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DOGMAN
VITA DA CANI
IN CERCA
DI RISCATTO

di ANDREA ALOI

Marcello Fonte, il “Dogman” di Matteo Garrone, era un lumpen di borgata, affogato in una falsa debolezza. Caleb Landry Jones, il formidabile, stregante Douglas nel “Dogman” del “redivivo” Luc Besson, cita Shakespeare e la periferia ce l’ha nell’anima, ma - condannato a una carrozzina - lotta come un leone, anzi, un pitbull. Tutti e due sfregiati dalla vita e innamorati d’ogni razza canina, non hanno un buon rapporto con gli umani di razza aggressiva. E nel caso di Douglas Munrow i motivi sono ottimi, fin troppo. Appena ragazzino (lo interpreta il bravo Lincoln Powell), il padre (un incisivo, odiabilissimo Clemens Schick) l’ha rinchiuso per punizione nel gabbione dei cani che tiene a stecchetto per incattivirli e farli combattere. La colpa: ha dato loro da mangiare. Una spiata del fratello (Alexander Settineri), miserabile cazzone e fanatico millenarista cristiano, lo ha condannato a una vita in gabbia e sì, Doug vive segregato coi cani, sempre. Scappata la madre, regolarmente menata dal marito, Doug si becca anche una fucilata che gli strappa via un dito, la pallottola, di rimbalzo, gli lede la spina dorsale. Riuscirà a evadere grazie ai “suoi” cani, un manipolo di eroi pelosi, dolci e determinati con cui Doug ha un rapporto da capobranco e una intesa fraterna. Ed è solo l’inizio, il salvifico stratagemma è una delle mille soluzioni sceniche di un film che più “alla Besson” non si può, una favola noir con le giuste dosi di umanità reietta, mélo, action ottimamente coreografato e arricchito da una sceneggiatura dello stesso regista in cui l’intelligenza dei dialoghi - massimi sistemi con spolvero di pensiero animalista - fa premio su alcune obbligatorie banalità del cinema di genere.



“Dogman”, girato nel New Jersey e presentato a Venezia in concorso senza riconoscimento alcuno, va oltre il film di genere (multiplo) e ha rimesso il sessantaquattrenne parigino al centro della scena cinematografica dopo un certo appassimento che marcava una distanza non solo temporale dai fortunati “Subway” (Christopher Lambert e musicisti letteralmente underground alle prese con feroci gangster, 1985), “Nikita” (Anne Parillaud da delinquente a killer per conto dei servizi francesi, 1990), “Léon” (duetto indimenticabile fra l’undicenne Natalie Portman e il ruvido-buono Jean Reno, sicario della mafia italoamericana, 1994), “Lucy” (Scarlett Johansson, casualmente fornita di superpoteri grazie a una droga sintetica, strapazza perfidi criminali, 2014).



Besson è tornato in gioco con bizzarre e mirabolanti intraprese tra il sovranaturale e la fantascienza, maestro delle scene d’azione e nel “cinéma du look”, qui inteso non in senso dispregiativo, ma con “Dogman” sfoggia un passo superiore, dissipando le polemichette tra cinema d’autore e di genere, e scolpisce una storia forte, venata di compassione e schegge di gioia magicamente sorretta dal texano Caleb Landry Jones, premiato come miglior attore a Cannes due anni fa per l’australiano “Nitram”. Una spessa carriera alle spalle dentro e soprattutto fuori dal mainstream (da vedere “Un sogno chiamato Florida” di Sean Baker e “Get Out” di Jordan Peele), talento multiforme (suona la chitarra, ha inciso diversi album di rock alternativo ), il rosso lentigginoso Caleb ha una presenza magnetica e una personalità incontenibile, più “larga di un film” e ricorda, perfino somaticamente, attori esistenziali, quegli irregolari che si giocano tutto e di più fuori e dentro il set, come Klaus Kinski e il “maledettino” Benoît Magimel. Gente che incide lo schermo.



Lo si vede fin dall’incipit del film, che porta in esergo le parole di Lamartine “Ovunque ci sia un infelice, Dio invia un cane”, con Doug ormai cresciuto in panni e trucco e abito rosa di Marilyn Monroe, alla guida di un camion zeppo di cani. Ferito, stravolto, in fuga, viene fermato dalla polizia e portato in commissariato, dove la psichiatra Evelyn (Jonica Gibbs), una figlia in casa e fuori un marito tossico e stalker, lo profila con una serie di domande. È calma, empatica (Doug: “Sai cosa ci unisce? Il dolore”), non tace la sua situazione penosa. E partono i flashback. Doug è stato messo in istituto, ragazzino in carenza di quella cosa che si chiama amore, vede nell’assistente sociale e aspirante attrice Salma (una luminosa Grace Palma) l’incarnazione di una Madonna benevola dagli occhi così grandi che se ne innamora una volta e per sempre. Salma lo invita a leggere Shakespeare, lo fa recitare. Se ne va anche lei, come la genitrice in fuga.



