SVEZIA, ADOTTA UN'ISOLA
I CUSTODI DEL SILENZIO

(foto di Hannes Krantz, Visit Sweden)

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L’isola privata è un sogno vecchio come il mondo: andare via, staccare, respirare senza dover rendere conto a nessuno. Solo che di solito quel sogno viene raccontato con il vocabolario dell’eccesso. E qui, invece, la storia cambia registro. In Svezia l’idea di lusso torna a una misura più sobria: tempo, spazio, quiete, e la capacità (quasi educativa) di non lasciare tracce.

Nasce così “Your Swedish Island”, iniziativa lanciata da Visit Sweden insieme al National Property Board: cinque isole vengono affidate a cinque viaggiatori internazionali con un diritto d’uso di dodici mesi. Non è una vendita e non è un colpo immobiliare: è una forma di “custodia”, con un patto chiaro: puoi goderti il posto, ma lo tratti bene, come faresti con la casa di famiglia che ti hanno prestato per l’estate.


(Isola Tjuvholmen - foto Crazy Pictures/Visit Sweden)


La Svezia conta più di 267.000 isole (sul sito della campagna: 267.570). Non tutte sono “destinazioni”, ovviamente; molte sono poco più che rocce e boschetti nel blu. Ma l’immagine è potente: un Paese disseminato di approdi, con isole in mare e isole nei laghi, unite dallo stesso filo: calma, aria pulita, natura che ricarica. Nel comunicato si cita anche un sondaggio globale di YouGov: il 44% degli intervistati direbbe volentieri sì a “scappare dalla folla” andando sulla propria isola. Tradotto: non è più solo un capriccio da ricchi, è un desiderio diffuso di silenzio e disconnessione, anche per ridurre il peso dell’overtourism.


(foto Crazy Pictures/Visit Sweden)


Le isole scelte sembrano fatte apposta per ricordarti che la natura non ha bisogno di scenografie. Medbådan, nel nord, è descritta con un invito che è già un programma: arrivarci in canoa. Piccoli scogli, acqua calma, bosco fitto al centro. Poi ci sono Skötbådan e Storberget, due isole dell’arcipelago intorno a Stoccolma: il nome della prima richiama una secca legata alle reti da pesca, quello della seconda un grande roccione (“montagna”, in svedese). Qui l’isola è consuetudine: pontili, barchette, legno, vento e quella familiarità scandinava con l’acqua che fa sembrare “normale” ciò che altrove sarebbe avventura.


(Isola_Medbådan - foto Crazy Pictures/Visit Sweden)


Il terzo paesaggio cambia voce con Tjuvholmen, un’isola nel grande Lago Vänern vicino a Lidköping: qui non c’è il mare ma sempre un orizzonte enorme, più “lacustre”, più quieto, quasi domestico. Infine Marsten, vicino a Falkenberg, dove il testo ufficiale insiste su pietra chiara, cielo aperto e acqua limpida: il tipo di costa senza effetti speciali, ma ti resta addosso perché è essenziale. Un dettaglio interessante, raccontato sul sito: ogni isola è “abbastanza” isolata da farti sentire altrove, ma non così lontana da rendere impossibile la vita quotidiana: anche solo per comprare viveri o incrociare una comunità locale, magari durante una festa tradizionale come il Midsummer.

Il tono dell’operazione è volutamente leggero. Si partecipa con un video verticale 9:16 di massimo un minuto, in cui spieghi perché meriti l’isola — cioè, in sostanza, perché sapresti viverla con rispetto. Il form online accetta candidature fino al 17 aprile 2026. Poi decide una giuria; sul sito si parla di annuncio a maggio-giugno: in pratica, tarda primavera/inizio estate. E cosa si “vince” davvero? Un anno di diritto d’uso dell’isola, un diploma simbolico, un voucher viaggio per la Svezia e un contratto che mette nero su bianco poche responsabilità di custodia. In altre parole: un’esperienza premia la cura.

La cosa più bella è forse questa: anche senza concorso, la Svezia ha una tradizione che rende credibile l’intero racconto, l’Allemansrätten, il diritto di pubblico accesso alla natura. In parole povere: puoi muoverti, camminare, sostare e, in certi casi, campeggiare per poco tempo, purché non disturbi e non danneggi; e ti porti via ogni traccia del tuo passaggio. È libertà, ma con un’etichetta molto severa: rispetto. Che si vinca o no, la lezione resta: la Svezia suggerisce di cercare l’isola come spazio, non come status. E magari di portarsi via la cosa più preziosa del viaggio: il silenzio, e quel rispetto pratico per i luoghi che qui non è uno slogan, ma un’abitudine.

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