LEONETTA CECCHI PIERACCINI
LA FORZA
DI NON CHIEDERE SCUSA

(Particolare da 'Autoritratto: Lo studio dell'artista, 1929)

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Io adoro leggere autobiografie, epistolari e diari: sono curiosa delle vite altrui. D’altra parte, la mia traiettoria professionale — prima come giornalista e poi come psicoterapeuta — affonda le radici proprio in questa attitudine. Ho passato una vita intera a scucire le trame delle storie altrui, prima con la penna della cronista e poi con l’ascolto della clinica, cercando di capire dove si nascondesse il nodo del destino.

Leggendo le Agendine di Leonetta Cecchi Pieraccini (1911-1929, Sellerio 2015 e Corso d’Italia 11. 1930-1945, Sellerio 2025), ho sentito di aver trovato pane per i miei denti. In lei, la curiosità non era un vezzo intellettuale ma una postura dell’anima: la capacità di abitare il dettaglio — il colore di una stanza, l’inflessione di una voce, il non detto di un carteggio — e dargli dignità di storia. Perché, a ben vedere, la curiosità non è che l’anatomia dell’attenzione. È quella forma suprema di ospitalità mentale che ci permette di far spazio all’altro senza pretendere di definirlo.

Se dovessi darle un nome, la chiamerei "lo sguardo dell’archeologo del presente": la volontà di scavare sotto lo strato superficiale degli eventi per rintracciare i battiti del cuore che li hanno generati. La curiosità è il filo che cuce la memoria al desiderio: ci fa sentire meno soli nel tempo perché ci insegna che ogni vita, se guardata con la giusta luce, è un’opera aperta.

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Leonetta è stata una figura di straordinaria modernità, capace di muoversi tra i grandi intellettuali del suo tempo senza mai perdere la propria voce nitida. Nata nel 1883, sposò nel 1911 Emilio Cecchi, anno in cui iniziano le annotazioni pubblicate da Sellerio; ma fin da piccola aveva avuto l’attitudine ad annotare ciò che le capitava. Come scrive il nipote Masolino D’Amico nell’introduzione: “Era la regista dell’intensa vita sociale del marito con i protagonisti della cultura e dell’arte; ma era anche una notevole pittrice, allieva stimata di Fattori... le sue agendine spaziavano dal diario personale alle occasioni con personaggi di alta levatura culturale (Croce, Chesterton, Sibilla Aleramo, Ungaretti, Moravia) [...] di cui riportare un momento tipico o un capriccio... il tutto con una nitida scrittura oggettiva, con un sensibile umorismo, senza mai volersi atteggiare a protagonista o a giudice ma senza nemmeno rinunciare alla propria indipendenza di pensiero.”

Sono molteplici le tracce che si possono seguire nei due volumi. Scelgo per prima quella della gelosia e della sofferenza, perché mi è assai familiare. Scrive Leonetta poco dopo il matrimonio, quando scopre che "Em" (così chiama il marito nelle agendine) ha iniziato una relazione con Grazia Deledda: “Amare la famiglia, perché ci lascino padroni di amare chi è in fondo al nostro cuore. Sì, lo so, è questo... Ma io non sono, io non voglio essere questa 'famiglia': io mi ribello, io grido, io dimentico di essere stata mamma, dimentico di doverlo ancora essere, perché prima di ogni altra cosa sono stata e sono donna, sono stata e sono amante. [...] Io non sono la donna della legge... mi sento crudele, atroce, vorrei distruggere qualche cosa. [...] Io, io sono la colpevole: io sono la vittima e la colpevole. Mi sono abbandonata alla felicità della vita, ho creduto di poterla godere così senza paure e senza fatiche... ed è matrigna, nemica, invece, a chi non sa esserle figlio.»

