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Con “Buen Camino”, l’on the road redentore di un ricchissimo fannullone, fiero delle sue sei Ferrari e poco padre della figlia adolescente, Luca Medici e il suo alter ego buzzurro Checco Zalone hanno fatto bingo sulla via di Santiago di Compostela, confermando al botteghino l’alto gradimento di una maschera da Bertoldo 2.0, ignorante e grezzo ma astuto, una perfetta tipologia italica. I novanta minuti del film, distribuito capillarmente da Medusa in 990 sale, quasi una colonizzazione, hanno fruttato - cifra riferita al 18 gennaio - 68.823.069 euro, conquistando il record di film più visto di sempre in Italia, superando anche il primo “Avatar” di James Cameron, che totalizzò 68.600.000 euro.
Mancava nelle feste a cavallo d’anno un qualche cinepanettone o una di quelle commediazze scoraggianti e scoreggianti, molto caloriche e poco nutrienti firmate De Laurentiis (Filmauro) e Zalone ha fatto il pieno con un classico esempio di cinema per chi non va mai al cinema salvo Natale e giorni limitrofi. Solo un po’ più evoluto e benedetto dalla verve di un “animale” comico di assoluto talento, pure nel rimanere, come maschera, se stesso, non sempre riverente, a tratti acuto nel profilare il terrunciello ora incastonato e poi divelto dal posto fisso, ora mezzo fallito sorprendentemente sagace che spariglia carte e vita.
Diventare figure comiche riconosciute e iconiche è privilegio di pochi, c‘erano riusciti in coppia Boldi e De Sica, funzionavano, raccontavano, dentro i crismi del maschilismo più vieto, un’Italia col portafogli di Gucci e un sovrano disprezzo per froci e donne grasse. Poi, più che i presunti dissapori tra i due, poterono l’anagrafe e le vicende familiari di Boldi, travolto dalla perdita della moglie.
Tra i primi dieci film in assoluto per incassi, cinque hanno come protagonista lo showman pugliese (dietro a “Buen Camino”, “Quo vado?” con 65 milioni e rotti e “Sole a catinelle” con quasi 52 occupano la terza e la quarta piazza, mentre “Tolo tolo” e “Che bella giornata” stanno rispettivamente in settima e nona posizione). Il film d’esordio nel 2009, “Cado dalle nubi”, con 14 milioni è lontano dalla top ten. Era iniziato lì il sodalizio tra Medici e il produttore Pietro Valsecchi, proseguito come da contratto per cinque film e terminato col volo di qualche straccio e accuse al comico di venalità da parte del suo Pigmalione cinematografico.
Fatto sta che “Buen Camino” è stato prodotto da Indiana, ditta fondata da Fabrizio Donvito e Marco Cohen e lieta di celebrare venticinque anni di attività con un successo storico. Fatta una botta di conti, avrà pure brindato Luca-Checco, stavolta partecipe, oltre al cachet, con una percentuale sugli incassi. Altro colpetto di scena, il ritorno del regista Gennaro Nunziante, impegnato in sceneggiatura e al montaggio insieme a Zalone, che gioca da protagonista, come d’abitudine, pure nella colonna sonora, affiancato dal pianista Antonio Iammarino. Dopo “I uomini sessuali” e “Immigrato” è la volta di “Prostata enfiamada” (dopo i cinquanta può succedere pure ai multimilionari).
Anche in “Buen Camino” Checco all’inizio è un perdente però sui generis, multi-multi milionario in virtù del lavoro di papà, creatore di un impero del mobile ma poverello d’affetti veri e aridamente calibrato sull’iperconsumo ostentativo, le ville e la burrosa fidanzatuccia: “Anche mia moglie era modella, ma questa è un nuovo modello”. Giusto mentre Checco sta limando nella magione in Sardegna i preparativi per la festa dei cinquant’anni, faraonica nel senso vero del termine, con piramide megalomaniaca (si avvertono echi sparsi del cavalier Silvio e del suo vulcano), la figlia Cristal (una fresca Letizia Arnò) si allontana dalla casa in cui vive con la madre Martina Restelli (Martina Colombari), ex moglie dell’asino d’oro.
L’appartamento, di proprietà del gaudente milionario, è de luxe, ci ha messo radici un nuovo compagno, il palestinese Tarek (Hossein Taheri), un insopportabile intellò progressista che disprezza Checco come uomo e genitore, così ricambiato: “Sei l’unico palestinese che occupa Gaza, e sì Gaza mia”. Il pubblico in sala ride, mentre cala un silenzio di ghiaccio quando Zalone, raggiunta la tormentata Cristal sul Cammino di Santiago, dove si è tuffata per respirare un’aria diversa e migliore, entrando in una camerata dei pellegrini con letti a castello se ne esce con: “Sembra Schindler’s List”. Una sortita che voleva essere provocatoria e risultava imbarazzante.
In “Buen Camino” l’effetto comico è cercato e talvolta trovato nell’attrito fra il comune senso del pudore e il tamarro opulento, uno sgangherato Candido della ricchezza esagerata, preoccupato che la figlia non apprezzi le carte di credito Gold, annichilito quando Cristal (l’ha chiamata così in onore dello champagne preferito) amoreggia con una ragazza. Prima riluttante a marciare con gente che vengono da un altro pianeta culturale e umano, poi sempre più padre premuroso e partecipe.
Insomma, percorsi gli 800 chilometri del Camino più supplemento sino a Finisterre, sull’Atlantico, l’emerito gaglioffo si scopre migliore grazie all’amore per la figlia, il sentimento strappacuore e genuino vince italianamente sulla dialettica ricercata di Tarek (ribattezzato Star Trek da Checco) e i primi barlumi di consapevolezza condurrebbero il riccone a un tenero rapporto con la quarantenne e sensibile compagna di viaggio Alma (Beatriz Arjona) se lei non si fosse promessa a Gesù. La drammaturgia è semplificata e ritrita (il perfido si trasforma in uomo decente, il bene accarezzante/rassicurante trionfa, l’abnormità e l’eccesso non sono conturbanti, anzi) e Zalone-Medici la tempesta di gag spremendo fino in fondo il mismatch tra zoticaggine dorata e senso comune, trovando qualche sapore quando alza la posta del grottesco senza affondi triviali.
“Buen Camino” è costato 28 milioni di euro e i vari set allestiti lungo le tappe più importanti e suggestive del pellegrinaggio sembrano giustificare il budget. Secondo i dati Cinetel, il record di incassi non si spiega con gli spettatori - 8.562.320, sempre al 18 gennaio - ma con l’alto costo del biglietto, portato a 12 euro in alcune sale con zona “vip”. “Quo vado?” nel 2016 aveva introitato, come detto, una cifra simile a “Buen Camino” ma con quasi 10 milioni di spettatori.
L’anno si è chiuso con presenze in calo, benché lieve, e il cinema italiano ha tenuto, da “Follemente” di Paolo Genovese (17,9 milioni di euro) a “Diamanti” di Ferzan Ozpetek (9,8 milioni). Come possa aver portato in cascina 1 milione e 100 mila euro “Oi vita mia” di Pio e Amedeo rimane un mistero non glorioso. Quanto agli spettatori, il record italiano appartiene con 22 milioni e 900 mila presenze a “Il dottor Zivago”, anno 1965, seguito da “Il Padrino” con 21 milioni 800 mila nel’72 e “I Dieci Comandamenti”, 16 milioni e 800 mila nel ’56. Altri tempi, quando il cinema la faceva da padrone e dominava l’immaginario, senza confrontarsi coi palinsesti tv, le Pay, le serie, lo streaming.
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