LA GRANDE ABBUFFATA
IL PALLONE
SOTTO L'ALBERO

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Siete grotteschi, grotteschi e disgustosi, diceva Andréa Ferréol nella “Grande abbuffata” di Ferreri, perché mangiate se non avete fame? Domanda che potrebbe essere rivolta a tutti noi in questi giorni pantagruelici di Natale. Così come potrebbe essere rivolta al calcio che ha sempre più fame di soldi. La grande abbuffata: questo è il titolo nei giorni dei panettoni e degli struffoli e, soprattutto, di tanto pallone. Si è da poco giocata una giornata di campionato dimezzata per via delle quattro che avevano altro da fare in Arabia e poi la Supercoppa di Alì Babà dominata dal Napoli (2-0 al Bologna nella finale con due gol di Neres). Sabato 27 è di nuovo Serie A come nel fine settimana dopo Capodanno. Non è una novità: nelle ultime due stagioni palla al centro a Natale e Capodanno. Adesso c’è anche un turno infrasettimanale che si giocherà a cavallo della Befana, tra il 6 e l’8 gennaio: in sostanza 30 partite di Serie A in tredici giorni. I calciatori, come i cricetini che corrono contenti sulla ruota, obbediscono. Ci vorrebbe qualche ribelle come Jean-Marc Bosman, la cui caparbietà trent’anni fa rivoluzionò il calcio. O un Socrates con la sua Democracia corinthiana. Forse basterebbe l’intelligenza di Platini.



Se uno scorre gli almanacchi però, scopre che nella lontanissima stagione 1955-56, quella che diede il primo scudetto alla Fiorentina, la squadra di Virgili e Montuori diretta da Fuffo Bernardini, la dodicesima giornata si giocò intorno alle feste di fine d’anno, anzi cinque partite vennero disputate proprio il giorno di Natale: Fiorentina-Triestina 1-0, Genoa-Inter 4-3, Padova-Bologna 3-1, Spal-Napoli 1-2 e Torino-Roma 2-1. E il turno successivo si disputò con i botti di Capodanno tra il 31 dicembre e il primo di gennaio. Ancora: nel dicembre del 1960, quando avevamo cominciato ad ascoltare da poco “Tutto il calcio minuto per minuto”, le 18 squadre della Serie A andarono in campo mentre le famiglie si riunivano per il pranzo di Natale. A metà degli anni Settanta il calcio si impose uno stop, si scendeva in campo soltanto all’Epifania. Il riposo venne cancellato con il Boxing Day nel 2018, quando cominciammo a scimmiottare la Premier League e la Nba che celebrano il clou della prima parte delle stagioni di calcio e basket attorno al Natale.

A differenza del passato oggi si gioca a ritmi forsennati, partite back to back. È iniziata anche la Coppa d’Africa, che va in scena ogni due anni e dopo il 2028 avrà cadenza quadriennale ma soltanto perché hanno pensato bene di introdurre un altro torneo continentale simile alla Uefa Nations League. Le federazioni africane sono quelle che hanno eletto ai vertici Blatter e Infantino, bisogna lasciarle fare. Si chiama voto di scambio. Poi è di questa settimana la notizia che per il Mondiale dell’anno che sta per iniziare, un’altra scorpacciata di gare, ci sarà un montepremi record. La Fifa ha approvato un contributo di 620 milioni di euro da distribuire per i Mondiali 2026: 558 milioni di euro (+50% rispetto al Qatar 2022) saranno assicurati come montepremi tra le 48 squadre che prenderanno parte alla competizione. Più nazionali, più ricavi dai diritti televisivi e la vendita dei biglietti negli stadi - che sono proibiti ai poveracci - hanno portato a questi budget. Quindi, ha riassunto “Calcio e Finanza”: "Ogni nazionale qualificata riceverà un minimo garantito di 10 milioni di euro per la sola partecipazione: …chi conquisterà il titolo mondiale potrà incassare ulteriori 50 milioni". Frechete…!


(La Supercoppa italiana)


Così noi nel nostro piccolo andiamo a Riad a giocare la Supercoppa, gli arabi pagano bene. Alla vigilia abbiamo letto di stadio esaurito e di folle di tifosi sauditi impazienti di vedere il Milan o l’Inter, il Bologna o il Napoli. Accendendo la tv abbiamo invece visto dei luccicanti seggiolini gialli vuoti e poi delle comparse addobbate con qualche sciarpa e un po’ di bandiere per le telecamere (che nella riprese della finale tra Napoli e Bologna sembravano guidate da un pazzo: inquadrature in ritardo su quel che succedeva in campo, immagini dall’alto che non facevano capire nulla, un disastro). Insomma, una ridicola messinscena per molti dollari in più. Altro che spot per il nostro calcio. E uno continua a chiedersi: perché? Perché andare a giocare a Riad? Perché andare a giocare in Australia una partita di campionato (Milan-Como) arbitrata da un arbitro non italiano? Alla fine il folle progetto è stato cancellato perché la Lega calcio ha fatto un passo indietro e ha considerato inaccettabili le richieste della Confederazione asiatica. Ma Ezio Simonelli, il presidente della Lega, ci ha provato fino all’ultimo ad andare a giocare a Perth e, anche dopo il sofferto no, ha continuato a dire: "Un’occasione persa per il nostro calcio".



Una brutta storia, una figuraccia. E una offesa verso coloro che vanno allo stadio sacrificandosi e pagando un biglietto salato. Poi, certo, a volte sarebbe meglio che certa gente rimanesse fuori da stadi e palazzetti. A vita. Perché, ad esempio, anche nel mondo straordinario e ricco di successi del nostro volley (l’ultimo di Perugia, mondiale di club, dopo le ragazze di Scandicci e le due nazionali iridate), succede che una donna nata venticinque anni fa a Roma da genitori del Sud Sudan venga insultata dai suoi stessi tifosi. È capitato ad Adhu Malual che ha denunciato sui social le urla razziste contro di lei che gioca in A1 con il Monviso:"Ho giocato in casa ma non mi sono sentita a casa". Che tristezza.

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