HORMUZ, SCIITI E DRONI
ORA IL MONDO TEME
LA RISPOSTA ASIMMETRICA
DEL REGIME DI TEHERAN

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Ancora una guerra. Ancora una guerra condotta fuori dai confini del diritto. Ancora una guerra, scatenata da Israele e Stati Uniti. Ancora una guerra, tra occidente e paesi arabi. Ma come? USA e Iran non erano seduti attorno al tavolo del negoziato? Perché, all’improvviso tutto è precipitato, e i missili hanno sostituito la trattativa?

Operazioni del genere non sono né possono essere pubblicizzate, specie se condotte d’autorità e senza l’appoggio dei rispettivi parlamenti e delle organizzazioni internazionali. E se i media parlano di una operazione guidata dai servizi segreti israeliani e statunitensi, è credibile che l’opportunità di trovare la Guida Suprema Alī Khāmeneī insieme al suo stato maggiore in una unica località sia stata considerata un’opportunità da non lasciarsi sfuggire. Come nei migliori (o peggiori) film, si scatena l’inferno e poi si cercano le motivazioni.

Al momento la decisione del presidente Trump e del primo ministro israeliano Netanyahu si fonda sull’apparente rifiuto iraniano di interrompere l’arricchimento dell’uranio, con i conseguenti rischi militari. Girano indiscrezioni (diffuse non si sa da chi) secondo cui l’Iran era a un passo dal creare un minaccioso arsenale nucleare, addirittura pronto ad annientare Israele. Accusa sempre negata da Teheran, che pure non ha mai concesso all’ Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica di verificare di persona lo status quo. D'altra parte, chi ha qualche capello bianco in testa non può non ricordare Saddam Hussein e la guerra in Irak, scatenata nel nome di armi di distruzione di massa poi mai trovate.

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(Il compound di Khamenei)


Tornando a Teheran: non credo esistano dati ufficiali (come potrebbero?) su quanti siano i morti degli ultimi 47 anni per mano della teocrazia assassina dell’Iran, cioè da quel 1979, anno in cui lo scià di Persia partì per Parigi e lasciò il paese all’Ayatollah Khomeynī. Per tanti sono considerati sufficienti a “giustificare” un rovesciamento di regime e forzare un cammino verso la democrazia. Ma l’Iran non è il Venezuela e nemmeno l’Irak o la Libia. L’Iran è pesantemente armata, ha legami molto stretti con la Russia e la Cina, siede sopra un infinito giacimento petrolifero, esercita un controllo sullo Stretto di Hormuz e, soprattutto, è un paese sciita. Tutti questi elementi insieme aiutano a spiegare la tattica di risposta del regime. A differenza della fede sunnita, gli sciiti considerano il martirio come una corsia preferenziale per il paradiso. La morte della Guida Suprema Alī Khāmeneī, assassinato per la causa del popolo, e l’uccisione di 180 bambine e ragazze innocenti sono un martirio da vendicare (ammesso che le indagini che saranno condotte dall’ONU attribuiscano la colpa agli attacchi congiunti USA/Israele). Sebbene non sia stata apertamente dichiarata la jihad, il martirio è una chiamata alle armi, una sorta di “sciiti di tutto il mondo, unitevi.” Così facendo l’Iran può contare non solo sul proprio esercito ma su milioni di musulmani sciiti nel mondo pronti a sacrificarsi. Un richiamo prontamente ascoltato dagli sciiti libanesi che, così facendo, hanno portato il conflitto oltre i confini dell’Iran. C’è da sperare che questi attacchi non coinvolgano anche Hamas e che non riprenda la guerra anche dalle parti di Gaza; ma, sebbene sia auspicabile che ciò non avvenga, da un punto di vista tattico, aumentando la visibilità e coinvolgimento del conflitto al “mondo arabo”, questo eventuiale sviluppo potenzierebbe de facto la minaccia iraniana.


(Bombe su Teheran)


Anche se i paesi confinanti con l’Iran sono di fede sunnita, però, sarebbe errato vedere questa guerra come uno scontro tra le due fedi o come una guerra di religione. Gli attacchi a Dubai, in Qatar o alle basi americane nei paesi confinanti sono una mossa strategica che mira a colpire il mondo intero: sono attacchi che significano la sopravvivenza dell’Iran e per certi versi hanno il germe di una vera guerra mondiale molto di più di quanto ne abbia la guerra in Ucraina. In gioco è la totale distruzione di quei paesi “neutrali” che tanto neutrali non sono, essendo alleati stretti degli Stati Uniti. Paesi creati sulla carta e che servono da paradisi fiscali, mete turistiche, e mercato dello sfarzo lussuoso. Ma, soprattutto, servono come avamposto per gli Stati Uniti nell’Oriente medio ed estremo. Attaccare con droni le futuristiche torri di Dubai o Abu Dhabi ha certamente generato qualche preoccupazione per chi ha pensato (e vorrà pensare) di rifugiarsi da quelle parti. Se la paura dovesse diffondersi, sarebbe un colpo mortale alla finanza e al prestigio degli Emirati Arabi e dei paesi vicini.