Doug cresce solo, continuando a conservare i ritagli di giornale sugli exploit a teatro di Salma, la incontrerà dopo anni, le offrirà in dono il raccoglitore, con tutto il trasporto di un giovane disabile che ha aspettato a lungo quel momento. Salma è sposata, aspetta un bambino, Doug, che in fondo è rimasto bambino in carenza di dolcezze, riceve conferma della sua cattiva stella. Però resiste. Organizza un canile, lo sfrattano, lui salva i suoi sodali quattrozampe, una ciurma di varia pezzatura, dal Dobermann al Chihuahua e si sistema con loro, simbioticamente, in un vecchio stabile abbandonato. Lo spiega bene a Evelyn: “I cani hanno tutto il meglio ma non il peggio degli uomini, l’unico loro difetto è che degli uomini si fidano”.



Continua il flashback. Urge un reddito e Doug si mette in cerca, distribuisce curriculum, lo rimbalzano (e sono scene dilanianti, “vere”) finché non tenta la sorte in un locale con show di drag queen, memore delle parole di Salma: “Quando hai recitato Shakespeare, puoi recitare tutto”. Gli va dritta, almeno questa, ed eccolo en travesti, ogni venerdì, a cantare in playback “La foule” di Edith Piaf (pura emozione) e “Lili Marlene” della Dietrich. Besson ci mostra Doug al trucco, prima con la faccia bianca alla Joker di Joaquin Phoenix, poi con parrucca e lustrini in clima almodovariano (l’Agrado di “Tutto su mia madre”). Con il camp, ovvero l’esagerato artificio, la citazione e la trasgressione, il regista francese gioca in casa, ma in “Dogman” ha calibri più mirati all’approfondimento dei personaggi e meno all’effetto. Il travestimento è voglia di guardarsi allo specchio con un altro corpo, nuovo, libero. I soldi non bastano ancora, così Doug punta la sua fiche più preziosa e manda la banda canina a rubare gioielli in magioni lussuose. Nell’impresa si distingue Mickey, il piccolo Jack Russell terrier protagonista assoluto in diverse scene del film. “Volevo redistribuire la ricchezza, rimettere le cose in equilibrio” confessa a Evelyn, “i ricchi fanno le leggi per controllare i poveri, dovrebbe essere il contrario”.



Il laido assicuratore Ackerman (Christopher Denham) lo smaschera, la situazione precipita e incombe la vendetta di El Verdugo (John Charles Aguilar), un pessimo ceffo assetato di vendetta per lo sgarbo patito dal supercanaro che lo aveva convinto, a suon di fauci canine, a non taglieggiare un suo amico. La sparatoria-guerra orchestrata da Besson nel ricetto di Doug and friends è orchestrata da dio, non è da meno del bellissimo regolamento di conti in ospedale tra l’onnipossente Lucy-Johansson e i numerosi, incarogniti cattivi. Pure stavolta il truce Verdugo e relativi scagnozzi ci rimetteranno le penne. Tra carrozzina, abbandoni e urti della malasorte, Douglas ha portato con animo rassegnato e amara consapevolezza il suo fardello. La misura del disincanto, della impossibilità di essere “normali” è colma. Una volta riferito a Evelyn l’assalto del Verdugo, evade dal commissariato con un’altra azione di intelligence canina e cerca l’ombra di una croce per chiudere i conti, attorniato da chi gli ha voluto bene, l’unica, numerosa famiglia dagli occhi miti, sinceri.



“Dogman” - a Caleb Landry Jones una laurea con lode - diverte e commuove, sono 114 minuti che volano. Strano però, è un film per adulti raccontato, a tratti, come un film per bambini. Per adulti sono la violenza sparsa qua e là, la durezza delle scene di segregazione iniziali e il discreto consumo di carne umana da parte dei cuccioloni. Per bambini le imprese dei cani di Douglas, sono strasimpatici, un’accattivante gang che alterna peripezie, momenti buffi, colpi di genio contro la banda del Verdugo e gag disneyane alla “Quattro bassotti per un danese” o “La carica dei 101” (qui gli “attori” sono solo 65 e, vista la difficoltà di portare in scena animali, il risultato è egregio, impensabile, complimenti ai dog trainer Sofiane Tarefet e Mathilde de Cagny: giuro che si chiama così). Il film è furbo, ma ci sono storia, personaggi, sostanza. Eric Sérra, antico amico e collaboratore di Besson, ruffianeggia con le musiche, rispolvera “Que reste-t-il de nos amours” di Charles Trenet e “Sweet Dreams /Are Made of This” degli Eurythmics. Producono LBP, EuropaCorp, TF1 Films Production, distribuisce Lucky Red.

 

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