Quando Paolo Mantovani, storico presidente della Sampdoria, pensò ad una sfida tra i campioni d’Italia e i vincitori della Coppa Italia su suggerimento di Enzo D’Orsi, giornalista del Corriere dello Sport, non immaginava lontanamente che circa quarant’anni dopo il trofeo si potesse giocare nel deserto tra le luci rutilanti e i grattacieli di Riad. Ma è lì che Napoli, Milan, Inter e Bologna da giovedì 18 a lunedì 22 dicembre cercheranno di arricchire le rispettive bacheche aggiudicandosi la Supercoppa italiana (in tv su Italia1 alle ore 20). Sul piatto ci sono una paccata di milioni che servono a ossigenare le asfittiche casse dei club nostrani: 1,6 milioni vanno alle due squadre che perdono le semifinali; 4 a chi perde la finale e 8 a chi la vince. Tutte le altre società di Serie A si spartiscono altri 8 milioni circa.
E chiamali fessi, avrebbe detto Totò. Perché questa è la Supercoppa, un grande affare che già negli anni Novanta si giocò fuori dall’Italia (negli Usa) quando era una sfida solo fra due squadre per poi toccare nel corso degli anni vari Paesi, dalla Cina al Qatar alla Libia. Due anni fa la Lega calcio siglò un accordo con gli uomini di Mohammad bin Salmad per 92 milioni per giocare ancora quattro edizioni. In Arabia ci va anche la Liga spagnola che intasca ben 42 milioni. Lo sport business non ha inquietudini morali e lo sportwashing, cioè il darsi una ripulita per migliorare la propria immagine, ha esaurito il Dash per la lavatrice. Il detersivo non serve più. Lo sport è un asset, una voce economica che deve produrre profitti. Buttate al secchio il romanticismo e l’agonismo duro e puro. Da un bel po’ siamo atterrati sul pianeta Trantor, al centro dell’Impero Galattico. Asimov diceva che la fantascienza ha il grande merito di educare la gente ai cambiamenti. Infatti siamo in piena science-fiction.
Ma è dura. Il calcio è soltanto la punta dell’iceberg. Il tennis, il volley, il basket (a proposito, adesso in Europa arriva l’Nba), il rugby... nessuna cosa è più come prima. Tutto lo sport è capovolto. Ogni cosa è cambiata - anche in meglio, va detto - e va veloce, come questi nostri tempi. Ma non è sempre così. In questi casi, il consiglio è (per quelli come me nati a metà del Novecento): trattenere il vomito e prendere un Maalox.
Dissero: il Var risolverà ogni cosa. Infatti, non passa domenica che non ci si azzuffi su questo o quell’episodio. Certo, accadeva anche Avanti Var. Così il calcio è diventato un altro sport. Sembra una seduta spiritica, un balletto del Bolscioi, una esperimento da laboratorio. Chiamiamolo: New Football Game. Se Loftus Cheek si appoggia appena con le mani sul difensore avversario, l’arbitro annulla il gol di Pulisic e il Var non dice nulla. Nell’altra area Pavlovic tocca il piede di Cheddira, rigore ad occhio nudo, ma l’arbitro non è in giornata e il Var è andato a prendere un caffè. Se Zaccagni alza la gamba e il piede sfiora la caviglia dell’avversario, l’arbitro estrae il rosso e il Var sta zitto. Quindi uno pensa che l’arbitro conti ancora qualcosa. No, perché potremmo citare un elenco infinito di episodi in cui il Var interviene (e non poteva farlo) e l’arbitro che aveva deciso una cosa è poi costretto a cambiare idea. Perché c’è il Var e poi ci sono i protocolli infarciti di arbitrese - linguaggio sconosciuto a noi poveri tifosi - che prevedono un milione di commi.
Non contenti di questo gran casino, adesso Collina, un Mule della trilogia della Fondazione del Nuovo Calcio, un signorsì perenne di Infantino, il lustrascarpe della Casa Bianca, vuole che si utilizzi il Var anche sui calci d’angolo. Fermate il calcio, voglio scendere. Ci si è messo anche John Elkann. Non solo imposta la Juve sui big data e sugli algoritmi di Comolli, ma a furia di vendere ad altri macchine e giornali espone all’incanto anche la Vecchia Signora. Così Tether (Make Juventus Great Again) è subito zompato sopra. La prendiamo noi, ecco 725 milioni, una miseria, hanno detto dal colosso delle criptovalute. Un tuffo al cuore anche per noi diversamente bianconeri. La Juve senza gli Agnelli è come ’o rraù senza la carne. Infatti John è subito intervenuto perentorio come un tackle di Koopmeiners: "La Juventus, la nostra storia, i nostri valori non sono in vendita", ha risposto con una ripartenza alla Guardiola. Venderà anche la Juve, dopo Repubblica e La Stampa, lo dicono tutti, ha ironizzato quel vecchio pirata di Moggi parlando con Salvatore Merlo del Foglio.
Più pesante l’ex presidente Cobolli Gigli ai microfono di Radio anch’io Sport: mi è sembrato che Elkann leggesse quella video-dichiarazione su un gobbo, non è stata una cosa spontanea. (E qui le battute sul gobbo che legge il gobbo potrebbero sprecarsi). Signora mia, non esiste più il calcio di una volta, come le mezze stagioni. Tra il Var e i rigorini, gli arbitri che fanno avanspettacolo, i megamondiali di Infantino e Trump, San Siro che va giù, le coppe e le coppette, il fuorigioco semiautomatico, Milan-Como in Australia a tutti i costi anche dopo tanti no, non ci si capisce più niente. Presto arriverà anche lei, la star IA, l’Intelligenza Artificiale che ha conquistato la copertina di Times.
Sarà in panchina e guiderà i calciatori. Che verranno nel corso degli anni via via sostituiti da tanti cyborg. Intanto il Pentagono ha messo in tasca a tre milioni di dipendenti un cervello artificiale potentissimo, ci informa Barbara Carfagna sul Sole 24 Ore: si chiama GenAI.mil, può caricare migliaia di rapporti di intelligence, video, riassumere minacce emergenti. E dettare così le scelte della politica. "Ti attende un futuro radioso", dice il papà nell’ultima vignetta di Altan sul Venerdì di Repubblica. E il figlio risponde: "Riuscirò a sbarcare il lunario?".