ANTISEMITISMO
LA GRANDE CONFUSIONE
SOTTO IL CIELO
DI GERUSALEMME

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Le parole contano. Le definizioni contano ancora di più, perché vogliono essere appunto delle parole-segno. La parola antisemitismo ha una data di nascita precisa e una occasione altrettanto precisa: era il 1879 quando il giornalista tedesco Wilhelm Marr annunciò la nascita di una Lega degli antisemiti che si proponeva di impedire che agli ebrei fosse concessa una piena uguaglianza giuridica. Paradossalmente, quindi, aveva, per chi l'aveva coniata, un valore positivo e aggregante. Si costruiva una forza politica nazionalista ed etnocentrica contro il principio dell'uguaglianza dei cittadini, con l'intento di escludere dai diritti gli ebrei. Ovviamente l'odio antiebraico ha una storia ben più lunga e tragica, ormai bimillenaria, ma se vogliamo identificare che cosa è l'antisemitismo moderno, quello sfociato nel nazismo e nella Shoah, bisogna partire da qui. E da qui parte il documentatissimo e straordinariamente efficace volume "Sull'antisemitismo" firmato dallo storico anglo-americano Mark Mazower, pubblicato in Italia da Einaudi (pagine 374, prezzo 25 euro).



Mazower insegna alla Columbia University, uno degli atenei presi di mira dal presidente Trump per "antisemitismo". L'accusa nasce dal fatto che la Columbia, come le grandi università dell'Ivy League, ha permesso che per mesi si manifestasse all'interno e intorno all’ateneo a favore dei palestinesi e contro le politiche israeliane a Gaza.

Tutto questo è antisemitismo? Mazower analizza come proprio il concetto di antisemitismo abbia nel tempo subito mille modificazioni fino ad una vera e propria torsione. "Combattere l’antisemitismo – scrive - voleva dire un tempo opporsi all’etno-nazionalismo; oggi serve spesso a giustificare i peggiori eccessi dell’etno-nazionalismo. Alcuni pensano che l’antirazzismo e i diritti umani siano la soluzione, per altri sono il problema. L’antisionismo equivale all’antisemitismo, dicono alcuni; altri dicono lo stesso del sionismo. Perfino i razzisti dicono oggi di opporsi all’antisemitismo, un fatto del tutto inimmaginabile quando il termine fu coniato e una spia che segnala l’uso distorto che se ne fa attualmente.” È sorprendente ma oggi in Europa movimenti di estrema destra come AFD in Germania o i lepenisti in Francia, Vox in Spagna (potremmo dire lo stesso con qualche aggiustamento per Fratelli d'Italia qui da noi) che hanno una forte impronta storica nell'antisemitismo e nell’odio razziale ed etnico, più che smentire questi atteggiamenti li hanno in qualche modo trasformati con una ampia accettazione di Israele vissuto come lo strumento che, identificando gli ebrei in uno stato lontano, fa perdere di peso alla "questione ebraica" rappresentata un tempo dalla diaspora ebraica in Europa.


(Italia, 1938: dopo le leggi razziali fasciste)


Sostanzialmente la presenza e la forza di Israele - e la pretesa di quello stato di rappresentare in toto la comunità ebraica presente e passata (l'idea di dare la cittadinanza israeliana alle vittime della Shoah poteva apparire "sentimentale" ma rischia di cancellare la vera nazionalità delle vittime e quindi le responsabilità delle comunità cui appartenevano) - annacqua, fin quasi ad azzerarla, la reale esistenza degli ebrei in Europa. Caso diverso per la comunità ebraica americana, che rappresenta oggi la metà degli ebrei di tutto il mondo, ma che in prospettiva pare destinata a perdere peso per motivi demografici.

Mi è capitato di scrivere qualche settimana fa su questo stesso argomento ricordando come l'antisemitismo fosse ancora vivo nell'Italia degli anni Cinquanta e di quanto ancora pesasse la mancata opposizione - o anche soltanto il rifiuto morale - alle leggi razziste del 1938, che sono una componente non occasionale né marginale del fascismo italiano.

L'antisemitismo italiano ha una forte matrice di destra fascista e una radice storica nell'antisemitismo cattolico e specialmente "papalino", ovvero legato allo stato della Chiesa con le sue leggi discriminatorie e oppressive nei confronti degli ebrei. È un piccolo paradosso ma la "questione romana" permise una forte presenza ebraica nel Risorgimento italiano, culminato dopo l'Unità in un protagonismo ebraico e nella presenza politica di ministri come Giuseppe Ottolenghi o Lodovico Mortara e sindaci come Nathan a Roma. È il fascismo a rompere questa "appartenenza" fino a capovolgerla in persecuzione. Oggi questa matrice di destra sembra scolorare, ma nella realtà quei sentimenti si sono reindirizzati verso nuovi "altri", verso gli immigrati e gli islamici come estranei alla "nostra cultura" ma fanno presto a tornare anche sugli ebrei.

