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MASSIMO CECCONI
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All’origine c’è il romanzo omonimo di Giuliano da Empoli, con grandissimo successo di vendite dalla sua uscita nel 2022, a cui il regista Olivier Assayas si attiene con diligenza, aiutato nella sceneggiatura da Emmanuel Carrère, noto conoscitore della realtà russa, che compare anche nel film in un cameo. Il “Mago del Cremlino”, da titolo è Vadim Baranov (Paul Dano), personaggio di fantasia ispirato alla figura di Vladislav Surkov, che è stato un intimo collaboratore di Putin, che qui assume le sembianze un po’ imbarazzate di Jude Law.
Negli anni della caduta del regime sovietico, in piena frenesia liberatoria, Baranov è un giovane intellettuale rampante, appassionato di teatro e di arte varia che, autore per la televisione dell’oligarca rampante Boris Berezovskij (Will Keen), viene coinvolto da quest’ultimo nell’impresa non improba di convincere Vladimir Vladimirovic Putin, allora direttore del FSB (già KGB), a intraprendere una carriera politica più appariscente.
In quegli anni al potere c’è Boris Eltsin, provato dalla vita e dall’alcool, di cui Putin, grazie al sostegno dei nuovi ricchi, diviene il predestinato successore (1999-2000). Secondo il magnate televisivo, Putin avrebbe dovuto rappresentare un malleabile burattino nelle mani degli emergenti padroni dell’economia russa, ma tutti sappiamo che non è andata proprio così.
Nella fasi iniziali del film è proprio Vadim Baranov, ormai ritiratosi a vita privata, a raccontare a un ricercatore americano (Jeffrey Rowlands) la sua militanza al fianco di Putin - che nel film compare dopo circa un’ora di proiezione - di cui diviene un ascoltato spin doctor, quasi un novello Rasputin. All’origine di tutte le scelte politiche ed economiche dello “Zar”, come viene comunemente chiamato, ci sono le intuizioni e le convinzioni di Baranov, esperto sui generis di comunicazione, che sembra incarnare l’anima nera di un potere che, in pochi anni, si fa conoscere, tra l’altro, per la guerra in Cecenia e l’annessione della Crimea, oltre ai prodromi dell’attuale conflitto in Ucraina.
Il film racconta con dovizia di particolari, anche con utilizzo di immagini di repertorio, le vicende dell’affondamento del sommergibile Kursk, le alleanze con oligarchi vari che molto spesso diventano pericolosi nemici, le fantasmagoriche, per quanto improbabili, olimpiadi invernali di Sochi sul Mar Nero, le repressioni interne e la tracotanza del nuovo potere russo. Tra gli altri, fanno capolino nel tragitto putiniano personaggi come Evgenij Prigozin, che da “cuoco di Putin” si trasformerà in caporione del Gruppo Wagner, Eduard Limonov e i motorizzati oltre che famigerati “Lupi della notte”.
L’unico personaggio femminile è Ksenija (Alicia Vikander) che naviga a vista nella scelta di frequentazioni che le possano garantire successo e prestigio, perfettamente in linea con i suoi tempi. “Il mago del Cremlino-Le origini di Putin” si configura insomma come un intenso “bignami” di oltre trent’anni di storia russa recente, senza esprimere particolari giudizi negativi ma anche senza esaltare la figura di un potente uomo politico che, ancora oggi, imperversa con la sua presenza.
La complessità della storia va però ricercata da altre parti. Non mancano certo luoghi comuni come la vodka che scorre a fiumi, i colbacchi e tanta, tanta neve. Regia non ingombrante di Olivier Assayas, per la prima volta alle prese con un kolossal storico, e interpretazioni di qualità, soprattutto grazie alla imperturbabilità di Paul Dano e alla freddezza di Jude Law. Si tratta, per altro, di dichiarata opera di finzione, anche se la fantasia spesso neppure sfiora la realtà. Quando echeggia uno sparo, la vicenda si chiude dopo 156 minuti non irreprensibili ma accettabili.
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