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VENTI DELL'EST
E SCHIAFFI GAME
UN'ITALIA
DI PERDENTI

di ANDREA ALOI

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La miniera di piombo e zinco ormai è chiusa, gli anziani sono la maggioranza e tutto il resto è birra. Che vita si può menare fuori dal mondo o al massimo ai suoi confini, ai 900 metri di Cave del Predil, frazione di Tarvisio, un passo dal valico per la Slovenia? I 100 minuti leggeri con gusto e umori pungenti di “Ultimo schiaffo”, opera seconda del quarantottenne goriziano Matteo Oleotto, non raccontano mezze misure. O ti va noiosamente liscia o ti va di sfiga, come è capitato ai fratelli Petra (Adalgisa Manfrida) e Jure (Massimiliano Motta) abbandonati dal padre e con una madre in demenza dura all’ospizio e allora ci si incattivisce e si sta a galla campando i giorni tra lavoretti e zuppa serale in roulotte. Ci sono anche il prete bonario, il metallaro spacciatore d’erba, il fissato con le storie criminali ammannite dalla tv. Quel minuscolo borgo agli estremi d’Italia di vicenduole umane ne cova tante, pure grottesche ma pronte a tingersi di nero quando all’ombra dei boschi e della chiesa di Sant’Anna il destino porta sogni e tempeste.



Dopo il padovano Carlo Mazzacurati, tocca ora al feltrino Francesco Sossai col bellissimo “Le città di pianura” ed a Matteo Oleotto con questo “Ultimo schiaffo” far fischiare un vento dell’Est carico di echi potenti e sentori buffi di dissesto esistenziale, a siglare un tempo stratosfericamente lontano dalla immaginaria cittadina veneta di Rezega cantata da Pietro Germi in “Signore&Signori”, un vertice della commedia all’italiana. Era il 1966, i vizi, le gagliofferie e gli urli disperati alla luna erano quelli di una media borghesia affogata nella dittatura sociale del perbenismo, mentre i picari vaganti di Sossai e i residuati umani di Cave del Predil hanno i portafogli sgonfi. Però una certa arietta di rancido egoismo venata di idiozia è rimasta e la incarnano adeguatamente in “Ultimo schiaffo” la sferica signora Ines (Carla Manzon) e il nipote suo, curiosamente pugliese, Nicola (Giovanni Ludeno), un single gonzo innamorato dei reality a sfondo criminale.



La prima è proprietaria di un cagnolotto simpatico a nome Marlowe che si perde in un bosco e viene incrociato da Petra e Jure. I due fratelli, a conoscenza del dramma di Ines, se lo portano alla roulotte e Jure, tanto bonaccione e silenzioso quanto Petra è inconciliata con una vita di stenti e quel poco di guadagno che viene dallo loro “impresa” di tuttofare, si affeziona subito al cane, mentre il piano della sorella è un altro: chiedere un ricco riscatto e dare una svolta. Ines riaccoglie felice Marlowe, Petra vorrebbe riscuotere la ricompensa promessa dai volantini affissi nella parrocchia guidata da don Attilio (Giuseppe Battiston) un pretone di sapienza contadina impegnato a riscaldare i cuori dei pochi fedeli e a mantenere vivo l’oratorio, una delle rare occasioni di socialità del paese insieme alle scommesse clandestine nella cava abbandonata, gestite da un tipaccio sloveno (Primoz Pirnat) che mette a confronto maschi di stazza in trucide gare di schiaffi e, garantiamo, sono sventole da paura.



La vecchia, comunque, di soldi non ne scuce e di lì a poco schiatta in poltrona giusto la vigilia di Natale. La trovano Petra e Jure entrati notturnamente di soppiatto per portarsi via Marlowe e magari rubare qualche soldo. Come “I soliti ignoti” di Monicelli con la pasta e ceci, riusciranno solo, da perdenti patentati, a ingozzarsi di polpette e lasagne ai carciofi destinati al nipote atteso da Ines per il pranzo di Natale. E a finire in guai seri. La palla di neve diventa valanga quando Nicola si mette sulle loro tracce e i morti, compreso lo spacciatore, fioccano con un deciso effetto “Fargo”, la strepitosa dark comedy dei fratelli Coen, tra neve e sparse imbecillità. Le molte riprese dall’alto accompagnate da musica classica sottolineano l’affanno delle formichine umane immerse un paesaggio solenne, scelta anche facile e però efficace, Oleotto sa girare e l’aveva dimostrato col precedente, delizioso “Zoran-Il mio nipote scemo” del 2013, ancora con Battiston lì nelle vesti di un ex rugbista votato all’alcol e reso avido dalla prodigiosa mira con le freccette del giovane parente.



Piuttosto, detto tutto il bene possibile del montaggio di Giuseppe Trepiccione, “Ultimo schiaffo” latita abbastanza nei dialoghi (dello stesso Oleotto con Pier Paolo Piciarelli e Salvatore De Mola) tra Petra e Jure, un rapporto comunque dipinto “esternamente” a dovere: strazio e tenerezza tra gli ultimi della terra. Petra, oppressa da un debito causa marijuana, gioca, nel mezzo di una sarabanda di equivoci, la carta proibita conducendo Jure alla cava abbandonata per un duello di ceffoni. Il ragazzo ha infatti assorbito in precedenza una sberla, uscendone quasi indenne e forse merita puntarci su qualche euro. Si troverà davanti una montagna di muscoli. "Ahò, Bordignon mena! Mena, mena!”, diceva Artemio-Gassman, ex pugile suonato riportato sul ring dal bieco Guarnacci-Tognazzi nell’episodio “La nobile arte” dei “Mostri” di Dino Risi. Ed ecco servito in un finale in riva al mare l’altra suggestiva citazione testuale di un classico della nostra commedia, ma attenti alla sorpresa, Oleotto nell’ultima mezz’ora di film non sbaglia una virgola. Notevole la Petra di Adalgisa Manfrida, azzeccato il resto del cast che comprende pure Antonio Scarpa, interprete di un viscido infermiere ludopatico. Garbati i tappetini musicali di Luca Ciut dal sapore etnico.



Nella produzione italo-slovena sono coinvolti Pier Giorgio Bellocchio e i Manetti Bros, hanno finanziato Tucker Film, che distribuisce, e Rai Cinema.






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