CINESI
O TALEBANI
IL GRANDE SONNO
DI CUBA

(foto da Pixabay)

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Un giorno qualsiasi di gennaio del 1998: Mantilla, nella vecchia casa di famiglia davanti a una tazza di caffè. Dalla finestra spalancata sulla calura del pomeriggio salgono i rumori del sobborgo: un carretto trascinato da cavalli, clacson di rare auto, folate di bambini in corsa. L’Avana vive. Leonardo Padura, giovane e già acclamato autore della nuova letteratura cubana, guarda il presente e immagina un futuro possibile. Dice: "Il Malecon – il lungomare dell’Avana – è il nostro Muro di Berlino. Dalla nostra parte e dall’altra parte ci vuole il coraggio di abbatterlo".

Un giorno qualsiasi di gennaio del 1998: giornalisti e tecnici, cameramen e stringers europei e americani affollano il bar e la piscina del Hotel Nacional. Ardente pausa nel frenetico lavoro quotidiano, nel giardino lussureggiante e nei vasti saloni dell’antico albergo passeggiano, si intrattengono e ciarlano allegre compagnie di Jineteras, le sfolgoranti cavallerizze cubane. L’Avana è un alveare, Cuba un equilibrista sul filo, una promessa spalancata sul futuro.



Brevi giorni indimenticabili: dal Morro al Vedado la gioventù di Cuba fa mostra di sè nelle affollate strade della città coloniale, ma il presente e il futuro dell’isola sono nelle mani di due vegliardi che si sorreggono a vicenda: sul vasto palco della piazza della rivoluzione spicca l’uniforme verde oliva di Fidel accanto all’abito bianco di Wojtyla. Ammonisce il Papa polacco: "Che Cuba si apra al mondo, e il mondo si apra a Cuba". L’uomo della rivoluzione annuisce severo: forse questo momento farà la storia del mondo, forse il Muro del Malecòn è davvero destinato a cadere, come fu a Berlino dieci anni prima.

Oltre i furori della cronaca, al riparo dalla retorica sempre in agguato, il dissidente cattolico Oswaldo Payà avverte: "Per Cuba, questa è l’ultima chiamata…" Ma anche questa chiamata è destinata a finire nel nulla: dieci anni dopo – in un’isola di nuovo serrata nel suo isolamento – il mite e indomito Oswaldo sarà ucciso in un incidente stradale molto sospetto. Sepolto, infine, dopo un funerale quasi clandestino.

Rifletto: da oltre cinquanta anni – mezzo secolo! – la storia di questo straordinario paese è la mia stessa storia, la nostra stessa storia. Una vicenda reale e nello stesso tempo immaginata: un’epopea giovanile che ha accompagnato e segnato come una cicatrice la mia generazione. Lontani ma vicini, in questi decenni abbiamo attraversato la nostra vita quotidiana sempre con Cuba nel cuore: amando Cuba senza riserve e troppo spesso detestando Cuba con il risentimento di un amante tradito. Oggi siamo qui – vecchi ragazzi - sull’orlo di un precipizio che rischia di inghiottire uomini e cose, sogni e speranze, errori e colpe imperdonabili. Tragedie, troppo spesso.

Nelle prime pagine di un grande romanzo di Mario Vargas Llosa, l’infelice protagonista si interroga: quando, in che momento, si è fottuto il Perù? ("En que momento se habia jodito el Perù?"). È la stessa umile domanda che oggi faccio a me stesso, di fronte al disastro cubano: quando si è fottuta Cuba? In che momento si è fottuta l’isola dei miei e dei nostri sogni? Quando abbiamo perso - quando il mondo ha perso- quel glorioso "caimano verde" che agli albori della rivoluzione cantava con orgoglio il poeta mestizo Nicolàs Guillen?

Ma questa è una storia infinita di partenze, ri-partenze e false partenze. Di fallimenti mascherati da ardimenti, di svolte apparenti, di affermazioni e smentite, di ambiziosi dirigenti presto finiti nell’oblio e qualche volta davanti al plotone di esecuzione. Agli eroi delle origini si sono sostituite vecchie nomenclature e nuove, vuote, parole d’ordine. Oblio, dannazione della memoria e spesso il carcere per i più esposti e per i protagonisti di una sola stagione improvvisamente calati in un pozzo di silenzio.



