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NYAD, SFIDA ALL'OCEANO
(CON QUALCHE DUBBIO)

di MANUELA CASSARÀ

'Nyad–Oltre l’oceano' è un film del 2023 prodotto da Netflix, diretto da Jimmy Chin e Elizabeth Chai Vasarhelyi (al loro primo lungometraggio) e basato sull'autobiografia 'Find a Way' della nuotatrice Diana Nyad. Il duo di regia è familiare con le sfide impossibili, dopo l’Oscar ottenuto per il corto 'Free Solo', storia di una arrampicata in solitaria senza alcuna protezione.

Le naiadi, secondo Omero, erano ninfe delle acque, figlie di Zeus. Diana Nyad, oggi settantaquattrenne, è una nuotatrice statunitense sulle lunghe distanze, giornalista, scrittrice, commentatrice televisiva e oratrice motivazionale. Su quest’ultima cosa, direi che sa il fatto suo.



Nyad: mai cognome fu più confacente, anche se non era quello con cui era nata. Lo aveva ricevuto dal patrigno Aristotele Z.Nyad, un benestante immobiliarista greco-egiziano che, dopo aver sposato la madre Lucy maritata Sneed, l’aveva adottata. Stando al film - ma poi perché dubitarne? -, pur senza identificarsi con la somma divinità dell’Olimpo, Aristotele l’aveva indottrinata a dovere, ricordandole le presunte origini mitologiche del suo nome a ogni occasione e incoraggiandola a sguazzare nella piscina di casa, in quel di Fort Lauderdale, Florida. Come se tutto fosse già scritto nel proprio destino, Diana l’aveva preso alla lettera e si era comportata di conseguenza, credendoci fino in fondo, previa precoce iscrizione a un corso di nuoto, intensivo come le melliflue molestie del suo istruttore Jack Nelson, un viscido individuo le cui attenzioni la segneranno non poco, e sulle quali il biopic ci va, a mio avviso, abbastanza leggero, limitandosi a cogliere le lubriche espressioni nei primi piani dell’attore, Erik T. Miller, inquietante in quel ruolo malevolmente benevolo.


(Realtà e film a confronto, da Sportkeeda)


La trasformazione fisica e caratteriale di Diana, nella vita reale, si manifesta precoce. Filmati di repertorio dimostrano come grinta, muscoli, determinazione e saffiche inclinazioni sessuali le avessero conferito un che di butch, un aspetto da amazzone muscolosa, dal collo taurino e dal piglio mascolino. Flashback indietro nel tempo che ce la mostrano giovanissima, intenta a tagliare traguardi importanti. Nel 1976, a soli 26 anni, aveva circumnavigato le acque di Manhattan; 45 chilometri, che con il senno di poi le saranno sembrati poca cosa. Tre anni dopo, infatti, aveva nuotato da North Bimini nelle Bahamas fino a Juno Beach in Florida. Centosessantaquattro chilometri. Poi le era venuta la fissa di partire da Cuba per arrivare a Key West: 177 km, che visto il traguardo precedente le saranno sembrati un niente, ma non aveva tenuto conto dell’importanza delle correnti e del valore della squadra che ti scegli. Sfiancata dal fuori rotta che l’aveva portata troppo a nord, verso il Golfo del Messico, si era dovuta ritirare, dolorante nello spirito oltre che nel corpo.


(Annette Benning e Jodie Foster, concessione di Netflix)


Questo il film: la cronaca di una Diana ormai sessantenne, ossessionata dall’ineluttabile passare degli anni, ferocemente incapace di accettarne i limiti e per questo disposta a mettersi in gioco fino alla fine, fino alla propria fine, che parte con il raccontarci i primi quattro tentativi penosamente abortiti, per arrivare all’ultimo, caparbiamente raggiunto.

Protagonista la sempre ottima Annette Benning, le lunghe gambe di 65nne, sottili e toniche come quelle della 30nne Pellegrini, coraggiosamente devastata nel viso che ricordiamo polposo e che qui ritroviamo rugoso e bruciato dal sole. Non fosse che la vera Diana ha gli occhi scuri, mentre quelli sgranati della Benning sono azzurri, le due potrebbero essere state clonate, e non solo nel fisico. Se penso a quanto si deve essere allenata - un fugace spezzone finale ce la mostra nuotare accanto a Nyad - direi che si è guadagnata ogni centesimo del suo cachet.


(La vera Diana Nyad, foto dal suo sito)


Non è simpatica, Diana, e nemmeno la Benning si cura di esserlo; la sua interpretazione di quella determinazione è così egoistica e narcisista che, alla fine, quasi ti dispiace per lei, anche se, fosse stata mia amica, Diana l’avrei fatta curare per disordine ossessivo-compulsivo.