(Manifestazioni in Iran dopo la morte di Khamenei)


Ma il “colpo da maestro” per la tattica iraniana è il blocco dello Stretto di Hormuz, specie per gli effetti che ha sulle popolazioni interessate. Tutti i paesi che si affacciano sul Golfo Persico sono situyati nelle regioni più desertiche del pianeta, troppo aride per qualunque coltivazione, il che li rende dipendenti dalle importazioni di cibo. La mancanza di acqua potabile li costringe ad avere immensi impianti di desalinizzazione, facili, anzi facilissimi, bersagli di un drone o un missile, la cui distruzione sarebbe l’equivalente dell’avvelenamento dei pozzi in auge nel Medioevo. E considerando che il versante iraniano del Golfo è montuoso, è molto probabile che sia tappezzato di piattaforme nascoste da dove lanciare missili e droni capaci di attraversare velocemente il Golfo e colpire non solo gli impianti di desalinizzazione ma anche i pozzi petroliferi sparsi in ogni dove, obiettivi altrettanto vulnerabili e difficilmente difendibili. La chiusura dello Stretto di Hormuz, quindi, ha conseguenze che vanno ben oltre quello di strangolare il mondo privandolo del prezioso petrolio trasportato dalle gigantesche navi cisterna.


(Il Golfo Persico)


Mentre il petrolio esce dal Golfo, cibo e acqua potabile entrano nel Golfo, destinati ai paesi confinanti, sunniti e filo-americani. Gli USA e Israele devono stabilire quindi fin dove vogliono arrivare. L’occidente - ma anche il mondo intero – non potrà rimanere spettatore o limitarsi a dichiarazioni ambigue. L’uccisione della Guida Suprema, sebbene sia condizione necessaria, non è sufficiente per garantire un cambio di regime, specie perché, al momento, tale cambio non è supportato da un paese intero che lo esige. Il sacrificio di migliaia di studenti, per quanto possa testimoniare una sentita insoddisfazione della popolazione, non rappresenta una minaccia armata e non può essere considerato l’embrione di una rivoluzione o guerra civile. Eventuali altre manifestazioni provocheranno sicuramente altre uccisioni di innocenti dimostranti. Come dicevamo, sul piano della strategia militare dell’Iran esasperare la natura religiosa del conflitto rende la sua difesa invulnerabile alla “decapitazione”. Un po' come dire che ogni parrocchia è indipendente e capace di condurre la propria guerra a prescindere dalla presenza di una unica Guida.


(Lo Stretto di Hormuz)


Il fanatismo è strumentale, ma a supportare questo tipo di guerra è la tecnologia dei droni, strumenti di distruzione a buon mercato (ognuno costa circa $50.000) trasportabili ovunque con un TIR e capaci di colpire indifferentemente strutture civili, pozzi petroliferi o portaerei. Ed è proprio l’asimmetria tra le rispettive forze militari a definire la possibile durata della guerra e la tattica conseguente. Un po' come fu in Vietnam. Contro la potenza di fuoco USA/Israele, l’Iran ha a disposizione missili, droni, il blocco navale nello Stretto di Hormuz e i gruppi di jihadisti distribuiti nel mondo, una minaccia già vista con al-Qaida di Osama Bin Laden. D’altro canto, gli Stati Uniti e i suoi alleati hanno una superiorità “muscolare” contro cui solo una minaccia nucleare può fare da dissuasore, minaccia che, per fortuna di tutti noi, pare che l’Iran non sia in grado di agitare. Abbattere un drone da $50.000 con un missile da $ 1 milione ha i suoi costi che prima o poi si fanno sentire sui bilanci, e i costi sono un fattore che potrebbe incidere sulla durata del conflitto.


(Beit Shemesh in Israele, la distruizione causata da un missile iraniano)


Ma a meno che non si voglia mandare truppe sul campo e occupare il paese (eventualità alquanto difficile con Russia e Cina alle porte), un cambio di regime deve venire dall’interno. E c’è da aspettarsi che gli USA, oltre ai bombardamenti a tappeto, facciano leva sulle differenze di etnie presenti nelle varie regioni dell’Iran per indebolire la componente religiosa della resistenza. Una tattica che però richiede tempi lunghi. Se nel frattempo, con la chiusura dello stretto, l’Iran avrà successo nel colpire la struttura economica e finanziaria dei paesi del Golfo e dei mercati internazionali, allora ci sarebbero i presupposti per una crisi che può trascinare nella mischia il mondo intero, e ogni scenario sarebbe più nero del precedente. Lasciando la domanda: "Perchè tutto questo sta accadendo?" ancor di più senza una risposta convincente.

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