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LA GRAZIA
SORRENTINO
RACCONTA
IL POTERE
E LA PIETAS

di ANDREA ALOI

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“La grazia”, undicesimo lungometraggio di Paolo Sorrentino, torna a muoversi, con accensioni meno barocche ma l’abituale prodigalità inventiva, nello spazio politico e lo fa attraverso una figura cardine della nostra accidentata contemporaneità italica. Dopo Andreotti con “Il Divo” e il rampante, corruttivo Berlusconi dei due episodi di “Loro”, è la volta di un presidente della Repubblica nominalmente non reale ma più che mai realistico, affidato, al pari dei due personaggi precedenti, a un formidabile Toni Servillo.



Mariano De Santis, fine giurista arrivato agli sgoccioli del suo settennato al Quirinale, vedovo poco consolabile da otto anni, è un estratto di pura democristianità, tiepidamente progressista, temporeggiatore, orecchio teso ai sussurri vaticani, saldamente fedele a un aplomb istituzionale che a molti oggi capita di rimpiangere. Mariano come Rumor, emblema della cautela scudocrociata, una figlia che addirittura si chiama Dorotea (Anna Ferzetti), a echeggiare la corrente di centro-centro della Balena Bianca e tre figlie di presidenti senza più consorte chiamate ad affiancare il padre per rappresentanza, Ernestina Saragat, Marianna Scalfaro e Laura Mattarella, quest’ultima giurista al pari della Dorotea del film, accompagnatrice nelle occasioni ufficiali ma pure ascoltata consigliera del Presidente, impaniato in una scelta urticante: dare il placet alla legge sull’eutanasia o dilazionare?



“Se non firmo sono un torturatore, se firmo un assassino”, dice De Santis e chiede privata udienza al Papa, un nero con trecce rasta e orecchino (gli dà gran spicco l’ivoriano Rufin Doh Zeyenouin), uso a vagare in motorino nei Giardini Vaticani. In Sorrentino la voglia (spettacolarizzante e innocua) di scompaginare le sacrestie è rimasta, a ogni modo questo suo pontefice non esce dal seminato e chiude ogni porta all’eutanasia: “Di chi sono i nostri giorni?”. Del Creatore, ovvio, per Santa Romana Chiesa.



Dorotea scalpita, accusa il padre di non avere coraggio. E non procede neppure l’iter delle domande di grazia, è del presidente il potere di concederla. I casi delicati sono due e riguardano una donna e un uomo ristretti da molti anni in carcere. Isa Rocca (Linda Messerklinger, due occhi di azzurra immensità) ha ucciso con diciotto coltellate un marito completamente fuori di testa che la tormentava non solo mentalmente, Cristiano Arpa (Vasco Mirandola) stimato professore di storia, ha messo fine ai giorni (appunto) della moglie malata di Alzheimer dopo averla assistita a lungo.



Dove abitano giustizia e verità? De Santis non vuole strappi, Dorotea rappresenta un nuovo che vuole marciare e sull’eutanasia non ha dubbi. Un padre e una figlia nel Palazzo del potere, confliggono sullo sfondo di temi spinosi. “La Grazia” ha una misura, un’efficacia non solita nello scavo di dolori e speranze, alte responsabilità e coscienza del tempo fuggito. Vivono grandi pene il compagno di Isa Rocca che ogni giorno va davanti al carcere, Dorotea quando avverte che ha sacrificato troppa vita al padre, Mariano struggendosi di rabbia e insaziata curiosità di sapere con chi la moglie lo ha tradito quarant’anni prima, un segreto custodito da Coco Valori, compagna di scuola del presidente, critica d’arte sboccata e impertinente. Milvia Marigliano ne dà un ritratto da applausi.



Poi nel film abbondano la fotografia suggestiva e i tripudi visivi, la composizione spaziale della rêverie del presidente quando pensa alla moglie Aurora, al suo incedere ammaliante su un argine nebbioso, è assolutamente mirabile, come certi austeri interni in chiaroscuri caravaggeschi dove si cala la solitudine di Mariano, in assoluto uno dei personaggi più torniti del regista. Il gioco dell’alto e del basso, della spiazzante incongruità a effetto, ad esempio col presidente che ascolta con le cuffie i rap di Gué sotto gli occhi di un corazziere, naviga peraltro in una drammaturgia potente: Sorrentino ha scritto un film bellissimo.



Pedinando il capo dello Stato dietro le quinte umanizza la figura pubblica e mostrandone la complicità col colonnello dei corazzieri (Orlando Cinque) e l’amabilità nei rapporti con lo staff sembra scompaginare l’aura delle istituzioni mentre invece la riconferma, ne ha nostalgia e non a caso, dato il frangente storico di diffidenza verso la politica e la rappresentanza in questa antisocietà digitalizzata. Per dire, mentre la vague meloniana sogna col premierato un ridimensionamento di fatto del presidente della Repubblica, Paolo Sorrentino ne elenca, a mo’ di titoli di testa, tutte le ampie prerogative sigillate nella Costituzione.



Ma cos’è la grazia? È anche percepire, sentire intimamente, oltre i codici, ciò che è umanamente giusto, ascoltare le ragioni della pietas. In Mariano De Santis, maestro del diritto penale, si accende una luce dopo aver assistito al nudo dolore, all’agonia di un cavallo delle scuderie dietro il Quirinale, una pura sofferenza rivelata. È il momento unico che fa la grazia.



Toni Servillo, Coppa Volpi a Venezia per la miglior interpretazione maschile, comanda i giochi da corpo attoriale senza limiti, furente, depresso, ingessato nell’aplomb istituzionale, stentoreo interprete di un canto alpino. Uomo finalmente più consapevole e generoso verso Dorotea e il figlio musicista Riccardo (Francesco Martino), quando ammette: “Un tempo i figli imparavano dai padri, oggi sono i padri che devono imparare dai figli”.



Portano l’impronta del regista - pure sceneggiatore e coproduttore con Numero 10 insieme a The Apartment e PiperFilm - il cast, ricco di volti non mainstream (ricordiamo anche Massimo Venturiello, Alessia Giuliani, Simone Colombari, Roberto Zibetti, tutti di formazione teatrale) e le musiche variegate, da “Aurora” di Alva Noto e Ryuichi Sakamoto a “Le bimbe piangono” di Gué, da “Trentatré” della fanfara della Julia col coro Ardito Desio a “Street Hassle” di Lou Reed. E questa è classe, è cinema d’autore totale per 133 minuti da non perdere.






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