Fosse ancora su questa sciagurata terra, il 24 marzo 2026 Dario Fo compirebbe 100 anni tondi tondi.
Nato a Sangiano, poco distante dalla riva lombarda del Lago Maggiore, trascorse l’infanzia in quei luoghi che, a sua detta, furono poi d’ispirazione per tutte le storie che, a partire dalla giovinezza, avrebbe raccontato al mondo intero.
Oltre agli stretti legami con la famiglia d’origine e con la terra natale, la formazione scolastica e artistica fu però tutta milanese. A Milano frequentò sia il Liceo che l’Accademia di Brera e anche la Facoltà di Architettura presso il Politecnico, senza però riuscire a laurearsi.
Negli anni della formazione frequenta l’ambiente artistico di Brera, conosce pittori e scultori, fotografi, registi e attori con i quali stabilisce forti legami negli anni della ricostruzione, dopo le distruzioni che ogni guerra comporta.
Nei primi anni ’50 del secolo scorso è già un autore/attore affermato. Nel 1954 sposa Franca Rame. Anno dopo anno costruiscono insieme un repertorio teatrale, pur nell’ambito del cosiddetto teatro borghese, assolutamente originale, iconoclasta, beffardo.
In quegli anni, molta radio, moltissimo teatro e pochissimo cinema, quasi niente salvo la necessaria citazione di “Lo svitato” (1956) di Carlo Lizzani in cui Fo ripropone con arguzia il suo bizzarro personaggio. Tra l’altro, memorabile la sua esilarante corsa con un tram per le vie di Milano.
Nel 1962 i due artisti vengono addirittura chiamati a condurre Canzonissima che, anche in quegli anni, rappresentava la summa dello spettacolo nazional-popolare, ma sono talmente irriverenti che riescono a farsi cacciare dalla Rai e ci vorranno anni per potersi ripresentare sugli schermi televisivi.
Nel corso degli anni ’60 Dario Fo, oltre ad acclamato uomo di teatro, si misura anche con la canzonetta, ancorché leggermente impegnata, scrivendo testi di brani che ancora oggi fanno bella mostra nel repertorio di un altro genio che risponde al nome di Enzo Jannacci.
In quegli anni, Dario Fo si avvicina sempre più alla tradizione culturale popolare, dirigendo uno spettacolo che attinge alle radici musicali del mondo popolare con una forza dirompente e dissacrante che mette insieme gesti, suoni e parole. Di “Ci ragiono e canto” (1966), Fo ricaverà poi nel 1969 una versione più politicamente estrema.
Con Jannacci scrive canzoni come “L’Armando” e “La forza dell’amore”. Capolavori assoluti come “Veronica” (con i due noti compare tra gli autori anche Sandro Ciotti, famoso giornalista sportivo/telecronista) e “Prete Liprando e il giudizio di Dio” sino a quell’inno della negazione assoluta che è “Vengo anch’io. No tu no”, il cui testo originale dello stesso Fo viene opportunamente rivisto per poter consentire a Jannacci di proporlo in televisione.
E siamo giusto arrivati al fatidico 1968, ma prima di addentrarci in altre considerazioni vorremmo dare spazio a un divertente aneddoto che concerne proprio Fo e Jannacci.
La fonte è Paolo Tomelleri, grande tra i più grandi jazzisti di sempre, musicista versatile che, tra gli altri, oltre che con Jannacci, ha lavorato e collaborato con Adriano Celentano, Giorgio Gaber, Luigi Tenco e Gino Paoli.
In un anno imprecisato alla fine dei ’50, Enzo Jannacci vorrebbe far sentire alcune sue composizioni a Dario Fo. Quest’ultimo acconsente e gli chiede di organizzare una serata in un locale in zona corso Garibaldi a Milano. Jannacci chiede a Tomelleri di accompagnarlo al pianoforte, malgrado questo non sia lo strumento d’elezione del musicista. La serata viene organizzata. Presenti: Enzo Jannacci e Paolo Tomelleri in veste di esecutori, Dario Fo e il padre di Tomelleri in veste di pubblico.
Malgrado l’assoluto fallimento di partecipazione di spettatori, nasce comunque il proficuo e geniale sodalizio artistico tra due persone di spettacolo di livello eccezionale.
Si diceva del 1968. Pur con evidenti premonizioni nei mesi precedenti, in quell’anno Dario Fo e Franca Rame “rompono” con il mondo del teatro che li aveva visti protagonisti assoluti e danno vita a un nuovo percorso che, attraverso realtà come Nuova Scena e, successivamente, il Collettivo teatrale La Comune, introducono elementi assolutamente originali nel mondo di fare e di condividere teatro.
Tra gli altri, uno spettacolo sconvolgente che ebbe oltre cinquemila repliche nel corso degli anni come “Mistero buffo” (debutto: Casa del popolo, Cusano Milanino, ottobre 1969) e “Morte accidentale di un anarchico” (debutto: capannone di via Colletta, Milano, 27 ottobre 1970).
Sono anni di attività intensissima che portano Fo, Rame e i loro compagni di viaggio ad attraversare in lungo e in largo l’Italia intera, con qualche puntata anche all’estero.
Poiché questa non vuole e non può essere la sede per una disamina ragionata dell’opera di Fo, si rimanda, tra i numerosissimi altri, a quella che rimane un’opera fondamentale per capire l’evoluzione politica e umana del suo lavoro, “La storia di Dario Fo” di Chiara Valentini che quell’epoca racconta con ponderata criticità. Il testo può essere consultato all’interno di quella miniera di materiali contenuti nell’Archivio Franca Rame Dario Fo (www.archiviofrancarame.it).
