CULTURA A MILANO
UNA LENTA SCOMPARSA

Venerdì scorso ha inaugurato a Milano la mostra “De Nittis pittore della vita moderna”. Curata da Fernando Marzocca e Paola Zatti, è una bella mostra, di quelle che non si vedevano da un po’. È sincera, mantiene quello che promette. Le opere dell’autore in mostra sono tante – un centinaio di dipinti tra oli e pastelli – non le solite due o tre accompagnate da decine e decine di lavori di autori minori e poco interessanti che provocano il crollo delle aspettative dei visitatori e le conseguenti proteste. È illuminante, racconta Giuseppe De Nittis restituendogli quella dimensione ampia e internazionale che il giovane pittore di Barletta si guadagnò con abilità e talento. È autorevole, risultato di una ricerca accurata ma anche della fiducia riconosciuta ai due esperti e a Palazzo Reale da parte delle tante istituzioni che hanno prestato opere notoriamente fragili e difficilmente trasportabili.

(Giuseppe De Nittis, "Il ritorno dalle corse", La signora col cane - © Archivio fotografico del Museo Revoltella - Galleria d'Arte Moderna, Trieste)

Ci sono tutte le condizioni perché da qui all’estate (la mostra chiuderà il 30 giugno) un fiume di visitatori raggiunga Piazza del Duomo per visitarla. E quando dalla scala d’onore saliranno al primo piano per accedere al fiore all’occhiello della programmazione culturale comunale della primavera 2024, resteranno sorpresi come tutti coloro che hanno partecipato all’anteprima e all’inaugurazione. All’ingresso dell’esposizione li attenderanno due polverosi cantieri, con tanto di cartello regolamentare e reti di protezione per poter essere attraversati. La domanda se la sono fatta tutti gli invitati all’apertura e seguitano a farsela i visitatori: ma non c’era modo di celare i cantieri, magari con una qualche soluzione dell’allestitore della mostra o perlomeno di organizzare i flussi diversamente? Davvero non si poteva programmare e organizzare i lavori rendendoli compatibili con l’appuntamento tanto atteso? Un percorso dalle stalle alle stelle, verrebbe da dire. Che è pur sempre meglio del contrario, ma che poco si addice a una città che non smette di autocelebrarsi per il suo potere di attrazione e i record che macina a livello di presenza di turisti e visitatori da ogni parte del globo.

(Il palazzo dell'Arengario)

Il bipolarismo della cultura milanese, coi suoi alti e bassi, sembra tra l’altro caratterizzarsi più come fenomeno che come caso isolato. Proprio il museo accanto a Palazzo Reale, il Novecento ospitato in una torre dell’Arengario, negli stessi giorni in cui apriva De Nittis si è reso protagonista delle cronache culturali per un fatto assai spiacevole: la lettera appello della Fondazione Mudima contro la chiusura delle sale dedicate al Gruppo T. I fatti risalgono a gennaio. Tuttavia il cartello appeso all’entrata con l’avviso ai visitatori che “per motivi tecnici” alcune sale del percorso espositivo erano solo parzialmente visitabili, non aveva destato particolare interesse. In un museo dove i cambi di allestimento e di destinazione delle varie sale sono così frequenti da richiedere continue inversioni anche della direzione delle scale mobili, una simile comunicazione passa inosservata.

(Un interno del museo Novecento)

Ma la chiusura del quarto piano del Museo del Novecento non sembra per nulla temporanea. Come ha riferito Giovanni Anceschi – fondatore del movimento artistico insieme a Davide Boriani, Gianni Colombo, Gabriele Devecchi e poi Grazia Varisco – la sua opera “Tricroma” gli è stata restituita avvolta nel cellophane mettendo così fine al comodato d’uso di cui beneficiava il museo comunale. Certo la manutenzione di una pila di antichi catodi televisivi posti uno sull’altro e tutti sintonizzati su di un monotono canale dove va in onda in loop una sequenza di rosso, verde e blu non è semplice come quella di un dipinto o di una scultura immobile. Le risorse sono poche e il personale ancora meno. Tuttavia saperla nel salotto di casa del suo autore non fa onore al museo e a Milano. E soprattutto rende legittima la domanda che si sono posti tutti: ma allora da dove nasce l’esigenza di raddoppiare il museo, allargandolo alla seconda torre dell’Arengario per comprendere fantomatiche collezioni di arte contemporanea? Se le risorse e il personale non bastano per uno, perché farsi del male ulteriore?

Da molti anni la cultura a Milano non è la priorità di nessuna giunta. Tanto più di quelle di centro sinistra. I tagli in bilancio sono costanti fin dagli esordi della giunta Pisapia, sono proseguiti nel primo mandato di Giuseppe Sala e stanno diventando drammatici nel secondo. Al punto che al momento risulta a rischio persino la sopravvivenza delle gloriose scuole civiche di Milano. La cultura non è considerata fattore strategico di sviluppo e nemmeno elemento identitario. Si preferiscono bar, ristoranti e negozi ad animare la città. Eppure la storia di Milano insegna che proprio la cultura è stata il perno su cui fare leva nei momenti più bui come in quelli di massima speranza. La ricostruzione della città dopo la seconda guerra mondiale è iniziata dal Teatro alla Scala e celebrata dallo storico concerto dell’11 maggio 1946 con il ritorno del direttore Arturo Toscanini e dei musicisti e coristi ebrei cacciati a causa delle leggi razziali. In un altro momento critico per la città, il passaggio dalla Milano industriale a quella postfordista a cavallo tra gli anni '70 e '80 che coincise con il periodo d’oro della criminalità organizzata milanese e con il terrorismo, il sindaco Tognoli decise di non farsi intimorire, scelse di avere una città aperta e di portare la cultura ovunque, per tutti. Un modo per trasmettere fiducia, dare voglia di vivere e di fare abbattendo i muri sociali, economici e politici. Di questi tempi ci si accontenterebbe anche solo di qualche idea in più e di qualche licenza commerciale in meno.

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