Esageriamo? Non credo, perché se l'uso strumentale dell'accusa di antisemitismo è solo questo è proprio l'ideologia MAGA a ritirar fuori il vecchio antisemitismo. Un paio di casi recentissimi: uno riguarda la nomina voluta da Trump di Carrie Prejean Boller nella Commissione per la libertà religiosa, un organismo statale all'interno del ministero di giustizia. Carrie Prejean Boller è un ex Miss California nota in passato per le sue dichiarazioni contro i matrimoni omosessuali. Oggi fa parte di un organismo politico e regolatorio all'interno del quale ha, in una recente seduta, chiesto polemicamente se alcune parti della Bibbia potessero ora essere considerate antisemite per il "riferimento all'uccisione e alla crocifissione del nostro Signore e Salvatore, Gesù Cristo" ha difeso Candance Owens e Tucker Carlson – due delle più importanti fonti di propaganda antisemita negli Stati Uniti – e ha attaccato il sionismo come incompatibile con la sua fede cattolica (detto per inciso: la questione dell’intolleranza religiosa, culturale e razziale negli Usa ha un forte impronta cattolica, non della chiesa cattolica nella sua interezza ma in alcune sue parti, specie dei “neofiti” in maniera aggressiva e – è il caso dell’influencer Nick Fuentes – dichiaratamente in nome della religione cattolica. E questo dovrebbe preoccupare il Papa americano).


(L'Olocausto - Museo della II Guerra Mondiale di New Orleans)


Un altro protetto di Trump, Jeremy Carl, che il presidente ha candidato ad una posizione di vertice del Dipartimento di Stato, ha un passato di dichiarazioni antisemite, di negazione dell'Olocausto e un presente fatto di dichiarazioni come queste nel corso di una seduta in Senato per la valutazione della sua candidatura: "Gli ebrei amano considerarsi oppressi piuttosto che accettare di essere partecipi della storia" e ha sposato la teoria della Grande Sostituzione, ovvero l'idea che le élite occidentali, a volte manipolate dagli ebrei, vogliano sostituire gli americani bianchi con immigrati non bianchi", portando 'a riprova' di questa affermazione le politiche sull'immigrazione del Partito Democratico". Affermazioni che hanno fatto storcere la bocca anche a senatori repubblicani e ora si spera che la sua candidatura possa essere bocciata. D’altra parte, per restare a Trump, come è possibile tenere insieme l’iniziativa del presidente che multa per 200 milioni di dollari la Columbia per il mancato rispetto della legislazione federale contro la discriminazione, in merito alle proteste studentesche pro Palestina, e le frasi che lo stesso Trump scrive sui suoi social per accusare gli immigrati haitiani di mangiare i cuccioli dei loro vicini di casa e la comunità somala del Minnesota definita “immondizia” e per la quale si augura una generale “deportazione per ripulire il disastro che sono responsabili di aver creato nel paese di origine”?

L'intreccio delle accuse di antisemitismo, indirizzato contro le istituzioni liberal americane del governo Trump, si accoppia con le accuse all'Europa di voler negare la "libertà di parola" ai partiti dell'estrema destra avanzate dal vicepresidente J.D. Vance. Il viaggio di Rubio da Orban ne è una conferma, così come il tentativo, fatto dallo stesso segretario di Stato, di ricostruire un legame transatlantico in nome dell'Europa coloniale e imperiale (e razzista) che ha preceduto la Seconda Guerra Mondiale alla quale, evidentemente, la “cultura” MAGA si sente vicina.

Se la grande "confusione" sotto il secondo mandato di Trump ha raggiunto il suo apice, quello che la rende in qualche modo legalmente possibile sono due provvedimenti che risalgono al 2019 (prima amministrazione Trump) e al 2024 con l'amministrazione Biden. Nel 2019 l'allora e oggi presidente firma un ordine esecutivo che impone alle agenzie federali di considerare la definizione dell'IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance) sull'antisemitismo durante le indagini sulle violazioni dei diritti civili. Nel 2024 la Camera dei rappresentanti ha approvato – con Biden alla Casa Bianca - l'Antisemitism Awareness Act che mira a codificare l'uso della definizione IHRA da parte del Dipartimento dell'Istruzione quando indaga su discriminazioni nei campus universitari.

Tutta colpa della definizione dell'IHRA allora? Certamente no; quella dichiarazione, pur piena di contraddizioni e difetti, non è mai stata pensata come una normativa cogente. Eppure lo è diventata. “La legge fondamentale - scrive Mazower commentando questi atti legislativi - sembra quasi progettata apposta per favorire la confusione tra Israele ed ebrei in genere. "L’identificazione di tutti gli ebrei con Israele, – ha scritto lo storico del pensiero Martin Jay, – che in certi ambienti è usata per giustificare l’antisemitismo, non è più preoccupante della minacciosa insistenza con cui alcuni accesi difensori di Israele pretendono che tutti gli ebrei si schierino a difesa delle sue iniziative, giuste o sbagliate che siano".

