Che Oscar questi Oscar 2026. “Una battaglia dopo l’altra” di Paul Thomas Anderson, strepitosa satira sociopolitica sulle ossessioni repressive e razziste americane, vince la statuetta più ambita per il miglior film assoluto. “Sinners.I peccatori” di Ryan Coogler, fantahorror vampiresco con succhiasangue corruttori di colore bianco, favoritissimo della vigilia con sedici candidature, miete in abbondanza, con, tra l’altro, il premio per la miglior sceneggiatura originale a Coogler e per il miglior attore protagonista a Michael B. Jordan. Nero il regista, nero lo statuario attore californiano.
TUTTE LE STATUETTE
Hollywood la butta in politica? Bisognerebbe chiederlo a Javier Bardem. Salito sul palco del Dolby Theatre di Los Angeles per annunciare i candidati al miglior film internazionale - l’Oscar lo ha conquistato con pieno merito “Sentimental Value” di Joachim Trier - non ha usato le mezze tinte e ha scandito: “No alla guerra, Palestina libera”. E non è stato il solo a mollare frustate sulle bombardate nel Vicino Oriente e le porcate dell’Ice, il corpo federal-criminale adibito alla caccia ai migranti, il tutto era stato preceduto da prese di posizione durissime di tanti attori, vedi Robert De Niro.
Alle cerimonie dell’Oscar l’umore anti-establishment di ispirazione, diciamo in senso lato, democratica e salutarmente critica, ha circolato sempre. Per restare all’anno scorso, miglior film straniero era risultato “Io sono ancora qui” di Walter Salles, potente rievocazione delle feroci repressioni nel Brasile sotto dittatura e “No Other Land”, coraggiosa testimonianza sul colonialismo sionista in Cisgiordania di un gruppo di cineasti palestinese e israeliani, aveva vinto la statuetta per il miglior documentario. Era poi arrivato al rush finale con due candidature “The Apprentice” dell’iraniano naturalizzato danese Ali Abbasi, cavalcata senza sconti negli spregiudicati esordi del signor Donald Trump, un bersaglio più che comodo, obbligato, visto che arriva a coniugare il lancio di missili - parole sue - al “divertimento”.
Se il cinema, come diceva Godard, è quella cosa bellissima che sta a cavallo tra l’espressione artistica e la vita, mica può nascere e conquistare cuori e cervelli restandosene sotto una campana di vetro. Sono anni particolari. Agli Oscar 2026, tanto per dire, non ha potuto partecipare l’attore palestinese Motaz Malhees, nel cast dello sconvolgente “La voce di Hind Rajab" della tunisina Kawthar ibn Haniyya, “traduzione” filmica delle ultime ore di vita di una bambina palestinese di cinque anni uccisa a Gaza insieme a a sei familiari e a due operatori della mezzaluna Rossa accorsi per salvarla. A Malhees è stato vietato l'ingresso negli Stati Uniti perché l’America del Joker inquilino della Casa Bianca non ritiene validi i documenti di viaggio emessi dall’Autorità Nazionale Palestinese. Per entrare all’Onu vanno bene, per sedersi in platea alla novantottesima edizione degli Oscar no.
Curiosità: il primo Oscar al miglior film fu assegnato nel 1929 dall’Academy a “Ali” girato da William A. Wellman. Pellicola tecnicamente all’avanguardia e d'argomento bellico, narrava la storia di due piloti da combattimento durante la Prima guerra mondiale. Dopo quasi un secolo rieccoci col trionfante “Una battaglia dopo l’altra” in un’altra guerra, stavolta di civiltà, protagonista “Ghetto Pat” (lo interpreta da par suo Leonardo Di Caprio), militante ormai in disarmo del gruppo rivoluzionario French 75, protagonista negli anni Settanta della liberazione di centinaia di immigrati da un centro di detenzione in California.
Passati molti anni, vive in vestaglia e pantofole ma deve rimettersi in azione per salvare se stesso e la figlia sequestrata da un militare suprematista psicopatico, il colonnello Lockjaw, restituito magnificamente - andatura impettita, cervello da tacchino e acconciatura undercut - da Sean Penn, premiato in contumacia (non si è presentato al Dolby Theatre) con l’Oscar al miglior attore non protagonista, mentre il regista P. T. Anderson, dopo undici nomination sparse, ha messo finalmente nel carniere un bel bottino, oltre alla statuetta per il miglior film se ne è aggiudicate altre due per la miglior regia e la miglior sceneggiatura non originale (il film è ispirato a “Vineland” di Thomas Pynchon, maestro del postmoderno Usa). E altri due Oscar sono arrivati per il montaggio e il casting, impreziosito da un Benicio del Toro smagato anziano combattente.
“Una battaglia dopo l’altra” è una danza tra fiondate caustiche e “urlo” politico, uno spettacolo pirotecnico di gag, e di autoironia (anche tra i ribelli albergano gli ottusi) benedetto da un felicemente indisciplinato senso del grottesco. Viva P. T. Anderson, “ecografo” del Grande Paese oggi così sgretolato e sgretolante, dagli imbonitori settari di “The Master” alle storiche radici zuppe di sangue del “Petroliere”, dal dolente “Magnolia” al nostalgico “Licorice Pizza”.
“Sinners. I Peccatori” era arrivato all’atto finale con sedici nominations e pare abbia combattuto un gran duello con “Una battaglia dopo l’altra”, mentre non è mai stato avanti nella corsa “Marty Supreme” di Josh Safdie nonostante le nove candidature, compresa quella come miglior attore protagonista a Timothée Chalamet, arrivato biancovestito alla terza nomination, dopo quelle per “Chiamami col tuo nome” di Luca Guadagnino e il dylaniano “A complete unknown” di James Mangold. All’Academy qualcuno non lo ama e certamente non gli hanno giovato alcune dichiarazioni da superbetto, si è definito un top player e ha statuito con arroganza: “Non voglio lavorare nel balletto o nell’opera... settori dove la gente mantiene viva questa cosa di cui a nessuno importa più”, parole che a Hollywood non possono circolare impunemente.
Se nel 2010 Kathryn Bigelow era stata la prima donna a vincere l’Oscar per la miglior regia, gli Academy Awards 2026 rompono un altro tabù con Autumn Durald Arkapaw, prima donna a conquistare l’Oscar per la miglior fotografia di “Sinners. I Peccatori”. Memorabile il duello per il riconoscimento come miglior attrice tra Jessie Buckley, autentica mattatrice in “Hamnet” di Chloé Zhao e alla fine risultata vincitrice, e Renate Reinsvee, solenne e nevrile nello stupendo, bergmaniano dramma familiare “Sentimental value” del norvegese Joachim Trier, vincitore, come detto, dell’Oscar come miglior film straniero, categoria che proponeva una cinquina finalista di assoluto rilievo con “La voce di “Hind Rajab”, “L’agente segreto” di Kleber Mendonça Filho (ancora regime brasiliano, un film tra accensioni oniriche e crudo realismo destinato a diventare un classico), “Un semplice incidente” di Jafar Panahi e “Sirāt” di Óliver Laxe.
Andrea Aloi