Tra i compagni di viaggio di quegli anni c’è anche Silvano Piccardi, poi regista e attore di lungo corso, che racconta il teatro di Fo con queste parole: "Il momento più appagante era quando Fo ci leggeva il testo dello spettacolo. Un’esperienza indimenticabile. Dario era un vulcano di idee e di creatività teatrale. Assolutamente un fuoriclasse, con grande tecnica di palcoscenico in tutti i suoi aspetti. Essendo anche pittore, aveva brillanti intuizioni sull’utilizzo degli spazi e dei colori. Dotato di enorme estro, sfruttava il proprio fisico in un modo fantastico. Grandissima tecnica che generava una spontaneità naturale. Riusciva a fare le cose più difficili con apparente naturalezza. Quando accadeva che uno spettacolo non funzionasse, introduceva elementi folgoranti di improvvisazione e, per gli altri attori in scena, era difficilissimo andargli dietro. Era però molto rigoroso, sapeva stare al gioco e coglieva ogni sfumatura dell’espressione e del gesto".
Conclusa l’esperienza del Collettivo teatrale La Comune, la nuova compagnia di Fo occupa a Milano la Palazzina Liberty dell’ex Mercato ortofrutticolo che diventa sede di spettacoli memorabili, anche e soprattutto per una straordinaria partecipazione di pubblico.
Da allora in poi migliaia di spettacoli, iniziative, pubblicazioni di libri, esecuzione di quadri, partecipazione a programmi televisivi tra cui le apparizioni accanto ad Adriano Celentano che restano memorabili.
Nell’ottobre del 1997, come è abbondantemente noto, viene attribuito a Dario Fo il Premio Nobel per la letteratura. Nella motivazione si legge: "… nella tradizione dei giullari medievali fustiga il potere e nobilita la dignità degli umiliati". Una perfetta sintesi di oltre quarant’anni di teatro e di opere di varia natura.
Va da sé che dare conto, anche succintamente, di tutto il lavoro culturale e sociale di Dario Fo è impresa che va oltre l’impossibile. Esiste una letteratura enorme che racconta la vita e l’opera di Fo e di Franca Rame. Resta la straordinarietà di un viaggio umano che, pur nelle contraddizioni esistenti, testimonia un lavoro incessante alla ricerca di valori che dovrebbero essere imprescindibili ma che troppo spesso vengono dimenticati o misconosciuti.
Per quanto assolutamente marginali, esistono anche alcuni episodi di carattere personale come spettatore e operatore culturale.
Da spettatore, indimenticabili le rappresentazioni, viste e riviste in sedi diverse, di “Mistero buffo” e “Morte accidentale di un anarchico”. Il capannone industriale di via Colletta 24/a a Milano, in qualche modo adibito a spazio teatrale, era sempre sold out, frequentato soprattutto da giovani che avvertivano, e avevano, voglia di cambiamento.
Qualche anno più tardi, da operatore culturale, avevamo proposto a Dario Fo, ma l’interlocutore principale fu Franca Rame, la realizzazione di un documentario su di lui nella collana di video “Gente di Milano” per la quale avevamo già realizzato, tra gli altri, opere su Alda Merini, Nanda Pivano, Bruno Munari e Franco Loi.
Su richiesta, iniziammo con le riprese dello spettacolo “Il diavolo con le zinne” che vedeva in scena la Rame con Giorgio Albertazzi con la regia di Fo, in programmazione presso il teatro Carcano di Milano.
Quando arrivò a sorpresa la notizia dell’assegnazione del Nobel a Fo, anche noi fummo travolti dall’evento e del documentario non se ne fece niente.
Nel 1999 partecipammo alla realizzazione dello lectio magistralis “Lezione sul Cenacolo di Leonardo” che si tenne nel quadriportico della Pinacoteca di Brera, luogo che ospita anche l’Accademia d’arte frequentata a suo tempo da Fo stesso.
Dopo la partecipazione di Fo alla Milanesiana del 2007 con l’esecuzione del testo “La preghiera, Cristo e le donne”, si presentò l’occasione di una frequentazione ancora più assidua per la realizzazione di un progetto che stava molto a cuore all’artista.
Lo spettacolo “Sant’Ambrogio e l’invenzione di Milano”, nei desideri di Fo, si sarebbe dovuto realizzare nel sagrato della Basilica di San Lorenzo a Milano, costruendo per l’occasione un’apposita arena per contenere gli spettori e permettere al meglio le previste riprese televisive.
Ricordo alcuni sopralluoghi con il parroco della chiesa e riunioni di lavoro nella bella casa di Fo in corso di Porta Romana. Tanto gentile quanto determinato, l’artista ci coinvolse con passione nel suo progetto che però non andò a buon fine per via dei costi eccessivi di allestimento.
Lo spettacolo venne poi realizzato nell’ottobre del 2009 al Piccolo Teatro Strehler in una diversa e più contenuta dimensione scenica.
A mo’ di congedo, in occasione del centenario dalla nascita e del decennio dalla scomparsa di Fo, non resta che ricordare di aver conosciuto con lui uno dei personaggi più significativi e importanti della cultura europea del ‘900 che, ammesse e concesse luci e ombre, difficilmente avrà uguali nei secoli dei secoli.
Massimo Cecconi