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MARTY SUPREME
PING PONG
TRUFFE
E NY VINTAGE

di ANDREA ALOI

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New York, primi anni Cinquanta, c’è qualcosa di meglio per una storia di vita tosta e bizzarra? Marty Mauser, ragazzo ebreo newyorchese cresciuto alla dura scuola del Lower East Side, ha la parlantina sciolta e sa improvvisare diversi generi di truffe, un tipetto così avrebbe fatto la fortuna del laido Fagin di “Oliver Twist”, il vecchio ricettatore a capo di una banda di “bambini perduti” nella Londra dickensiana. E per impersonarlo in “Marty Supreme” il regista quarantenne Josh Safdie ha fatto una scelta azzeccata, puntando su Timothée Chalamet, un divetto molto richiesto, ideale per il ruolo con quella faccia da bravo figliuolo che ti guarda con gli occhi tristi mentre ti sfila il portafogli. Marty è povero, ha una classica madre ashkenazita lamentosa (Fran Drescher) e si sta facendo strada nel negozio di scarpe di zio Murray, “riuscirei a venderne un paio anche a un amputato”, dice. Ma diventare manager dell’impresina non gli basta, sa di essere un fuoriclasse del ping pong e il fosforo non gli manca, vuol mangiarsi il mondo, far soldi. Costi quel che costi, per gli scrupoli morali passare in un’altra vita.



Josh Safdie, cantore nei suoi film precedenti in coppia col fratello Benny di una Grande Mela dai molti bachi, durissima, tossica, nei 150 minuti ben governati del suo primo importante lungometraggio in solitaria riassume un mondo di bar fumosi e cattive compagnie, sfide sportive e scommesse degno quanto a cornice di “Mean Streets” di Scorsese, una palestra dove i colpi bassi sono la regola, tutti conoscono tutti e l’american dream assomiglia a una battuta per niente divertente. Puntando su un antieroe abbastanza odiabile e superbo, però carico di una energia disperata e di uno spiritello caustico di prima classe, ispirato a un grimpeur sociale realmente esistito, Marty Reisman, proverbiale imbroglione diventato stella del tennis da tavolo mondiale. Istrione, furbo, strenuo sostenitore della classica racchetta hardbat, dura, senza rivestimento in gomma; e il nostro Marty in questo è fedele all’archetipo narrativo. Dopo aver ingravidato nel retro del negozio di zio Murray la dolce Rachel (Odessa A’zion) e preteso in modi poco ortodossi la paga per sostenere le spese di viaggio ai mondiali di ping pong a Londra, arriva alla finale contro il giapponese Koto Endo (Koto Kawaguchi). Un match bollente, non sono passati molti anni da Pearl Harbour, guerra nel Pacifico etc.



Koto vince, Marty sbraita contro la presunta irregolarità della racchetta con rivestimento soft del giapponese e la federazione americana di tennis tavolo non gradisce: il talentone del Lower East Side è il giocatore di punta della nazionale. Non solo, si è autossegnato una stanza di lusso al Ritz e non l’ha pagata. Il “puffo” da 1.500 dollari lo insegue a New York, dove Marty, tallonato pure da Rachel prossima al lieto evento, riprende il suo andazzo di truffatore, incastra gonzi nei bar fingendosi un novellino del ping pong e poi li spiuma, chiede una ricompensa indebita all’inconsolabile padrone di un cane perduto senza tener conto che si tratta di Ėzra Miškin (Abel Ferrara), malavitoso di una certa reputazione. Poi diventa - non per soldi ma per denaro - il Bel Ami (o un Barry Lindon senza epica, fate voi) di una molto ex stella del cinema, Kay Stone (Gwyneth Paltrow, voto 8) in procinto di tornare sulla scena a teatro in virtù dei finanziamenti del marito Milton Rockwell (Kevin O’Leary), volpone del business che vorrebbe ingaggiarlo per un match combinato a Tokyo contro Koto, idolo locale predestinato a vincere. Rockwell produce penne stilografiche e l’incontro gli serve per entrare con la fanfara sul mercato giapponese.



Marty rifiuta, lui è un campione e non si abbassa, anche se ha accettato di esibirsi da funambolo-clown della racchetta nell’intervallo dello spettacolo di basket con gli Harlem Globetrotters. Si calerà presto e letteralmente i pantaloni umiliandosi davanti al tycoon e in Giappone ci andrà. Saranno sorprese (da non spoilerare). Il resto è il menu abituale nella vita di Marty, fughe, bugie, pallottole. Chissà, a un impunito simile la paternità potrebbe far bene. Per rispondere al fratello Benny, a sua volta regista in proprio col recente, ben riuscito “The Smashing Machine”, solida incursione “realista” nel mondo delle arti marziali miste e dei muscoli gonfi con Dwayne “the Rock” Johnson ed Emily Blunt, Josh Safdie ha puntato su un attore di forte spicco. E, sostenuto da un finanziamento di 70 milioni di dollari da parte di A24, la ditta indie mai impegnata su cifre così alte, ha radunato una squadra di eccellenze, facendosi accompagnare in sceneggiatura da Ronald Bronstein, più il solito Daniel Lopatin, musicista di Brooklyn, alla colonna sonora, il mago Darius Khondji alla fotografia e alla scenografia Jack Fish (in “Killers of the Flower Moon” il suo ultimo exploit). Alle somme, questa New York di Josh Safdie un po’ perde in ruvidezza e sincerità rispetto alle precedenti prove, del resto succede quando si entra nei dorati binari del mainstream. E nel confronto con “The Smashing Machine” di Benny sta dietro di almeno una incollatura.



“Marty Supreme” grazie a una ricostruzione d’epoca eccezionale immerge comunque a dovere nella New York sordida, caldamente popolare degli anni Cinquanta, in un brulicare multietnico dove prede e cacciatori si giocano quotidianamente la buccia. Il film, forte di nove candidature, avrà carte da giocarsi agli Oscar. Chalamet rende al meglio, ma rimane il sospetto che, lasciando da parte quell’aura di supponenza, col suo fisico da eterno giovanotto (ora ha trent’anni) abbia, per così dire, un certo limite attoriale. E ogni confronto col Leonardo DiCaprio dello spielberghiano “Prova a prendermi”, giovane falsario e ladro d’identità braccato dall’agente Fbi Tom Hanks, sarebbe ingeneroso. Naturalmente, se in “A complete unknown” di James Mangold il bel Timothée riusciva prodigiosamente a cantare e suonare come Dylan, il prediletto di Hollywood qui a gioca ping pong da fenomeno mondiale dopo essersi allenato senza tregua. Controfigure? Nessuna. Ci creda chi vuole.



Distribuisce I Wonder di Andrea Romeo, ormai abituato a vincere molte scommesse (“Titane”, “Everything Everywhere All at Once”, “La zona di interesse” etc) puntando sul cinema di qualità.








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