La mia prima presenza a Cuba da giornalista – preistoria - coincideva con la data eroica del 26 luglio. Piazza della rivoluzione piena di entusiasmo, migliaia in corteo, intere scolaresche in marcia, bianche camicie e gonne blu, fazzoletti rossi e bandiere al vento. Discorsi, discorsi, e ancora discorsi. La sera, Fidel in televisione, il "caballo" nella casa di tutti. Due ore e passa di comizio: un anziano vigoroso, in uniforme verde oliva, un colosso con la voce sottile, che tutto ricorda, che tutto rimembra, che tutto racconta, che tutti ammonisce. "Patria o muerte"! Se la retorica si potesse mangiare, a Cuba tutti i containers ne sarebbero stipati, tutti i magazzini straripanti, tutte le botteghe fornite, tutte le cucine in festa, tutti i frigoriferi pieni.

Ma è la fame – e lo era anche allora, a metà degli anni Ottanta – il convitato di pietra, il sottotono di ogni canzone, il non-detto di ogni benedetta giornata. In una panetteria con gli scaffali vuoti, una ragazza ebbe il coraggio e la sconsideratezza di protestare. Nella bottega si animò subito una piccola, violenta contestazione. Cacciata, in lacrime, la donna fu costretta a fuggire a mani vuote: niente pane per lei. Più tardi raccontò al cronista la sua breve storia di segnalata: senza tessera di partito niente libreta, la tessera del pane. Che si arrangiasse, lei e i suoi figli. E descrisse un presente di piccoli soprusi, di vergogne squadernate, di umiliazioni e sorveglianza.

Di questo piccolo episodio, quella volta non scrissi nulla: sembrava impossibile quella pubblica punizione, nella città di Fidel e del Che. Sembrava impossibile, quella miserabile vicenda, nel deserto di un festoso conformismo. Quanto a me – pavido testimone – mi rigiravo allora in mano un mazzo di banconote stropicciate, cercando di interpretare le complicate regole del vendere e comprare: il rompicapo cubano del vivere quotidiano. Il Cup o peso comune era carta straccia e non mi riguardava, serviva solo ai dipendenti pubblici per accedere – quando erano disponibili – a prodotti e servizi di base. La mia moneta privilegiata era invece il Cuc, o peso convertibile, praticamente una copia mascherata del dollaro americano, usata nel settore turistico e per comprare beni importati.

Fernando, giovane autista tuttofare, mi chiede se posso acquistare per la sua ragazza un flacone di shampoo per capelli: lui ha i dollari – cioè i Cuc - ma come cittadino cubano non ha il diritto di oltrepassare la soglia delle tiendas riservate ai turisti, ai giornalisti, ai diplomatici stranieri. Si vergogna, Fernando, di questa feroce seppur non dichiarata apartheid monetaria. Si vergogna, e nello stesso tempo ringrazia il suo dio, perché un mestiere non riconosciuto e quasi clandestino – a fianco di un ignorante giornalista occidentale – tiene lontana l’onnipresente minaccia della fame.



Un giorno qualsiasi della primavera del 1992: sulle torri del Cremlino – contro un cielo di porcellana – sventola il tricolore russo. Nell’ ampia sala delle colonne del Palazzo dei sindacati, un accigliato funzionario del presidente Boris Ieltsin spiega ai giornalisti occidentali le nuove regole del potere appena insediato. Scandisce le parole lentamente, perché l’interprete simultaneo possa cogliere anche le virgole: da ora in avanti tutti i trattati di collaborazione e di aiuto economico internazionale dovranno essere ridiscussi. "Ora tocca a Cuba", sibila con un ghigno il collega italiano che siede al mio fianco.

