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Nella corsa matta delle metropoli, smagriti i sogni e fiorita la solitudine, ci si medica nei modi più vari, dall’uso e abuso di sostanze al consumismo compulsivo, dallo scrollo a manetta sullo smartphone ai siti di incontri. Interfacciarsi, coltivare una relazione? Manca il tempo. E così supplisce il mercato. A Tokyo e in tutto il Giappone vanno alla grande le agenzie - ce ne sono davvero a centinaia - che offrono familiari a noleggio, persone disposte a colmare vuoti interpretando una gamma infinita di ruoli. Il culto dell’apparenza esige un marito per un giorno? Ti serve un amico per giocarci insieme alla Playstation? Basta telefonare a “Rental family”, impeccabile società di servizi e titolo del dolceamaro film omonimo di Hikari, pseudonimo di Mitsuyo Miyazaki, nata a Osaka e artisticamente cresciuta negli Usa. Una commedia tra grottesco e umana distopia di rara delicatezza, scritta superbamente dalla regista con Stephen Blahut. Cento minuti (di quelli che in Italia non sappiamo più girare, Virzì e Sibilia a parte) in compagnia di Brendan Fraser nei panni di Philip Vandarploeug, omone americano che svetta tra i passanti della Ginza. A denotare una diversità non solo fisica.
Dopo sette anni nella capitale Philip, un passato da attore in filmetti di serie B, è piuttosto deluso dall’Altrove in cui si è rifugiato a suo tempo, ha trovato appena qualche scrittura per spot pubblicitari (quello dove impersonava un tubetto di dentifricio diventato supereroe dell’igiene dentale lo ha reso popolare), non si è integrato e ha con una prostituta (Tamae Ando) tanto professionale quanto simpatica l’unica relazione con un minimo di complicità.
I suoi risvegli nel microappartamento di periferia non sono accompagnati da un sorriso come accade al pulitore di bagni pubblici e filosofo autentico Hirayama (un indimenticabile Kōji Yakusho) in “Perfect Days” di Wenders. Philip si tuffa nel formicaio umano per andare a un’audizione, mangia da solo in localucci vecchi, dall’atmosfera meno anonima di un fast food, se la sfanga senza infamia e senza lode. Sopravvive. E Fraser è perfetto nel ruolo di un uomo qualunque poco accattivante, si conferma abile nei mezzi toni, da loser con gli occhioni spauriti senza possibilità di riscatto.
In Giappone l’apparenza e la reputazione sono la legge, ciò che gli altri vedono, la facciata, è la corazza del decoro opposta alla libera espressione dei propri sentimenti. Mentre il nostro americano “Lost in translation” (qualcuno si ricorderà lo spleen di Bill Murray a Tokyo nel film di Sofia Coppola) è emotivamente più caldo, ha un deposito di sentimenti nascosto da qualche parte e che che spunterà fuori causandogli guai dopo aver accettato - era l’ultima spiaggia - di lavorare come “figurante” alla Rental Family diretta dal volpone Shinji (Takehiro Hira), in squadra pure Aiko (Mari Yamamoto), avvenente ragazza con l’aria tosta e il suo aiutante Kota (Fumiya Kimura), sempre agitato e pronto a regalare una faccetta buffa.
Come primo incarico, Philip dovrà impersonare il maturo sposo di una giovane che non vuole/può rivelare agli attempati genitori una semplice verità: è lesbica. Un po’ una truffa, però tutti rimangono contenti e Philip può mettere da parte gli scrupoli. Cinismo impossibile quando dovrà fingersi giornalista per intervistare Kikuo un vecchio attore dimenticato (Akira Emoto) in modo da sollevarlo dalla depressione. E soprattutto dopo l'incontro con la piccola Mia (Shannon Gorman, una rivelazione), bambina bisognosa di un padre perché una scuola esclusiva non accetta figli di madri single. Philip, partito da genitore per finta e per denaro, si affeziona presto a Mia però dovrà allontanarsi a missione compiuta. E per lui sarà crisi profonda, benefica, una rivoluzione interiore con punte di forte commozione anche nell’avventura vissuta a un certo punto con Kikuo nel nome di un antico amore.
Sono gli incerti di un mestiere non sempre eticamente sostenibile, c’è addirittura in “Rental Family” un insospettabile (non riveliamo chi) arrivato a noleggiare una moglie e un figlio per non tornare a sera in una casa vuota. Dove sta il confine tra il far stare meglio gli altri e illuderli? ”Rental family” è un po’ la versione soft, con teneri accenti, del drammatico “Another End” di Piero Messina, abitato da corpi sempre in affitto ma, grazie a una supertecnologia, imbevuti della memoria e della personalità di una persona cara morta all’improvviso, in modo da lasciare ai parenti un po’ di tempo per un commiato diverso e non certo migliore, viste le ovvie scosse emotive che ne derivano.
Philip alla fine, dopo aver imparato a inchinarsi non per convenienza ma per rispetto nel santuario shintoista prediletto da Kikuo, non rimpiangerà di aver rifiutato un ingaggio, miracolosamente spuntato, da attore vero e alla “Rental Family” qualcosa cambierà. I “freddi” nipponici dell’agenzia e il tenerone americano comprenderanno le reciproche diversità, l’incontro di differenze è sempre un utile esercizio di consapevolezza, alla faccia di tutti i Donald T. del mondo.
“Rental Family-Nelle vite degli altri” è il secondo lungometraggio di Hikari, dopo “37 seconds”, protagonista una ragazza disabile disegnatrice di manga. Partito senza troppe aspettative, questo secondo lavoro ha conquistato ovunque meritate fette di pubblico, Italia compresa (distribuisce Searchlight Pictures). Il tocco di Hikari è attento, la fotografia di Takurô Ishizaka, tra viadotti e ciliegi fioriti, interminabili code di auto e antichi giardini sarà pure levigata e oleografica nelle riprese dall’alto, però è fortemente suggestiva, al pari delle musiche di Jónsi e Alex Somers, nel giro degli islandesi Sigur Rós.
Insomma, siamo ben oltre il semplice feel-good movie e Brendan Fraser si prende il film a mani basse, confermando la rinascita dopo l’Oscar nel 2023 con “The Whale” di Darren Aronofsky. Mica male per un attore che nel suo carniere aveva sì la trilogia kolossal della “Mummia” ma anche l’inclassificabile “Puzzole alla riscossa”.
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