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di
MASSIMO CECCONI
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Ecco un film per certi versi sorprendente, ambientato in una Roma insolita, autunnale e crepuscolare, che si rivela in vie e piazze che non appartengono al solito immaginario un po’ scontato e spesso caciarone. Una Roma perfettamente sottotono e sobria che si permette angoli intimi, appartati, nascosti e per questo decisamente più autentici e attendibili. Anche il fiume non sembra lo stesso di decine se non di centinaia di altri film, altre sponde, altri scorci meno frequentati e sfruttati.
Una Roma dalle belle case antiche dove la luce entra con perfezione visiva e accompagna una storia fatta di piccole cose ma finalmente genuine.
La storia. Lei (Alba Rohrwacher) e lui (Elio Germano)sono una giovane coppia alle prese con la crisi del settimo anno. Lei è apatica, riluttante, insofferente. Lui stenta a capire cosa le stia succedendo e sembra anche non prendersene la briga, di capirlo.
Marta è un’insegnante di educazione fisica, un po’ frustrata un po’ scoraggiata, alla ricerca di una definizione di sé meno precaria e di un ruolo esistenziale un po’ più gratificante. Antonio fa il cuoco, o lo chef come si usa dire ai nostri giorni, in una innovativa piccola trattoria di cucina romana. Per gli impegni di lavoro di entrambi si frequentano poco e stentano anche a condividere il loro tempo libero.
Per paradosso lei mangia schifezze di ogni tipo aprendo il frigorifero e ingurgitando ciò che di peggio vi può trovare. Lui non riesce a correggerla, o meglio ad aiutarla neanche in questo. Va da sé che la vicenda precipiti sino alla separazione che è tanto dolorosa quanto irrimediabile.
Lei, che si sente tradita, si vendica digitando in rete perfide recensioni sulla trattoria del marito. Il calvario di lei è più evidente, quello di lui rimane più nascosto a appartato. Quasi infastidita dall’invadenza della sorella, Marta frequenta un collega simpatico e positivo, entrambi alle prese con adolescenti in crisi alla ricerca di se stessi.
Lei, che gira la città in bicicletta, trasferisce il suo bisogno di compagnia su una sagoma cartonata, raccattata per strada, di un artista pop coreano. Lui, che gira Roma in moto, si confida con il socio e con una ragazza che lavora in trattoria, senza alcun secondo fine.
Quando si scopre che lei ha un tumore al quarto stadio, la svolta obbligata che ne consegue non degenera mai in melodramma. La malattia viene affrontata, quantomeno in apparenza, con dignitosa e cosciente condivisione, anche reprimendo una replica scomposta all’ansia che monta e che assale.
Dopo un disperante e doloroso abbraccio con il marito su un solitario lungotevere, il commiato definitivo si consuma quando la sagoma cartonata prende corpo, esce di casa e saluta quasi con allegria. Il tocco fantastico finale non stona affatto con una narrazione pudica e attenta, dove gli affetti e i sentimenti sono valori veri, dove la morte è affrontata con maturità e consapevolezza. Là sul tavolo della cucina di casa restano tre piccole ciotole di terracotta, mute testimoni del tempo che si è appena concluso.
Liberamente tratto dall’ omonima ultima raccolta di racconti pubblicati in vita da Michela Murgia, “Tre ciotole” - dal 9 febbraio su Sky - è sostenuto da una più che onesta prova di regia di Isabel Coixet che accompagna gli interpreti a un faticoso lavoro di introspezione e di ricerca di autenticità. Di grande spessore la recitazione di Alba Rohrwacher, sempre sotto le righe, sempre sussurrata malgrado il suo personaggio, dentro di sé, vorrebbe gridare al mondo la sua infelicità.
Elio Germano, pur in secondo piano, si conferma interprete ricco di sfumature umane, doloroso e dolorante giusto quanto la misurata parte richiede. Insomma, un film che fa i conti con le circostanze della vita senza abusare mai nei toni.
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