È vero: nella sua lunga e tribolata storia, Cuba ha sempre avuto bisogno di un padrino. Fu l’Unione Sovietica di Krusciov e Breznev dopo la crisi dei missili, fu di nuovo la Russia imperiale di Putin dopo la breve ubriacatura democratica degli anni Novanta. Sarà poi il petrolio bolivariano di Chavez e Maduro, e sempre la Cina - la presenza silente e pervasiva di Pechino - e anche Teheran – pane e Kalashnikov – nel nuovo caos del terzo millennio, dopo la guerra fredda del secolo breve.

Nel "periodo especial" seguito alla dissoluzione sovietica, Cuba è ancora una volta costretta a stringere la cinghia. Ecco l’isola, nello spietato ritratto che ne fece anni dopo Hans Magnus Enzensberger: "I cubani, che abitano uno dei paesi più fertili della terra, avevano troppo poco da mangiare: mancava la frutta e non c’era quasi più carne, il popolo si difendeva con il mercato nero, il nepotismo, il furto e la corruzione. Un nuovo circulus vitiosus era cominciato: meno da mangiare, più polizia. E meno la polizia aveva da mettere sotto i denti, più corrotta diventava".



Un giorno qualunque di marzo del 2007. L’appartamento è modesto, in cima alle scale di un casermone in rovina del quartiere Regla. Un vecchio vigoroso, alto e magro, si alza dal divano per accostare le persiane della finestra contro il riverbero feroce del sole di mezzogiorno. "Si è creato un sistema di corruzione totale. Rubano in primo luogo i dirigenti che il governo ha scelto perché sono comunisti o perché si dicono rivoluzionari. C’è chi ruba con due mani, che è molto comodo. Chi con una mano sola, chi si arrangia con un dito. E chi non può rubare, non sa come sopravvivere". Severo, indomito, Eloy Gutierrez Menoyo: figlio di anarchici spagnoli esuli a Cuba, è stato Comandante della rivoluzione, ha combattuto insieme a Fidel sulle montagne dell’Escambray. Dopo gli anni Sessanta ha conosciuto il ripudio e per un ventennio ha frequentato le prigioni di Castro, poi il lungo esilio. Infine, il ritorno a Cuba, non perdonato, ma sopportato.

Oppositore tollerato: un vecchio, che pericolo può essere mai un vecchio? Dice: "Si parla del bloqueo, le sanzioni nordamericane, il blocco. Ma qui, di blocchi ne abbiamo molti: il blocco delle libertà, il blocco dei diritti, il blocco dei salari. Il blocco della creatività, della cultura. Il blocco totale. Mi chiedi di Fidel: Fidel comanda ancora, sorveglia tutto, dirige tutto. Nessuno – nemmeno Raul – può sfuggire alla sua tutela. Ma questo non è socialismo: questo è condividere la miseria…".

L’autunno del patriarca. Scrive, da lontano, Francisco Umbral: "Cuba vive il miracolo di un Fidel vivo, ma morto. Di un Fidel morto ma vivo…". Tutto vede e tutto conosce, il leader massimo: dal suo rifugio ben sorvegliato, o forse dal suo letto di ospedale - chissà - dal suo bunker silenzioso degli ultimi anni. Vedrà dunque anche questa lunga fila di donne vestite di bianco che oggi percorre a piedi, lentamente, la Quinta Avenida. Ogni giovedì, ecco la protesta silenziosa della Damas de blanco, mogli, madri e figlie de los setenta y cinco: i 75 dissidenti arrestati quattro anni fa e condannati a lunghe pene detentive sulla base della legge che punisce la "cospirazione e il tradimento della patria".

