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di
MASSIMO CECCONI
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Albert Camus, 'Lo Straniero', pagina 1: “Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so. Ho ricevuto un telegramma dall’ospizio: 'Madre deceduta. Funerali domani. Distinti saluti”.
Lo stesso incipit del libro apre il film che François Ozon ha dedicato al capolavoro senza tempo dello scrittore francese, uno dei massimi del ‘900.
Algeri 1938. Una calda estate. Meursault (Benjamin Voisin) è un giovane senza apparenti qualità che conduce una vita anonima, tra casa e lavoro, senza passioni o interessi, in una città in cui il livello di convivenza sembra accettabile.
La morte della madre in un ospizio lo costringe ad affrontare un viaggio per partecipare a un funerale che non sembra procurargli alcun sentimento. Tanto meno lacrime.
Tornato ad Algeri, si reca al mare dove, tra un bagno e l’altro, prima amoreggia con Marie (Rebecca Marder) e poi la invita al cinema (dove gli indigeni non sono ammessi) per assistere alla proiezione del film comico “Le Schpountz” di Marcel Pagnol con Fernandel, con scambio di baci nel buio della sala, tra una risata e l’altra.
Coinvolto in una losca vicenda dal malavitoso vicino di casa Raymond (Pierre Lottin), Meursault uccide senza apparente motivo un ragazzo arabo.
Il processo che ne consegue lo condanna alla pena di morte per taglio della testa non tanto per aver ucciso un arabo, quanto per aver dimostrato prima e durante il dibattimento un distacco totale da affetti, sentimenti, convenzioni.
Fedele al testo di Camus, l’elegante trasposizione cinematografica di Ozon appare però quasi come un esercizio di stile in cui il rigoroso bianco e nero assume un carattere estetizzante e formale.
La misteriosa figura del protagonista sembra plasmata nella ineluttabilità del destino e nelle assurdità che a volte la vita riserva senza poter rendere cinematograficamente tutta la tensione e la fredda razionalità del testo originale.
Sarà banale sostenerlo ma, ancora una volta, il cinema non rende giustizia alla grande letteratura.
Nello specifico dell’opera di Camus, era già successo anche con la lettura che ne diede Luchino Visconti, con l’ausilio di Marcello Mastroianni e Anna Karina, nel suo “Lo straniero” del 1967.
Opera a detta di molti sbagliata.
Con tutto ciò il film di Ozon contiene anche spunti e occasioni di riflessione, calandosi in un mondo coloniale dove gli arabi hanno ruoli assolutamente marginali e dove il potere e la giustizia sono rappresentati dagli occupanti, il che rimanda a vicende a noi molto più vicine.
Per il regista il problema più evidente è definire sullo schermo la complessa figura di Meursault che di per sé è indefinibile e indecifrabile per il carattere anodino, per le sfumature di un personaggio sfuggevole, difficilmente classificabile.
Abbagliato dai raggi del sole, afflitto da apatia atavica, di insolita moralità, Meursault si avvia all’espiazione del suo delitto come se fosse cosciente della sua impotenza contro il mondo intero che nega la sua insofferenza, la sua algida inquietudine, la volontà di annientarsi in se stesso.
Nel definire i personaggi, il regista non è certo aiutato dagli interpreti principali, che sembrano non essere in grado di andare oltre un’ordinata recitazione, con esclusione di Pierre Lottin sufficientemente canagliesco per interpretare Raymond.
Dalla dimensione quasi farsesca delle fasi processuali, il finale del film vira, attraverso espedienti onirici, verso l’ineluttabilità della colpa di Meursault che diviene scelta, evidenziata anche dal crudo diverbio con un sacerdote andato in cella per portargli conforto.
A pagina 150 del romanzo, nell’edizione Bompiani del 1947 con traduzione di Alberto Zevi, si legge: “Perché tutto sia consumato, perché io sia meno solo, mi resta da augurarmi che ci siano molti spettatori il giorno della mia esecuzione e che mi accolgano con grida di odio”.
La fine è nota.
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