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MASSIMO CECCONI
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Ai nostri giorni imperversa sugli schermi italiani il film “Buen camino” con protagonista e artefice il fin troppo esuberante Checco Zalone (Luca Medici all’anagrafe). Ci informano le cronache che alla data del 25 gennaio 2026 il film abbia incassato oltre 73 milioni di euro, somma che costituisce il maggior incasso di sempre di un film nelle sale cinematografiche italiane. Questo astronomico importo corrisponde alla vendita di quasi 9 milioni di biglietti che equivale, si presume, al numero degli spettatori (ci sta persino che qualcuno lo abbia visto più di una volta). Giusto per la cronaca, tale cospicua cifra non si avvicina neppure lontanamente al numero dei biglietti venduti a suo tempo per vedere il kolossal “Il dottor Zivago” (1965) pari a quasi 23 milioni. Per dirla tutta il film di Zalone, nelle classifiche di tutti i tempi in Italia, sarebbe oltre la cinquantesima posizione, e questo la dice lunga sul declino del cinema nel nostro Paese, almeno per quanto riguarda la frequentazione delle sale.
Questa digressione iniziale ci permette di azzardare che uno spettatore appagato e plaudente del film di Zalone/Nunziante dovrebbe essere legato alla poltrona per essere “costretto” a vedere “Leibniz”, la più recente opera cinematografica di Edgar Reitz. Reitz, classe 1932, alla eclatante età di anni 93 si è permesso di realizzare ancora un capolavoro che si aggiunge alla stupefacente saga di “Heimat” che, nelle tre stagioni realizzate tra il 1984 e il 2013, ha prodotto cinema per 3162 minuti a cui aggiungere i 231 minuti di “L’altra Heimat-Cronaca di un sogno” (2013), ultimo film realizzato dal prodigo e prodigioso cineasta tedesco. “Leibniz” è una sorprendente opera di cinema “filosofico”. Qualche reminiscenza scolastica porta a ricordare la teoria della monadologia che sta al centro del pensiero di Gottfried Wilhelm von Leibniz appunto (1646-1716), filosofo, scienziato, matematico e, persino, magistrato.
Personalità di genio acuto, uomo del suo tempo decisamente proiettato verso il futuro, Leibniz era dotato di cultura enciclopedica ed è considerato uno dei precursori dell’informatica e del calcolo automatico, oltre che inventore della prima calcolatrice meccanica. Alla fine dell’anno 1704, momento storico da cui parte la narrazione cinematografica di Reitz, vive a Hannover al servizio di Sofia del Palatinato, mentore della figlia Sofia Carlotta di Prussia, anche nota come la “regina filosofa”. Per devozione e riconoscenza, la regina chiede alla madre di commissionare a un pittore un ritratto di Leibniz, da lei considerato il suo educatore e il suo maestro di pensiero. Inizialmente il progetto viene affidato a un fatuo artista alla moda che, scontratosi subito con il filosofo, abbandona il campo anche per manifesta capacità creativa e interpretativa.
L’incarico viene quindi assegnato ad Aaltje Van De Merr che, sotto mentite spoglie maschili, è una pittrice fiamminga emergente di originale sensibilità. Durante la laboriosa lavorazione del ritratto, tra la donna e Leibniz si viene a stabilire una particolare alchimia d’intenti che porta entrambi a discutere e a dissertare intorno all’essenza dell’arte, al ruolo della pittura e ai valori più pregnanti dell’esistenza stessa. Nell’ambiente di un angusto studiolo seminterrato, l’artista e l’uomo di sapere intraprendono un viaggio a 360° intorno ai contenuti del sapere e della conoscenza.
Dopo aver preparato la tela in nero per poter poi far emergere in modo adeguato la luminosità dei colori, la pittrice ricerca con meticolosa precisione la giusta luce per far risaltare il ritratto, mentre Leibniz usa gli stratagemmi della ragione e del dubbio per manifestare le sue convinzioni filosofiche. L’improvvisa morte della regina spinge l’artista a distruggere l’opera quasi compiuta per sostituirla con un quadro di dimensioni minori ma illuminato dalla sua convinzione secondo cui ciò che non si sa si può comunque dipingere.
Edgar Reitz, con la collaborazione in coregia di Anatol Schuster, offre una grande lezione di cinema coraggioso e audace, senza alcun compiacimento e nessuna concessione allo spettacolo. Cinema puro, fatto di contenuti universali, immagini decisive, suoni e colori dove la luce assume una centralità che verrebbe da definire assoluta per definire e descrivere i procedimenti, le attese e le ambizioni di conoscenza dei personaggi ma anche del regista stesso. Cast all’altezza della prova con attori da noi quasi sconosciuti (ma si rivede Barbara Sukowa che ha lavorato a lungo con Fassbinder e Margareth von Trotta) e ottima fotografia.
Cinema rigoroso sul potere del pensiero e sull’essenza delle immagini per disvelare, o quanto meno stanare, la forza stessa del sapere, contro l’inganno delle false conoscenze. È quasi scontato che “Leibniz- Chronicle of a Lost Painting” sia possibile vederlo solo nei circuiti d’essai o alternativi (a Milano è stato meritoriamente programmato dalla Cineteca Italiana). Chi fosse interessato, senza essere incatenato alla poltrona, lo cerchi. Ne resterà soddisfatto nello spirito e nella visione. Grande cinema, tout court.
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