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Arriva l’8 marzo e …lasciatemelo dire, non se ne può più. Diventa avvilente vivere la Giornata Internazionale della Donna come fosse la Festa della Polenta a Sambuci (Roma) o la Giornata Mondiale del Vattelapesca.

Siamo nel 2026, il mondo è in fiamme e non abbiamo bisogno di mimose, di entrare gratis nei musei o di uno sconto per un weekend. Provo una sorta di imbarazzo e di umiliazione.

Siamo ormai, donne e uomini, in un mondo che non ci saremmo mai aspettati. Negarlo non serve.

Potremmo persino percepire la disuguaglianza di genere come il male minore, eppure non è così. Il ‘regno della forza’ non è solo quello politico dei padroni del mondo. Divora le relazioni e si espande nel microcosmo della vita quotidiana. Un fenomeno tragico, che come le guerre in atto sembra allargarsi ogni giorno che passa.



Non è facile contrastare la forza, quando gli sforzi diplomatici falliscono. Quello di cui c’è bisogno, nel mondo della guerra e nella vita quotidiana, sarebbe una lucida negazione. Basterebbe un NO, se venisse rispettato.

Sono troppi i partner che tormentano e uccidono le loro compagne. È un fenomeno crescente nel nostro paese che ha reso necessario il riconoscimento del reato di femminicidio con la legge del 2 dicembre 2025, con tutte le criticità che ne sono derivate.

E c’è ancora chi discute sull’appropriatezza della parola femminicidio, ritenuta non ‘equa’ se si reclama la parità di genere; quasi fosse un’ostentazione di parte e non una realtà. Come se l’omicidio e il femminicidio fossero la stessa cosa. È difficile da digerire, ma il messaggio è chiaro. Questo non significa che forme di violenza, di arroganza e di sopruso non possano essere esercitate anche dalle donne, né che si debba mortificare l’uomo e santificare la donna. Non è una partita a squadre da vincere; i diritti degli uomini dovrebbero coincidere con i diritti delle donne e viceversa.

Ma l’8 marzo è una giornata simbolica che sa di ipocrisia. Il maschile non cambia in pochi anni e non tutto nel maschile è da cambiare. La parola chiave è concretezza.

Un esempio di azioni concrete è quello dell’Unicef. Quest’anno, in occasione dell'8 marzo, ha lanciato l'iniziativa "Non restare in silenzio", sostenuta dalla pallavolista Alessia Orro, diretta alle adolescenti per invitarle a riconoscere i segnali di pericolo nelle relazioni affettive e chiamare il numero 1522 per avere un conforto o un consiglio contro la violenza di genere.



Ad Avellino, invece, il ristorante 'Il Bulbo' devolverà l’intero ricavato della giornata all’Unicef, per sostenere i programmi dedicati alla tutela dei diritti delle bambine e delle ragazze, con particolare attenzione al contrasto della violenza di genere, con l’intento di accendere i riflettori su una realtà che riguarda milioni di bambine e donne nel mondo.

Si tratta di un gesto che nasce dall’impegno dei giovani proprietari del ristorante, che hanno scelto di trasformare una ricorrenza simbolica in un’azione reale, permettendo ai clienti di scegliere liberamente e di partecipare secondo le proprie possibilità. Secondo i dati Unicef, una donna su tre nel mondo ha subìto, nel corso della vita, violenza fisica o sessuale; 640 milioni di donne oggi viventi sono state costrette a sposarsi quando erano ancora bambine e 129 milioni di ragazze non frequentano la scuola. Ogni diritto negato a una bambina è una ferita per il futuro che si trasforma in disuguaglianza. Si comincerà a capire solo quando si vedrà che le donne lavorano al pari degli uomini e saranno remunerate allo stesso modo in ogni parte del mondo.

La battaglia per l’autodeterminazione delle donne è una battaglia globale.

Buon 8 marzo per trecentosessantacinque giorni!

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