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BATTAGLIE
D'AMERICA
FRA PARODIA
E TRUMPISMO

di ANDREA ALOI

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Un’America da sghignazzare e da piangere, molto, in tutti e due i casi. Tanto da far dire a Spielberg: “Arrivi a un punto dove vuoi ridere, perché se non ti metti a ridere inizi a urlare”. Fidatevi del buon vecchio Steven, “Una battaglia dopo l’altra” è davvero una delizia di film, di più: è un capolavoro. Tra suore guerrigliere e suprematisti bianchi, un vecchio rivoluzionario stordito e un colonnello strepitosamente idiota e muscolato, caccia ai migranti e nuove resistenze, l’eclettico Paul Thomas Anderson sforna una croccante satira sociopolitica con dramedy familiare che inchioda alla poltrona. Il tutto in un magico equilibrio d’interpreti uno più azzeccato dell’altro, da DiCaprio a Benicio Del Toro a un Sean Penn assoluto, con gloriosi flussi narrativi contrappuntati dalle musiche di Jonny Greenwood dei Radiohead, un gran bel lavoro di piano e percussioni.



Ancora una volta il regista - qui anche sceneggiatore e alla fotografia, con Michael Bauman, il film è girato in pellicola - si è ispirato, dopo “Vizio di forma” del 2014, a un libro di Thomas Pynchon, “Vineland”. Anderson adora questo alfiere di un implacabile postmoderno americano sotto il segno del grottesco e sa farne ottimo uso. Mentre il libro è ambientato negli anni Ottanta reaganiani e ripercorre nei flashback dei personaggi le dure contestazioni (anche armate) al sistema e alla guerra in Vietnam degli anni Sessanta e Settanta seguite dal riflusso e dalle rivincite dell’establishment negli Ottanta, il film non è precisamente datato, prende le mosse dalle azioni del gruppo rivoluzionario French 75, protagonista della liberazione di centinaia di immigrati da un centro di detenzione in California, e, con un salto di sedici anni, arriva ai suoi reduci, spersi qua e là, braccati da un apparato militar-poliziesco con entrambi gli scarponi piantati nell’illegalità e in mano a un potere paranoico accanito contro i migranti, nel caso messicani, soccorsi da una nuova rete di militanti. Il riferimento agli agenti-incubo dell’ICE trumpiana, la Immigration and Customs Enforcement, non potrebbe essere più chiaro.



Pat Calhoun, per gli amici “Ghetto Pat” (Leonardo DiCaprio) era il maestro artificiere dei French 75, specialista in attentati dinamitardi alla rete elettrica. Molto stimato per questo da Perfidia Beverly Hills (Teyana Taylor), fanatica dal grilletto facile che, dopo la parentesi amorosa, l’aveva mollato con una bimba, Willa, per seguire il suo destino di erede di una stirpe rivoluzionaria nera. Femminista belligerante a tutto tondo, l’aveva salutato così: “La fica è per la guerra, è un’arma”. Perfidia era riuscita a sfuggire dalle grinfie del capitano antiterrorista Steven J. Lockjaw (Sean Penn) proprio sfruttando la passione di questo militare dall’erezione stentorea per le donne di colore. Nel film non viene dato per certo, ma con ogni probabilità Perfidia era stata poi uccisa da Lockjaw, bramoso - coi suoi tic, l‘andatura impettita, la pettinatura undercut con ciuffone centrale e il cerebro da quaglia - di essere accolto nei Pionieri del Natale, una ghenga segreta di ultraricchi e ultrabianchi, pretesi difensori dell’anima degli Stati Uniti da qualsiasi progresso civile e relative contaminazioni etniche. Un suprematismo nazi che sottopone i nuovi adepti all’Inquisizione del Doppio Uomo Bianco e non tollera meticciati. E se la piccola Willa fosse figlia sua?



Promosso colonnello per chiari demeriti umani, Lockjaw deve sciogliere il dubbio e se necessario sopprimere il frutto di un rapporto impuro. Passato il tempo dei fuochi artificiali e delle bombe vere, Pat Calhoun è diventato Bob Ferguson, vive con Willa, una ragazzina indipendente e sveglia (deliziosa Chase Infiniti) del tutto all’oscuro del passato di quel padre noioso che passa le giornate tra canne e birre con vestaglia presa a prestito dal drugo Lebovski di Jeff Bridges. La clandestinità lo ha segnato, ha paura di tutto ed è stato previdente: ha scavato un tunnel in casa per garantirsi una via di fuga, ciò che accade quando bussano gli sgherri di Lockjaw. E parte la fuga di Pat, sempre in vestaglia e arrugginito, con l’aiuto di Sergio “Sensei” St. Carlos (Benicio del Toro), a capo di un Santuario urbano ai confini del Messico in cui ospita clandestini. I fumi e i sogni della rivoluzione sono svaniti, Sergio è disilluso e però non molla, ha legami coi nuovi resistenti, ragazzi tecnologici molto woke e un po’ burocratici con cui Pat litiga al telefono perché non ricorda interamente le parole d’ordine e al centralino lo rimbalzano. Una gag strepitosa, da commedia generazionale degli equivoci, giusto l’opposto del Robert Redford reduce dei Weathermen ormai anziano e braccato nel tesissimo thriller “La regola del silenzio”.



Intanto Willa, sempre più confusa, travolta da una avventura mortale e inseguita da Lockjaw, si è nascosta, grazie a Deandra (Regina Hall), un’altra vecchia militante, nel convento del Prode Castoro abitato da suore. Sono vegetariane, coltivano marijuana e si allenano a sparare col mitra (il nostro Sorrentino, specialista in monache sui generis, non è mai arrivato a tanto). E il pandemonio finale, segnato da un padre in furente ricerca della figlia e completo di qualsiasi colpo di scena immaginabile, deve ancora iniziare.



Tra spruzzate da “Civil War” di Alex Garland ma con una guerra unilateralmente dichiarata dal Potere, “Una battaglia dopo l’altra” è venato dal senso del buffo e della peripezia dei fratelli Cohen, qua e là si fa commedia doc, sfoggia anche nei nomi delle rivoluzionarie (con Perfidia, ecco Jungle Pussy e Mae West, quest’ultima icona popputa e americanissima) personaggi estremi di paradossalità tarantiniana, a partire da Lockjaw, davvero un dottor Stranamore, come ha suggerito Spielberg, un robot mortifero che perde i pezzi ma non il piglio del militare tetragono e in fondo fesso. L’atto conclusivo con inseguimento a tre auto governato dal Caso e dove nessuno sa chi caccia e chi è cacciato, è stato girato nel più classico, assolato Sudovest cinematografico americano e con quel serpentone stradale a saliscendi tracciato nel deserto ha un’astrattezza e una sospesa, ansiogena purezza degna di Hitchcock.



Danzare per 160 minuti sul confine tra satira e dolenti note politiche è esercizio proibitivo per chi non è dotato di caustica intelligenza e di una completa padronanza di ogni registro. Paul Thomas Anderson sa attraversare da maestro il Grande Paese, oggi così pericolosamente polarizzato, coi suoi imbonitori settari (“The Master”), le sue radici avide di sangue (“Il Petroliere”). Ha sguardo dolente (“Magnolia”) e nostalgico (“Licorice Pizza”). Pluricandidato all’Oscar, finora il carniere è rimasto vuoto e sarebbe ora di rimediare.

Ha prodotto con manica larga (130 milioni di budget, un record per Anderson) la Warner, che pure distribuisce.






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