con la schiena sulla neve, le gambe aperte, gli sci ancora ai piedi. Avevi detto basta sette anni fa ma poi hai cominciato ad avere rimorsi, mi sento vuota senza lo sport ti lagnavi, non so che fare. E quindi hai voluto riprovare, hai addirittura vinto una gara di Coppa del Mondo, a St.Moritz a metà dicembre, a 41 anni, un nuovo record, di età questa volta.



Guadagni qualcosa come 7 milioni di euro per la pubblicità, chi te lo fa fare? Hanno dubitato anche che ti fossi fatta così male in quel posto maledetto che si chiama Crans-Montana, la Goggia e la Brignone tra le prime. Non avevi bisogno di fare un’altra Olimpiade, non avevi bisogno di massacrarti in palestra. Non meritavi di finire in un ospedale la tua vita sugli sci. A Treviso ti hanno operato e tutti dicono: ce la farà anche questa volta. Te la sei andata a cercare, aggiungono altri. La Vonn è stata vittima di se stessa e di uno star system che richiede sempre nuove prestazioni. È lo show business. Tuttavia, lo sport ha sempre avuto scintille di follia, al netto di quattrini e fama. E degli ego smisurati. Al limite del sacrificio.

Gail Devers, velocista e ostacolista di Seattle, tre ori olimpici e cinque titoli mondiali, soffriva di una grave disfunzione della tiroide, il morbo di Graves. Stava già male a Seul, 1988, dove si arrese solo nella semifinale dei 110 ostacoli. A Barcellona e ad Atlanta salì sul podio più alto dei 100 (contrastato arrivo in finale con Marlene Ottey). L’accusarono, anche sue compagne di squadra, di far uso di medicinali dopanti per curare la malattia ma lei si ribellò e si sottopose a cure massacranti di radiazioni. Arrivò a fare la quinta Olimpiade ad Atene 2004. Dawn Fraser, mitica nuotatrice australiana ma figlia di un falegname scozzese, ultima di otto figli, quattro ori tra il 1956 e il 1964, poco prima dei Giochi di Tokyo ebbe uno spaventoso incidente d’auto nel quale morì la madre. Lei fu costretta a portare a lungo un collare rigido ma scese in acqua e si prese i 100 stile. Andò oltre e denunciò la vita allegra nei Villaggi Olimpici, fumo, alcol, sesso. "Anch’io ho sempre fumato", rivelò. La buttarono fuori da ogni cosa. Perché la pazzia (o la ribellione) non si manifestano solo sui rettangoli di gioco. O sulle piste o nelle piscine.


(Cassius Clay)


Shirley Babashoff, 2 ori in staffette e 6 argenti, fu quella ragazzona americana, che fece sapere al mondo che le nuotatrici della Germania dell’Est erano imbottite di farmaci: doping di Stato. Le risposero: sei pazza, surly Shirley, scontrosa Shirley. Era matto anche Cassius Clay. "Non chiamatemi più Cassius Clay. Quello era il nome che un padrone bianco aveva trasmesso ai suoi schiavi. D’ora in poi chiamatemi Muhammad Alì…". Con lui c’era Malcom X, sette round e Sonny Liston disse basta così. Lui, Muhammad, 22 anni, divenne campione del mondo dei pesi massimi. Gigi Riva non si è mai tirato indietro anche dopo i pesanti infortuni che aveva subito. Marc Marquez ha corso sulla moto con una spalla rotta. Scott McTominay ha giocato fino a sabato con un tendine del sedere irritato e, contro il Genoa, con una caviglia pestata: non voleva lasciare il campo neanche per medicarsi, si è fatto buttare dalla panchina una bomboletta spray e si è spruzzato il ghiaccio sul piede dolorante. Federica Brignone è lì a Cortina, decima in discesa, dieci mesi fa era sotto i ferri.


(Gigi Riva)


Vivaddio, lo sport e l’agonismo sono anche questa roba qui. Anche in quest’epoca di smarrimento. Di soldi e di corruttela, di sponsor e di marcio. Di un insopportabile Var e di ex arbitri che insegnano ai giocatori come restare a terra, come buttarsi ad ogni tocco dell’avversario. Parola di Gian Piero Gasperini. Comanda il falso. Poi però Francesca Lollobrigida, pattinatrice di Roma, e già questo sembra una cosa surreale, scuole al Tufello, casa a Ladispoli fronte mare, appena vinto l’oro nel pattinaggio veloce, chiede del figlio, di Tommy, come la più tenera delle mamme: "Tommy, portatemi Tommy". Cose del genere ti riportano con i piedi per terra, fuori dall’iperuranio di certi ambienti dello sport o dello spettacolo, in una dimensione di vita quotidiana. Senti un asilo nido, una pasta al sugo, un vai a prendere il bambino al tennis. Così scopri che dopo il parto la Lollo (il nonno era fratello della Gina nazionale) ha usufruito – anche altre - di un progetto della Federghiaccio per sostenere la sua maternità, non solo contributi per le spese ma anche supporti logistici e familiari per facilitare la sua vita di mamma e atleta. Niente male. E che il ministero dello Sport ha stabilito 1000 euro al mese per quelle atlete che smettono l’attività per avere un figlio. Bene. Se tutte le donne, le future mamme (e i futuri papà) di questo Paese potessero beneficiare di qualche vantaggio, avremmo risolto qualche problema.

La Vonn è stata una star dello sci, uscire di scena è dura. Non ci sono pentimenti: "Non ho rimpianti – ha scritto su Instagram –, stare al cancelletto di partenza è stata una sensazione incredibile… lo sci è pericoloso… come nella vita corriamo dei rischi… sogniamo, amiamo, ci buttiamo… io ci ho provato".

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