GIORGIA E DONALD
UN HARAKIRI
SOVRANISTA

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Gli stracci volanti, da una parte King Donald che dipinge con la consueta eleganza una Meloni che implora per una photo opportunity a Evian e dall’altra Giorgia incazzatuccia e allibita, rappresentano l’irruzione sulla scena di una scheggia di verità fattuale, ben più sapida di qualsiasi comunicato ecumenico post G7, degli abituali paraculismi destrorsi verso il capataz sulla sovranità del mondo, o di certi messaggi di sponda e criptici che causano erezioni interpretative agli analisti del teatro geopolitico contemporaneo. Una scena altamente sismica, cui il quarantasettesimo Commander in Chief (e pure Deporter, vedi le imprese dell’Ice) della strapotenza statunitense ha contribuito volenterosamente in un anno e cinque mesi dall’insediamento.

La verità sbottata come un geyser è che, a dispetto di ogni vocazione all’allineamento col Grande Fratello d’Oltre Atlantico, l’Italia e con lei l’Europa dovrebbero iniziare a sentire finalmente un certo affaticamento nell’allineare le proprie strategie (parola grossa, diciamo rotte di navigazione in base ai venti che tirano) con le entrate a gamba tesa dell’America trumpiana, gonzamente a rimorchio del sionismo messianico-suicida di Netanyahu; con i prelevamenti muscolari di capi di Stato esteri come capitato a Maduro, una extraordinary rendition, una consegna straordinaria in barba a ogni clausola di decenza presente nel diritto internazionale; con le esternazioni trumpiane degne di una personalità disturbata, di un affetto da grave sindrome di Tourette, mentre J.D. Vance attende le elezioni di mid-term per iniziare a dettare una sua agenda, più isolazionista e prevedibile. Giusto la prevedibilità è una delle merci più apprezzate nel Grande Gioco delle potenze, però scarseggia in casa di King Donald, ormai il classico mammut imbizzarrito a una fiera del lampadario.

Intervistato ai margini del G7 sugli argomenti trattati nella conversazione con Meloni, il presidente americano ha risposto: “Cosa ha detto quando mi ha incontrato? Probabilmente è contenta che io le abbia parlato! Non ero obbligato a parlarle!”. Non c’è che dire, un gentiluomo. Poi ha aggiunto: “Non so cosa dirle! Mi ha implorato di fare una foto con lei! Voleva una foto con me così tanto. L'avrei anche non fatta, ma mi ha fatto pena!”. Davvero una persona squisita, un Talleyrand del terzo millennio, per fortuna a questo giro non ha rievocato il “kissing my ass” riferìto ai capi di governo proni davanti a Sua Maestà per lenire i dazi commerciali. Meloni un minimo di faccia doveva salvarla e ha rimbeccato stavolta con toni adeguati: “Certe cose meritano una riposta immediata. Le dichiarazioni di Trump sono dichiarazioni totalmente inventate, sono francamente allibita, non so perché il presidente degli Stati Uniti si comporti così con i propri alleati, non è del resto la prima volta che accade, posso solo dire che dispiace che non abbia la stessa determinazione con i nemici dell’Occidente, con i nemici degli Stati Uniti, con leadership con le quali, invece, si dimostra molto più accondiscendente. Però una cosa se la deve ricordare: io e l’Italia non imploriamo mai”.

Si avverte un certo aroma di Sigonella, ma era il minimo sindacale, data l’offesa personale. Notato l’ordine dei non imploranti, prima “Io”, poi “l’Italia”, viene da sottolineare che solo un insulto diretto ha convinto la premier a rilevare l’autolesionismo delle angoscianti sortite belliciste del presidente americano subornato da Netanyahu. In modo diretto quando Meloni registra la grossolanità di Trump verso gli alleati e la poca determinazione coi “nemici dell’Occidente”. Allora, detto che spesso l’Occidente i nemici li ha in casa, come dimostra il caso in oggetto, definire “nemici” gli avversari o i non allineati a una determinata visione del mondo a guida statunitense è una pericolosa, stantia sciocchezza, dato l’irrompere deciso sul pianeta di una lampante multipolarità, in anni di ridisegno strategico purtroppo contrassegnato da diffidenze, riarmi e conflitti che paiono inestinguibili (ma non lo sono, la diplomazia insegna che la pace si sigla sempre coi nemici).

Se Meloni, parlando di “nemici dell’Occidente” si riferiva poi all’Iran, ha toccato a dovere un punto dolente per gli Usa, trascinati da Israele nei bombardamenti all’Iran col risultato di arrivare a un cessate il fuoco, prodromo di un accordo vero e proprio con la repubblica islamica, molto più sfavorevole di quello firmato undici anni fa a Vienna con il JCPOA, il Joint Comprehensive Plan of Action, tra l’Iran e il gruppo dei P5+1 (Stati Uniti, Federazione Russa, Cina, Francia, Regno Unito e Germania). Quell’accordo aveva imposto limiti precisi con scadenze verificabili e aveva condotto l’Iran a ridurre del 98% le scorte di uranio arricchito. Stavolta nel pre-accordo non ci sono soglie, né calendari stabiliti per smaltimento o controlli, anche se l’Iran ha ribadito che non svilupperà armi atomiche. Dal canto suo Washington si impegna a consentire immediatamente le esportazioni petrolifere iraniane e a sbloccare progressivamente i fondi congelati all’estero. In più accetta la creazione di un fondo da 300 miliardi di dollari, cofinanziato con capitali privati internazionali, per la ricostruzione dell’Iran. Teheran 1-Washington 0.

Per tornare ai patri confini, non si illuda Meloni di risolverla con una risposta a Trump se pur decisa e circostanziata. Il suo asse populista col sovranismo americano (e argentino, europeo etc), già diventato da tempo una passerella sul burrone, ora è diventato un harakiri politico. Ipotizzare riallineamenti è folle, comunque non basta dire per una volta il fatto suo a Trump per dimenticare una carriolata di baci e bacetti e diversi, improponibili inchini politici. Tanto rossetto sciupato per nulla.

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