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di
MASSIMO CECCONI
alla NEWSLETTER di foglieviaggi
“Da vicino nessuno è normale”, frase attribuita a Franco Basaglia ma certamente presente nel testo di una indecifrabile canzone di Caetano Veloso, potrebbe essere in estrema sintesi il senso di “Father Mother Sister Brother”, il film di Jim Jarmusch che, un po’ a sorpresa, ha vinto il Leone d’oro all’ultimo Festival del cinema di Venezia.
Il tema “famiglia” è al centro di una narrazione che, svolta da Jarmusch in tre episodi distinti, applica la scrittura minimalista dell’autore nella sua essenzialità.
“Father”. Primo episodio.
Da qualche parte negli Stati Uniti d’America, in una landa invernale e solitaria, due figli (Adam Driver e Mayim Bialik) vanno a fare una visita straordinaria al loro vecchio padre anafettivo (Tom Waits) che vive, sembrerebbe in perfetta solitudine, in una vetusta dimora dirimpetto a un lago e a una natura incontaminata.
Il padre accoglie i figli nella modestia trasandata di un soggiorno alquanto incasinato offrendo loro acqua del rubinetto. Si coglie, nelle battute e negli sguardi, l’imbarazzo dei tre personaggi che fanno persino fatica a trovare un comune senso nei discorsi intavolati, come fossero perfetti estranei.
La fine della breve visita viene vissuta da tutti come una liberazione, salvo sorpresina finale che qui si preferisce tacere per rispetto nei confronto dello spettatore ancora ignaro.
“Mother”. Secondo episodio.
In una confortevole magione di un quartiere residenziale di Dublino vive un’anziana signora di grande signorilità e fascino (Charlotte Rampling). Famosa scrittrice di bestseller, accoglie una volta all’anno le sue due figlie (Cate Blanchett e Vicky Krieps) per offrire loro una formalissima tazza di tè, accompagnata da qualche delizia dolce e salata.
Anche in questo caso i dialoghi sono limitati all’osso, senza alcuna partecipazione emotiva o affettiva da parte delle tre donne.
Altera e algida, la madre trasmette soggezione a due figlie che nelle rispettive vite sembrano non aver combinato granché.
La formalità dell’incontro si esaurisce ben presto con reciproche liberatorie soddisfazioni.
“Sister Brother”. Terzo episodio.
Lei (Indya Moore) e lui (Luka Sabbat) sono due fratelli gemelli nei quali sembra funzionare anche a distanza un rapporto di reciprocità.
Siamo in una Parigi anonima in occasione di un’ultima visita dei due giovani all’appartamento in cui hanno trascorso, sembra felicemente, l’infanzia con i propri genitori, recentemente morti in un emblematico incidente aereo.
Tra i due giovani corre affetto e intimità, in una coinvolgente immersione per elaborare il lutto nei fantasmi di un passato rappresentato da uno struggente appartamento vuoto in cui si coglie ancora l’amorevolezza dei genitori. Ma i sogni finiscono all’alba o quanto meno di fronte alla saracinesca di un magazzino che raccoglie mobili, oggetti e ricordi destinati a sbiadire nel tempo.
Verrebbe da dire: tutto qui. Ma non è poco. Il valore del film va ricercato nelle sfumature, nelle pause, negli sguardi e nelle cose non dette di personaggi annegati nel proprio io o destinati a ruoli secondari, senza speranza di riscatto o di risveglio.
Pur nella sua piccola grazia, è forse un film minore di un autore a cui si devono in passato opere di notevole spessore, tra cui il potente “Dead Man” (1995).
Cast portentoso in cui attrici e attori concorrono magistralmente a sottrarre anziché a eccedere. Esemplari Cate Blanchett, Charlotte Rampling e Tom Waits. Non da meno i giovani Indya Moore e Luka Sabbat che hanno già capito come funziona il giro del fumo.
Oltre al giochino di parole “Bob’s your Uncle” (frase idiomnatica per 'ecco qua, è fatta') per contiguità narrativa, l’autore si “diverte” a inserire in ogni episodio la presenza di skaters che disegnano il territorio nel quale si destreggiano, di quesiti sulla legittimità di fare un brindisi con acqua, caffè o tè, e il tormentone di orologi Rolex che, falsi o originali che siano, segnano il tempo che passa con qualche lentezza di troppo.
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