Si potevano organizzare in Groenlandia queste Olimpiadi di Milano-Cortina, così una medaglia e un sorriso di Lindsey Vonn, nata in Minnesota, avrebbero potuto ammorbidire quell’insopportabile suo connazionale che abita alla Casa Bianca. Ci siamo. I Giochi invernali stanno per partire, i terzi in terra italiana dopo Cortina 1956 e Torino 2006. Sono una sorta di rivincita contro chi non volle le Olimpiadi estive a Roma nel 2024. Un togliersi gli schiaffi da faccia. Con Giovanni Malagò gran mossiere, l’assegnazione avvenne nel giugno 2019 al tempo del governo giallo-verde, il Conte I che in quell’estate traballava, con i Cinque Stelle che non sapevano che pesci prendere: prima applausi all’idea e poi fischi, a Roma no e a Milano-Cortina si.
Si comincerà venerdì 6 febbraio con l’apertura a San Siro. La chiusura il 22, prima domenica di Quaresima, il tempo della purificazione. Ma è difficile che lo sport moderno si depuri, si penta del peccato di gigantismo rappresentativo ed economico. Anche qui, si prevedeva una spesa di 1,4 miliardi, ora si parla di 5,7 miliardi. Ma Andrea Abodi, ministro dello Sport, ha continuato a dire che è falso: "Non possiamo parlare di costi fuori controllo… Milano-Cortina non costa più di 5 miliardi perché 3,7 miliardi sono di investimenti sulle infrastrutture, qualcosa che rimarrà nei territori per chi ci vive e lavora…". L’Ufficio Studi di Banca Ifis sostiene che l’impatto sul sistema economico nazionale e territoriale è da stimare in circa 5,3 miliardi per benefici diretti, turismo e infrastrutture. Rimarrà anche la pista di bob (di slittino e skeleton) a Cortina, un’opera che ha richiesto la distruzione di centinaia e centinaia di alberi, larici, cosa che ha fatto incavolare non solo gli ambientalisti.
E le hanno chiamate Olimpiadi green. Le piste di bob non servono, costano (questa sui 160 milioni ma poi pare che ci sia stato un risparmio di 48 milioni), rimangono inutilizzate perché sono pochi quelli che salgono sui bolidi della Formula 1 sul ghiaccio. È accaduto a Cesana Torinese dopo il 2006. È successo anche a Cortina, dove la vecchia pista che vide i trionfi di Eugenio Monti è finita in malora. Anche all’estero accade la stessa cosa.
Il carosport ha investito anche i Giochi. I biglietti per le gare oscillano dai 100 ai 450 euro, i prezzi degli alloggi per un fine settimana vanno dai 2000 di Cortina ai 300/400 di Milano. L’Avvenire nei giorni scorsi ha sottolineato che potrebbero esserci 1000 volontari in meno a causa dei costi degli alloggi e delle chiamate in ritardo. Quello che si avverte è che c'è un frenetico sforzo per completare i lavori. Ma non basterà un’ultima mano di pittura. Secondo Francesco Gottardi, che ne ha scritto sul Foglio del 10 gennaio scorso, sulle pagine web di Simico - l’azienda pubblica dei ministeri delle Finanze e dei Trasporti che gestisce 98 cantieri -: "… 16 opere risultano concluse, 51 in esecuzione, 28 in progettazione e 3 ancora in fase di gare". Non poche le criticità delle strade attorno a Cortina: due nuove gallerie, a Tai e Valle di Cadore, non sono agibili, forse apriranno il 26 gennaio. All’Arena Santagiulia di Milano (hockey), ci sono ancora molti lavori da completare, il terzo anello e la pista secondaria di allenamento non sono finiti.
Il presidente del Coni, Luciano Buonfiglio, vuole almeno 19 medaglie. Le vittorie di questi giorni di Nicol Delago nella libera di Tarvisio e di Giovanni Franzoni nel SuperG (e terzo in discesa) a Wengen, l’oro agli Europei di domenica scorsa della portabandiera azzurra Arianna Fontana nei 1500 metri di short track fanno pensare bene. Torna alle gare Federica Brignone 292 giorni dopo il terribile incidente dell’aprile scorso quando si sfasciò la gamba sinistra in Val di Fassa. Ma non sa ancora se farà solo la portabandiera oppure se sarà anche ai cancelletti di partenza. "Non posso fare programmi… La paura è che qualcosa non funzioni nella mia gamba, ho ancora dentro tutta la ferraglia". Poi Sofia Goggia, Dominik Paris per la discesa e SuperG, Federico Pellegrino per le gare sprint di sci nordico, Stefania Costantini e Amos Mosaner per il curling, Charline Guignard e Marco Fabbri per il pattinaggio.
Intanto a movimentare la vigilia c’è stata la figuraccia degli “ori dimenticati”, come ha titolato la Gazzetta dello Sport. Perché tra i 10.001 tedofori hanno infilato di tutto, influencer, cantanti, stelle e stelline e altri fenomeni del baraccone ma si sono scordati di atleti che hanno portato lustro al blasone sportivo italico. Non li hanno chiamati per portare la fiaccola. Ad esempio, quelli dell’oro della staffetta di Lillehammer, Silvio Fauner, Maurizio De Zolt, Giorgio Vanzetta. Ma anche Piero Gros, oro in slalom a Innsbruck nel 1976, uno della Valanga Azzurra con Thoeni, Stricker, Schmalzl, Pietrogiovanna. Hanno cercato di rimediare all’ultimo momento ma Gros ha detto no. C’e stato lo scaricabarile tra la Fondazione Milano-Cortina e il Coni poi Malagò, presidente della Fondazione, ha promesso che avrebbero rimediato. Allo stesso tempo si è appreso che Massimo Boldi veniva escluso dai 10.001. Boldi che porta la fiaccola? Non ci credeva nemmeno lui ma in un’intervista al Fatto Quotidiano gli è scappata una battutaccia da cinepanettone, quelli girati anche a Cortina, rivendicando che l’unico sport da lui praticato era quello con la f..a. Benvenuti ai Giochi di Cipollino.