"In cella insieme ai detenuti comuni, assassini, violentatori, ladri. Ma la prigionia è stata dura soprattutto perché ingiusta". Condannato a venti anni, Oscar Espinosa Chepe – uno dei 75 - è stato rilasciato pochi mesi fa per motivi di salute. Vive in libertà vigilata in un minuscolo appartamento pieno di libri, la moglie lo assiste. Le fotografie appese alle pareti della camera raccontano un’altra vita, più felice: economista di punta, giovane entusiasta nei primi anni del regime, dirigente politico, diplomatico a Belgrado e inviato nei paesi dell’Est. Poi sospetto, perchè troppo vicino alla svolta di Gorbaciov, caduto in disgrazia, richiamato in patria e messo all’indice, privato di ogni incarico. La censura, e infine il buco nero della condanna e del carcere. Ma Oscar Espinosa Chepe è soprattutto un uomo libero. Dice: "Il governo, questo governo, ha di fronte in Paese distrutto dal punto di vista economico e sociale. Pensavamo che Raul – uomo pratico e razionale – potesse avviare qualche cambiamento nell’economia. Al contrario, c’è oggi una liquidazione delle piccole libertà economiche concesse a metà degli anni Novanta. Nessuna apertura. Al contrario, un processo di chiusura dalle conseguenze devastanti…"



Ogni giorno attraversare L’Avana da un quartiere all’altro è una snervante odissea. Viaggiano a intermittenza autobus stracarichi, qualche rara antica automobile, arrancano tricicli, biciclette sciancate, carretti trascinati da ronzini, taxi improvvisati. In lingua habanera, Guaguas, Camelos, Huevitos, Triciclos, Cocotaxi: Cuba battezza tutto, anche i simboli del disagio. E ora anche Chinos contro Talibanes: così il cubano della strada battezza con funerea ironia i protagonisti della sorda battaglia politica che divide i vertici del partito e dello stato. Cinesi sono i dignitari che chiedono riforme ardite e libertà di impresa pur sotto la bandiera comunista, talebani sono i guardiani dell’ortodossia più rigida.

Alla fine, e come dubitarne, vincerà l’eterno immobilismo del potere. Una "strisciante e silenziosa liquidazione delle timide libertà economiche azzardate nel decennio precedente". I cuentapropistas, imprenditori autonomi, fanno vita grama, strozzati dai balzelli e dalla burocrazia inesorabile. Nei paladares, i piccoli ristoranti privati lanciati come la nuova frontiera della libera impresa, puoi ordinare pollo ma non il pesce più pregiato, requisito dal Moloch statale per l’esportazione e per il lusso dei turisti. "Figurati – ride Fernando – che hanno concesso ai barbieri di diventare cuentapropistas, lavoratori in proprio. Un taglio di capelli per un peso, i barbieri sono proprio l’avanguardia del nostro capitalismo…"

Più il cubano tira la cinghia, più il Moloch ingrassa. E il Moloch – qui a Cuba – è una forma abnorme di capitalismo di Stato rappresentata dalle aziende del conglomerato economico Gaesa, di proprietà delle forze armate: gli alti gradi militari – stellette e medaglie - e non la bassa manovalanza verde-olivo, che qui chiamano “arroz y frijoles”, riso e fagioli. Gaesa controlla la compagnia Gaviota, che gestisce gli hotel turistici dell’isola e che lo scorso anno aveva oltre quattro miliardi di dollari sui conti bancari.

Non solo: mentre Cuba è nella sua crisi più profonda, negli ultimi anni Gaesa ha ampliato il suo controllo sulle attività più redditizie dell’isola. Solo qualche sigla: Cimex, azienda che gestisce negozi e stazioni di servizio, Habanaguanex, una catena di hotel e negozi dell’Avana vecchia, Ectesa, la compagnia statale di telecomunicazioni, il gruppo Palco e la compagnia di logistica Almacenes universal. Secondo alcune inchieste indipendenti, Gaesa controlla il 40 per cento dell’economia nazionale, e accumula oltre 14 miliardi di dollari in depositi bancari.



In un giorno qualunque di ottobre del 2010 ricevo in redazione una cartolina (chi può inviare cartoline illustrate, di questi tempi?). Il messaggio viene da Miami, mostra una fila gloriosa di palme di fronte al mare azzurro, ed è firmata da Fernando. Dunque, il "mio uomo all’Avana" ce l’ha fatta. Sono contento – e anche un po’ triste – per lui e per la sua famiglia. Del resto, bisogna rassegnarsi al tempo che passa. Dopo la tragedia, ecco il passo leggero della commedia. Dopo il tempo del ferro e del fuoco, il crepuscolo del dormiveglia. Penso a Reynaldo Arenas, che negli anni Ottanta fu cacciato da Cuba perché uomo libero, poeta, povero e omosessuale. Dal suo esilio nortemericano scriveva: "Posso dire che mi sento in pace: ce l’ho fatta e sono vivo. È la stessa sensazione che provi quando la tua casa brucia. Sei scappato, sei salvo, ma comunque la tua casa è andata a fuoco".

