LANGUIDO, FURBO
E MORBIDO
IN UN LIBRO
L'AMICO GATTO

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Languido, aggressivo, furbo, tenero, morbido, egoista, curioso, sentimentale, pigro ma al bisogno atletico, scattante, l’affetto dimostrato con le fusa subito prima di una zampata imprevedibile, difensiva e punitiva al tempo stesso, ingiustificata apparentemente, ma solo apparentemente perché qualcosa di sgradito dal suo contendente del momento, umano o animale che sia, gli è stata fatta. Goloso, sornione, attento, lungimirante…



Si potrebbe proseguire quasi all’infinito, saccheggiando la ricca lingua italiana, per definire il gatto. L’armonioso felino che con grande dignità ci chiede cibo se randagio e che, se casalingo, dell’abitazione è padrone assoluto e l’umano che lo ha accolto è solo ospite. A questo straordinario animale è dedicato un prezioso libro di immagini e testo, poco più di cento pagine, proposto da Ferdinando Scianna, uno dei più grandi fotografi italiani, siciliano di Bagheria, il primo a far parte dal 1982 dell’agenzia fotografica internazionale Magnum Photos, che ha selezionato nel suo ricco archivio quarantaquattro foto di gatti da lui scattate nel mondo in più di sessanta anni di professione. Si chiama proprio “Quarantaquattro gatti. Omaggio fotografico in forma di canzoncina” il libro di Scianna, stampato nell’edizione elegante e accurata di Henry Beyle in raffinata carta tatami. Il titolo, come si comprende, ricalca quello della vecchia canzone scritta per i bambini da Giuseppe Casarini e poi diventata di tutti occupando la memoria musicale collettiva fin da quando, nel 1968, per la prima volta fu cantata allo Zecchino d’oro di Mago Zurlì.



“Ogni tanto mi accade, credo accada a tutti, di svegliarmi con il motivetto di una canzone incistato nella testa, qualche volta per alcune mattine di seguito” spiega Scianna nell’introduzione alle foto. E poiché “non c’è niente di meglio di una vecchia canzone per recuperare le sensazioni di certe stagioni della propria vita” nessuno stupore da parte dell’artista quando nella testa ha cominciato a ritmargli “Quarantaquattro gatti”, quelli in fila per sei col resto di due, cantato persino da Luciano Pavarotti, che inevitabilmente è diventato il titolo di quello che il fotografo definisce “libretto” ma è molto di più. Un viaggio fotografico e di parole nella vita di un umano geniale attraverso le immagini dei tanti animali, in questo caso gatti, che ha reso eterni attraverso il suo obbiettivo.



“Ho sempre molto fotografato gli animali, inevitabilmente. Al mio paese c’erano forse più animali che persone, come in tutti i paesi contadini” spiega Scianna, raccontando che il primo animale con cui da bambino ha avuto un rapporto di grande affetto è stato un cane. Si chiamava Biurì, grande compagno di avventure in un giardino di limoni e nella vasta campagna. Il cane morì schiacciato da un carretto. E quella scomparsa segnò il primo contatto diretto con la morte del ragazzo Federico, “fu per molto tempo il mio dolore più grande”. I gatti sono stati prima soggetti da fotografare poi è arrivato il tempo di Ugo, che campeggia sulla copertina del libro mentre osserva il mondo, e che fu accolto in casa nonostante la resistenza di Scianna a tenere un animale libero come un gatto tra quattro mura. Ugo che arrivò in famiglia grazie alle insistenze dell’ultima figlia , “molto ci ha amato e molto lo abbiamo amato”.



Inevitabilmente è morto di vecchiaia “provocandoci un lutto che ancora non si è spento, come per la morte di un familiare”. Il lutto totale che ben conosce chi ha avuto la fortuna di vivere parte della propria vita assieme ad un animale. Un dolore senza recriminazioni, senza ricordi negativi come può avvenire con gli umani. Totale. Sono gatti di città e di campagna quelli che occupano le eleganti pagine, magri e pasciuti, spavaldi e in amore, sempre fascinosi negli scatti scelti per il libro, che è stato presentato al Maxxi di Roma dall’autore con lo scrittore e giornalista Antonio Gnoli, accolti dalla presidente della Fondazione Maria Emanuela Bruni. C’è la Sicilia sullo sfondo in omaggio alle origini dell’autore, ma anche gatti di Roma e Milano, Parigi e Capri, Venezia e New York.



Città, campagna. In posa di attenzione verso il mondo, disposti al sentimento. A riposo e in battaglia. In famiglia e in una ricercata solitudine. Oltre alle foto nel “libretto” c’è un testo di Leonardo Sciascia, tratto da “Nero su Nero” edito da Adelphi nel 1991, che liquida la secolare questione dell’inimicizia tra cane e gatto attraverso la storia di un gattino che si sente cane perché nutrito da una cagna assieme al suo cucciolo. I due fratelli di latte avranno all’inizio comportamenti simili. L’indole diversa si manifesterà crescendo, il cane nei campi a caccia e il gatto, dopo qualche tentativo, su un cuscino in panciolle. Ma non finirà per questo il legame indissolubile tra i due, che molti dicono impossibile, e che invece fu, e spesso è, una bella storia di amicizia e di convivenza. L’animale del cuore dell’artista? Tutti, per sua stessa ammissione. Però c’è una frase di Jean Cocteu riportata nel libro prima dello scorrere delle fotografie: “Se preferisco i gatti ai cani è perché non ci sono gatti poliziotto”, che cancella ogni dubbio.

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