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SIRÂT
OPERA ESTREMA
FRA RAVE
E CAMPI MINATI

di MASSIMO CECCONI


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In una landa desertica del Marocco è in corso un rave party al quale partecipano centinaia e centinaia di persone, stordite e avviluppate da una musica reiterata, insistita, assordante, liberatoria. Ore e ore di estasi coreutica collettiva che coinvolge, esalta e annienta, complice l’uso di alcool e sostanze.



Tra i danzatori in trance si aggira Luis (Sergi López), un uomo anziano accompagnato dal giovane figlio Esteban. Entrambi distribuiscono alle persone presenti riproduzioni fotografiche di una giovane donna che stanno disperatamente cercando. La figlia dell’uomo e la sorella più grande del ragazzo ha fatto perdere le sue tracce ormai da qualche mese, lasciando detto che si sarebbe recata in Marocco per partecipare a un rave. La ricerca infruttuosa spinge padre e figlio, dopo che il rave è stato annullato dall’intervento dell’esercito, a seguire alcuni irriducibili frequentatori di questo tipo di esperienza estrema che intendono recarsi verso sud per partecipare a un’altra festa nel deserto.



Inizia così un viaggio ai limiti dell’impossibile, dove sette persone, due cani e tre precari automezzi si addentrano in territori sempre più impervi e pericolosi, sino a ritrovarsi nel bel mezzo di un campo minato in cui la vicenda assume un’ulteriore piega tragica. Nel finale, i superstiti dell’allucinante esperienza si ritrovano stipati con altri passeggeri sul tetto di un affollatissimo treno che attraversa il deserto.



Film apocalittico, “Sirât” il cui significato nella cultura araba, tra i tanti, allude anche al sottile confine esistente tra il bene e il male, si manifesta in un racconto a tinte fortissime, divisivo, persino disturbante e repellente. Nella parte iniziale del film, la musica sparata altissima da enormi casse acustiche determina con ossessione estrema una sorta di danza macabra alla quale non ci si può (o non ci si vuole ) sottrarre.



Nella seconda parte subentra il silenzio assoluto del deserto e lo strazio a cui vengono sottoposte le vite umane in un viaggio alla fine del mondo che annichilisce per la violenza, la crudezza e la lucidità del messaggio. Il messaggio? L’umanità sta cadendo in un baratro senza fine rappresentato dalle guerre e dall’incoerenza nichilista dell’uomo. La ricerca della verità, o di barlumi di essa, termina ineluttabilmente in una spaventosa strada che attraversa le montagne più aspre o in un campo minato dove giocare a scacchi con la morte.



Dirige con convinzione visionaria Oliver Laxe che esalta qui il suo spirito indipendente e libertario. Tra i produttori, non a caso, compare Pedro Almodovar, mentre Sergi López è l’unico, peraltro eccellente, attore protagonista laddove gli altri adulti del cast, assolutamente attendibili nel ruolo, provengono dal mondo stesso dei rave. “Sirât”, dopo aver vinto il Premio della giuria all’ultimo Festival di Cannes, è ora in corsa per l’Oscar, in rappresentanza della Spagna, nella categoria del miglior film straniero. Opera estrema, durissima, suscita disagio ma costringe a una salubre riflessione sui destini del mondo. Da recuperare assolutamente, se vi è sfuggito.

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