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(Emilio Cecchi con la moglie Leonetta Cecchi Pieraccini, 1964 - foto di Giovanna Borgese
Istituto Nazionale per la Grafica )

Le Agendine sono un tessuto fitto dove il dolore convive con l'ammirazione e la cronaca spietata. Seguire la traccia della Leonetta tradita significa esplorare una ferita che non è solo sentimentale ma d’identità. Emilio non nasconde, né dichiara: "Lascia capire". È una forma di onestà che diventa tortura psicologica. La curiosità di Leonetta, che vorrebbe "leggergli fino in fondo", si scontra con una parete di nebbia voluta. “Come dunque non devo sentirmi offesa, se penso che egli mi lasciava salutandomi: 'Addio, amore mio grande', per muovere incontro all’altra, alla quale avrà detto, certo, con accento più appassionato e più caldo: 'Buon giorno, amore mio grande'? "Io ho perdonato, sono malvagia ad analizzare così: ma che è il perdono? È forse dimenticanza, storditezza, allegria? Il perdono è molto doloroso, perché è il reprimere nell’amore tutto l’odio, il disgusto, l’amarezza che un’offesa ci ha messo nell’anima".

In un mondo di tradimenti taciuti, Leonetta cerca nelle altre donne una conferma: "Sono solo io a soffrire così o è il destino di noi tutte?". La curiosità diventa qui una ricerca di sopravvivenza e di solidarietà femminile. "Tutti gli uomini ingannano, più o meno, le proprie donne: è stato sempre così, sarà sempre così, e prendiamo con remissione ciò che la vita ci dà. [...] Stiamo allegri. In 'Guerra e pace', il Tolstoj fa dire a un uomo sposato: 'Un marito può forse amare la propria moglie? Io non ti amo... E tuttavia se mi vedo solo senza di te mi sento perduto... Amo forse il mio dito? Evvia, dunque! Io non lo amo. Ma se si tenta di tagliarmelo...' "

Mi si perdonino le tante citazioni, ma non sarebbe giusto parafrasarla: le sue parole sono scelte con troppa cura. Come quando racconta di una gita al golfo di Baratti in cui, alla domanda indiscreta: "Emilio le è fedele?", risponde con un secco e tranquillo "Affatto", raggelando l'interlocutrice che cercava di compatirla.

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(Doppio ritratto di donna, 1936, di Leonetta Cecchi Pieraccini)

Esiste un parallelo sottile tra la violenza psicologica subita in casa e la violenza della Storia,che dà forma alla traccia che potrei chiamare politica. Mai ideologica, seppure carica di valori. Leonetta osserva Mussolini come un personaggio teatrale: ne coglie la "maschera", la mascella tesa, l'artificio di una virilità esibita, annotandone la decadenza con la precisione di chi guarda un quadro che si screpola.

La cerchia di intellettuali che frequentano i Cecchi non è antifascista né fascista. Tra questi c’è spesso Margherita Sarfatti, donna che Leonetta stima. La più importante delle amanti di Mussolini. Saranno poi la guerra e le leggi razziali a farle provare ribrezzo per l’uomo. La guerra è la fine di un mondo estetico: è il freddo nelle stanze di Corso Italia, la ricerca del cibo, il rumore dei bombardamenti, gli amici che muoiono, quelli che devono fuggire da Roma occupata dai tedeschi.

In quel caos, la curiosità si fa resistenza civile. E scopre l’orrore della violenza in cui sono vissuti per un ventennio. Quando Leonetta distoglie lo sguardo dalle ombre di Emilio, la sua attenzione si posa sui figli — Suso, Ditta e Dario — con una nitidezza che commuove. In loro cerca il riscatto della propria femminilità compressa, studiandoli con un'ammirazione che è quasi un'indagine antropologica. Se Emilio è l'enigma che la addolora, i figli sono la risposta che la consola. Attraverso di loro, trasmette la sua eredità più grande: la capacità di osservare il mondo senza mai distogliere lo sguardo.

"Dario mi ha chiesto: 'Mamma, te, a te, ti piaci?' ". Leonetta non è rimasta a baciare la terra chiedendo perdono per la propria ricerca di felicità. È rimasta in piedi sotto i portici della sua coscienza, annotando con cura ogni crepa del regime e ogni battito del suo dolore. Ha usato la curiosità come una bussola tra due tempeste — quella pubblica della storia italiana e quella privata del suo cuore — trovando nei figli la forza per non lasciare che la "matrigna" vita avesse l'ultima parola.

Ha smesso di chiedere scusa e ha iniziato a pretendere dalla vita la verità. E forse è proprio qui, in questo passaggio dalla colpa alla consapevolezza, che la sua storia diventa la storia di tutte noi.