Così finirono le illusioni, all’alba del nuovo millennio. Se Fidel, come scrive ancora Francisco Umbral, è una "invenzione del ventesimo secolo", Cuba non riesce proprio a dire addio al vecchio Novecento. E dunque, "quando si è fottuta Cuba?" E ancora di più: quando è finito il mio straordinario amore per Cuba?

Per questo strappo – l’ultimo e definitivo - devo tornare con la memoria a un giorno qualsiasi di luglio del 2021, appena ieri, quando migliaia di cubani, soprattutto giovani, scendono in piazza per una estrema protesta e una disperata richiesta di cambiamento. Chiedono “comida y corriente”, pane e luce elettrica: appena l’indispensabile per sopravvivere. Gridano uno slogan straordinario nella sua semplicità: "Patria y vida", l’esatto contrario della retorica di Stato, che da sessanta anni invoca patria o morte. Vogliono vivere, i ragazzi e le ragazze di Cuba, e in cambio ricevono pestaggi, violenze, carcere e disprezzo. Oggi centinaia di loro sono ancora dietro le sbarre, condannati in processi a porte chiuse e senza avvocati difensori, riconosciuti colpevoli di reati infamanti come "disprezzo, disordine pubblico e istigazione a commettere reato".

Oggi sono proprio questi giovani che mancano a Cuba: il loro entusiasmo, la loro rabbia, la voglia di immaginare un paese diverso. Negli ultimi tre anni almeno 2,5 milioni di abitanti hanno lasciato il Paese: l’emigrazione più massiccia nella storia dell’Isola. Il ritratto tracciato dall’economista e demografo Juan Carlos Albizu Campos è spaventoso. "Tra gli emigrati, otto su dieci avevano tra i 15 e i 59 anni, le donne sono in maggioranza. Chi resta è sempre più vecchio, Il calo delle nascite è impressionante, e la speranza di vita si è ridotta per il peggioramento delle condizioni economiche, mentre la mortalità infantile è quasi raddoppiata. In meno di venti anni, Cuba è scivolata dal 51esimo al 95esino posto nella classifica globale di sviluppo". Le cifre ci consegnano il ritratto spietato di un "paese fallito". Cuba come il Venezuela, peggio del Venezuela. Cuba, che una volta era la gioventù dei Caraibi, oggi è uno dei Paesi più vecchi della regione.

Vecchi e stanchi, come il patriarca Raul Castro , che ha 94 anni e briga sottobanco con il Moloch norteamericano, assistito dal suo nipote preferito: Raul Guillermo Rodriguez Castro, detto “el cangrejo”, uomo dei servizi e degli alti gradi dell’esercito. All’orizzonte si delinea una mesta soluzione “venezuelana”, dove il regime sembra disposto a sacrificare il Paese in cambio di un lasciapassare per i dignitari e gli alti gradi dell’esercito, con quello che resta dell’argenteria di famiglia.



Su questo sfacelo – che è un fallimento storico - cala la solita coltre di retorica e ipocrisia. Il presidente cubano Miguel Diaz-Canel promette una "resistenza invincibile", mentre tratta con gli inviati di Trump un confortevole esilio personale. Giorni fa all’Avana, in una mesta cerimonia patriottica, il vecchio musicista Silvio Rodriguez – che fu il cantore della Cuba rivoluzionaria di mezzo secolo fa – riceve dai dignitari del regime un antico mitragliatore kalashnikov: "Se il nemico attacca – promette – so bene come difendermi".

"Camminiamo attraverso l’errore come dentro una tempesta di neve", scrisse Victor Serge.

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