Nessuno li aveva visti arrivare. Stavolta è innegabile: la vittoria del No con quasi il 54% e un distacco di otto punti rispetto al Si, e una affluenza alle urne che sfiora il 60% non li aveva previsti nessuno. Ancora a una settimana dal referendum più sgangherato del mondo gli “esperti” ragionavano su una partecipazione tra il 42 e il 48%. La percentuale è stata di quasi 11 punti sopra le aspettative. Sempre gli esperti dicevano che la bassa partecipazione avrebbe avvantaggiato il No prevedendone una risicata vittoria se non avesse votato più del 48%, perché l’affluenza alta avrebbe avvantaggiato il Sì e la Meloni.
È successo il contrario e per questo il significato politico del voto è ancora maggiore. Lo schiaffone è arrivato e ora vedremo dove ci porterà. La campagna elettorale era stata complessivamente brutta e confusa, piena di incertezze. Cercando di non farla diventare una consultazione politica, la Meloni si è nascosta. Almeno fino a una decina di giorni fa. E anche Elly Schlein ha sempre cercato di tenere separato il successo del no dalle conseguenze sulla tenuta del governo. La lezione del referendum costituzionale che è costato la carriera a Renzi ha lasciato questo strascico di paure. Eppure stavolta la materia della riforma era insieme enormemente complessa nella forma dal punto di vista tecnico quanto molto facile da semplificare politicamente. La maggiore difficoltà della presidente del consiglio era quella di sottoporre al giudizio popolare una legge che voleva far apparire come “garantista” dovendola far digerire ad un elettorato (il suo, ma anche quello della Lega) con un'oscura anima forcaiola. Per questo la propaganda passava da un estremo all’altro. Prima ci citavano i sì della sinistra riformista dei costituzionalisti liberal come Barbera o Ceccanti, poi si diceva che i magistrati erano un plotone di esecuzione o che se avesse vinto il no sarebbero stati scarcerati stupratori e criminali.
Questo gioco non ha pagato e oggi Meloni si trova con la prima bruciante sconfitta dal voto politico del 2022. E il referendum non può neppure essere “sbiadito” con la scusa dell’affluenza: le elezioni vinte dalla destra meno di tre anni fa avevano visto una partecipazione di solo il 63%, la più bassa di tutta la serie storica, 8 punti in meno che alle politiche del 2018 e più bassa dell’affluenza al referendum costituzionale del 2016 che era al 65%. Andando ancora più indietro, nel 2013 furono il 75% i votanti, nell’ormai lontanissimo 2008 (non sono passati neppure vent’anni) si era all’80%. In un trend discendente di partecipazione la “scossa” del referendum sulla giustizia non può non avere motivazioni politiche: l’Italia non ha capito male il quesito. Questo non lo potrà dire nessuno. E pensare che a destra qualche mese fa si agitavano sondaggi con il Sì vincitore con dieci punti di distacco e la maggioranza aveva fatto rombare i motori cercando di traghettare l’idea che procuratori e giudici fossero una sorta di casta chiusa, a forza di trasmissioni sulla “malagiustizia”.
All'estremismo ha giocato una tv generalista (Mediaset quanto la Rai) con i suoi continui programmi su Garlasco, la “famiglia del bosco”, i mille casi di “nera” che trasformano un paese come l’Italia a bassa criminalità in una specie di continua versione di True Crime.
Sotto lo sconfortante “rumore di fondo”, però, gli elettori si stavano muovendo e schierando in una maniera che ha colto di sorpresa tutti. Che cosa è successo nel corpo elettorale? Intanto il voto è la conferma che toccare la Costituzione con una offensiva di parte non paga mai, e non è un “istinto conservatore” ma una reazione al fatto che le leggi di garanzia devono essere di garanzia per tutti e non (come ha detto Nordio) oggi far comodo a una parte e magari domani a un’altra. E poi visibilmente la forzatura di Meloni è stata percepita per quello che era: il tentativo di sfondare e, una volta messa una bandierina sul referendum giustizia, il passo successivo sarebbe stato la nuova legge elettorale con un super premio di maggioranza, magari andando al voto in autunno. Lasciandosi per la prossima legislatura una doppia opportunità: approdare direttamente al Quirinale o fare la riforma del premierato, svuotando il ruolo di garanzia del presidente e facendo del premier qualcosa che oggi non è.
La bocciatura è visibile e durissima per lei, che ha già detto che andrà avanti dalla poltrona di Palazzo Chigi. È una scelta, solo che restando lì proietta la sconfitta non solo su sé stessa ma su tutta la maggioranza. Quando Renzi dopo la sconfitta del 2018 lasciò la guida del governo a Gentiloni lo fece non solo e non tanto per mantenere fede a quello che aveva detto in campagna elettorale, ma perché credeva in qualche modo che così il governo sarebbe stato meno gravato dalla sconfitta referendaria. Andò diversamente, ma lui aveva un Gentiloni a cui passare il testimone, Meloni non ce l’ha.
Per i motivi di questa sconfitta Meloni deve anche interrogarsi su quanto abbia pesato la sua posizione internazionale. Tutti gli osservatori hanno sempre sostenuto che le elezioni, anche quelle più generali, non si vincono sulla politica estera. Qualcosa però in questo paradigma si deve essere rotto. Questo qualcosa è Donald Trump, che sta facendo apparire le questioni internazionali non più come un complesso scacchiere diplomatico e geopolitico ma come qualcosa che capricciosamente entra nella vita di tutti i giorni in forme sconclusionate e aggressive e con conseguenze drammatiche sul campo dei conflitti e imprevedibili sul resto del mondo. In questo modo il “lontano” conflitto con l’Iran è finito non solo coi morti ammazzati ma anche immediatamente nelle pompe di benzina e, via via sempre di più, nei prezzi di tutti i generi che vengono trasportati. Chi tocca Trump raccoglie una immediata antipatia, la Meloni ha ambiguamente giocato su una “amicizia speciale” col presidente americano, allontanando la mano quando ha capito che rischiava di bruciarsi, ma era troppo tardi. Ne sanno qualcosa in questi stessi giorni la destra francese come quella slovena. E anche Orban sta scricchiolando.
Ora si apre una fase politica del tutto nuova: il centrosinistra, il campo largo – se vogliamo chiamarlo così – porta a casa un successo e deve saperlo capire prima ancora che maneggiare. Se i sondaggi politici ancora una settimana fa davano in vantaggio la destra e oggi il voto reale invece cambia le carte in tavola, vuol dire che c’è una spinta in direzione del centrosinistra ma che lo stesso centrosinistra questa spinta non sa ancora comprenderla e consolidarla. Mentre sulle televisioni il tema sembra diventato immediatamente quello delle “primarie”, reintroducendo un elemento conflittuale prima ancora di poter consolidare il risultato, non stiamo messi bene. Non sono mai stato contrario alle primarie ma vanno costruite attorno a una serie di obiettivi condivisi. Non serve un “programma di legislatura” ma vanno chiarite davvero le scelte, le priorità. Solo così un confronto tra personalità diverse non diventa una lacerazione.