Una scelta perfetta anche quella di fare impersonare da Jodie Foster Bonnie Stoll, l’amica di sempre, forse ex amante, ma la cosa è irrilevante: perché Bonnie la ama come solo un’amica vera può amare, con totale dedizione e comprensione, fedele Sancho Pancha, al punto di accettare anche la di lei molto probabile perdita.

La loro sorellanza è più forte di una sfida che va oltre il buon senso e le probabilità di riuscita. La vera Bonnie, negli spezzoni che ce la presentano, è altrettanto virile nel fisico e nella postura, persino più della Foster, che pure non è un’icona di femminilità e che, oggi, sessantenne, mostra un fisico tonico e degli addominali piatti come una tavola, davvero sorprendenti. Non so come passi il suo tempo, ma mi verrebbe da dire: in palestra.


(La vera Bonnie e John Bartlett, dal sito Openwater Swimming)


Dopo il quarto, frustrante, tentativo il team dà forfait e sembra voler abbandonare Nyad al suo inevitabile destino. Ma se Diana, al suo più tignoso, non si dà per vinta, a sorpresa vincono l’amicizia e l’amore. La squadra si ricompatta, a partire da Bonnie che torna a Canossa; dal navigatore John Bartlett, bene interpretato da un efficace Rhys Ifans, mago delle correnti e delle finestre temporali, che riuscirà a farle toccare terra, per lasciarla, lui, poco dopo, causa malattia; dai due fedeli kayakisti con i loro dispositivi anti squalo, dall’esperta di meduse creatrice di una tuta e una maschera di lattice a prova delle mortali cubo meduse che l’avevano precedentemente ridotta in fini di vita e da una skipper di poche parole che riuscirà a starle accanto e a mantenere la rotta.

Alla fine sarà la stessa Diana, arrivata delirante e sfinita alla meta, accolta da una miriade di persone radunate sulla spiaggia di Key West, a riconoscerne il valore e a mostrarsi, nel suo momento di eroica grandezza, finalmente umana.

La favola della bella che vince la bestia, cioè i suoi demoni, nel film finisce qui. Con due caviglie fuori dall’acqua, con la folla acclamante e l’abbraccio di due amiche.

Ma vi interessa sapere come sono andate veramente le cose?


(Il libro da cui è stato tratto il film)


SPOILER DI VITA REALE

Purtroppo ci sono state diverse cosucce che hanno cambiato il corso e il risultato degli eventi. Almeno stando al sito OpenWaterSwimming, che non escludo possa aver il dente un pochino avvelenato per un qualche motivo.

Primo, ci racconta, la squadra era molto più ampia, altro che solo un battello di sostegno e i pochi sovranominati; si parla di una quarantina di persone e di cinque barche. Tutti i componenti, a onore del vero, vengono citati con ruolo, nome e cognome.

Secondo, la squadra era stata scelta all’ultimo momento, per cui nel monitoraggio della traversata da parte degli osservatori, figure essenziali per documentare, verificare e certificare che siano rispettate le regole, ci sono state diverse lacune temporali che hanno fatto sì che quel traguardo, a Diana Nyad, non sia mai stato riconosciuto.

Peggio, sempre il suddetto sito cita i due vincitori fattuali della suddetta tratta Cuba–Florida:

nel 1978, Walter Poenisch, 128,8 miglia (207 km) in 34 ore e 15 minuti, Categoria Assistiti. A 65 anni di età, forse dobbiamo a lui la fissa di Diana di emularlo, anche se il film non lo cita.

Poi, nel 1997 la ventiduenne Susie Maroney, la prima donna a nuotare 111miglia (178 km) in 24 ore e 31 minuti, sempre nella Categoria Assistiti.

Pare che la controversia stia proprio qui, tra l’appartenenza alla Categoria Assistiti o, come invece dichiara la Nayad, determinata a non utilizzare la gabbia anti-squalo al contrario dei suddetti, vantarsi di appartenere alla Categoria Non Assistiti.

Questo a dispetto di quanto sostiene il maligno OpenwaterSmimming, cioè che è impossibile e impensabile che per indossare la tuta e la maschera anti meduse, tanto per fare un esempio, Nyad non abbia ricevuto assistenza e non sia mai stata toccata, come invece vuole il regolamento.

Come sarebbe più facile se la vita fosse una sceneggiatura di Hollywood.

Oh insomma, fateci continuare a sognare. Per chi volesse saperne di più basta aprire il web.

 

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