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di
MASSIMO CECCONI
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“Sino all’ultimo respiro” (À bout de souffle) di Jean-Luc Godard viene considerato dalla critica internazionale come uno dei più straordinari e spiazzanti film della storia del cinema.
L’idea del regista americano - con significativi precedenti - Richard Linklater di raccontarne quasi settant’anni dopo le fasi di realizzazione attraverso la simulazione del suo making of è, per certi versi, altrettanto sorprendente e spiazzante.
Parigi, 1959. Il corposo gruppo di giovani critici cinematografici che gravita intorno alla prestigiosa rivista Cahiers du cinéma scalpita per poter esordire dietro la macchina da presa.
François Truffaut (Adrien Rouyard) ci è già riuscito con “I 400 colpi” (Les Quatre Cent coups), così come Claude Chabrol (Antoine Besson) che hanno dato la stura a quell’ impareggiabile movimento del cinema francese che il mondo intero conosce come Nouvelle Vague.
Jean-Luc Godard (Guillaume Marbeck) non si sente da meno, cerca anche lui l’occasione per mettersi in gioco, e in mostra, con una sua regia.
Grazie all’amicizia con il produttore Georges de Beauregard (Bruno Dreyfürst) e alle conoscenze acquisite nella sua attività di critico, Godard ottiene l’agognata chance.
Per realizzare il suo primo cortometraggio si affida a uno scarno soggetto dello stesso Truffaut e alla fotografia di Raoul Coutard (Matthieu Penchinat).
Per interpreti principali sceglie il promettente giovane attore Jean-Paul Belmondo (Aubry Dullin) e l’ emergente star americana Jean Seberg (Zoey Deutch) che, in quegli anni, vive a Parigi dopo aver lavorato negli USA con Otto Preminger.
Il budget del film è ridotto all’osso e lo stesso Godard sembra avere dubbi e ripensamenti su come realizzare le scene che, in gran parte, vengono riprese per le strade di Parigi, senza sofisticati mezzi i tecnici.
Anzi, durante le venti giornate di lavorazione la troupe si presta a escogitare espedienti di varia natura e lo stesso regista si affida a improvvisazioni e intuizioni del momento. Ne deriva una realizzazione sincopata e sconnessa con la Seberg che vuole abbandonare il set perché non capisce le scelte/non scelte del regista.
La complice disponibilità, anche divertita, della troupe e del resto del cast permettono a Godard di portare a termine l’opera nei tempi previsti, preludio di una allure che ancora oggi avvolge il suo film d’esordio.
Cinema sul cinema e nel cinema, “Nouvelle Vague” potrebbe sembrare opera bizzarra, oltre che desueta, se non avesse dalla sua la capacità di ricostruire in modo attendibile un clima culturale assolutamente irripetibile.
Nel film compaiono personaggi straordinari dell’arte francese come Jean Cocteau e Juliette Greco; registi epocali come Robert Bresson, Éric Rohmer, Jean-Pierre Melville, Alain Resnais e Agnès Varda oltre a uno spigliato Roberto Rossellini che, dopo aver agguantato una manciata di tramezzini, chiede allo stesso Godard un prestito di denaro.
Realizzato in un rigoroso bianco e nero negli stessi luoghi in cui venne girato il film originale, “Nouvelle Vague” pone l’accento sugli espedienti della creatività per affermare l’originalità di un approccio con il mondo del cinema che certamente Jean-Luc Godard portava con sé.
Gioca qui anche un ruolo il bagaglio professionale del regista Richard Linklater, classe 1960, che con film come “Prima dell’alba” (1995), “Boyhood” (2014) e “Blue Moon” (2025) ha già lasciato schegge di intelligenza nel mondo del cinema.
La ricerca di credibilità del film si avvale anche della scelta degli attori convolti, tutti poco noti o alle prime armi, con esclusione di Zoey Deutch che ha già interpretato film importanti.
Nei panni di Godard, Guillaume Marbeck si destreggia con attendibilità, mentre appare a tratti eccessiva l’espressività un po’ caricaturale che Aubry Dullin imprime al personaggio, già di per sé esuberante, di Jean-Paul Belmondo.
La resa finale è piacevole e accattivante, nel tentativo riuscito di riportare sotto i riflettori un film che quasi settant’anni fa fece scalpore e provocò contrastanti discussioni.
“Nouvelle Vague” spinge anche a chiedersi se l’immortalità del cinema sia attendibile e/o auspicabile.
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