In effetti, secondo certe interpretazioni, la legge del 2019 potrebbe implicare che gli ebrei che si oppongono radicalmente alla politica israeliana non fanno parte del 'popolo ebraico' e forse, in un certo senso, non sono neppure veramente ebrei. Torniamo un momento alle definizioni: quando diventano inservibili (e alla parola antisemitismo rischia di succedere) diventa inservibile o addirittura scompare anche quello che la definizione vuole descrivere. E questo non solo sarebbe sbagliato ma sarebbe un dramma. Smettere di comprendere il senso dell'antisemitismo ne farebbe smarrire la pericolosità e la necessità di combatterlo.


(La questione ebraica: Mussolini e Hitler)


Eppure gli strumenti per farlo ci sono - come argomenta ampiamente Mazower - cominciando dal trovare una definizione di antisemitismo che non ne trasformi il significato e che non implichi una paradossale limitazione della libertà di discuterne. Il primo strumento è quella che si conosce come la "Dichiarazione di Gerusalemme", firmata da oltre 370 studiosi dell'ebraismo (storici, filosofi politici, scrittori, sociologi, esperti dei crimini di odio e di persecuzione tra cui moltissimi ebrei e intellettuali israeliani come Abraham Yehoshua) e nella sua premessa descrive così l'antisemitismo: "L’antisemitismo è discriminazione, pregiudizio, ostilità o violenza contro gli ebrei in quanto ebrei e contro le istituzioni ebraiche in quanto ebraiche". E più nel dettaglio afferma che esso consiste in "credenze, atteggiamenti, azioni o condizioni sistemicamente antiebraiche. Comprende credenze e sentimenti negativi sugli ebrei, comportamenti ostili diretti contro gli ebrei (perché ebrei) e condizioni che discriminano gli ebrei, ostacolandone gravemente la capacità di partecipare da pari a pari alla vita politica, religiosa, culturale, economica o sociale" oltre alla negazione dell’Olocausto e la ripresa di storiche accuse agli ebrei identificati come “il male”.

E per quanto riguarda Israele la Dichiarazione di Gerusalemme individua atteggiamenti antisemiti e altri che non lo sono: a quelli antisemiti appartengono:
• Applicazione dei simboli, delle immagini e degli stereotipi negativi dell'antisemitismo classico allo Stato di Israele.
• Ritenere gli ebrei collettivamente responsabili della condotta di Israele o trattarli come agenti di Israele, semplicemente perché sono ebrei.
• Richiedere alle persone, in quanto ebree, di condannare pubblicamente Israele o il sionismo (ad esempio, durante un incontro politico).
• Supporre che gli ebrei non israeliani, semplicemente perché sono ebrei, siano necessariamente più leali a Israele che ai loro paesi.
• Negare il diritto degli ebrei nello Stato di Israele di esistere e prosperare, collettivamente e individualmente, come ebrei, in conformità con il principio di uguaglianza.

Quelli invece non antisemiti sono:
• Sostenere la richiesta palestinese di giustizia e del pieno riconoscimento dei loro diritti politici, nazionali, civili e umani, come sancito dal diritto internazionale.
• Criticare o opporsi al sionismo come forma di nazionalismo, o sostenere una serie di accordi costituzionali per ebrei e palestinesi nell'area tra il fiume Giordano e il Mediterraneo. Non è antisemita sostenere accordi che garantiscano piena uguaglianza a tutti gli abitanti "tra il fiume e il mare", che si tratti di due stati, di uno stato binazionale, di uno stato democratico unitario, di uno stato federale o di qualsiasi altra forma.
• Critica basata su prove concrete di Israele come Stato. Ciò include le sue istituzioni e i suoi principi fondanti. Include anche le sue politiche e pratiche, nazionali e internazionali, come la condotta di Israele in Cisgiordania e a Gaza, il ruolo che Israele svolge nella regione o qualsiasi altro modo in cui, come Stato, influenza gli eventi nel mondo. Non è antisemita sottolineare la discriminazione razziale sistematica. In generale, le stesse norme di dibattito che si applicano ad altri Stati e ad altri conflitti sull'autodeterminazione nazionale si applicano al caso di Israele e Palestina. Pertanto, anche se controverso, non è antisemita, di per sé, paragonare Israele ad altri casi storici, tra cui il colonialismo di insediamento o l'apartheid.
• Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni sono forme comuni e non violente di protesta politica contro gli Stati. Nel caso di Israele, non sono, di per sé, antisemite.
• Il discorso politico non deve essere misurato, proporzionato, moderato o ragionevole per essere protetto dall'articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo o dall'articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo e da altri strumenti in materia di diritti umani. Le critiche che alcuni potrebbero considerare eccessive o controverse, o che riflettono un "doppio standard", non sono, di per sé, antisemite. In generale, la linea di demarcazione tra discorso antisemita e non antisemita è diversa da quella tra discorso irragionevole e discorso ragionevole.

Alla stesura di questa dichiarazione hanno contribuito anche diversi studiosi italiani. Sappiamo bene che c’è una profonda divisione nella comunità ebraica italiana dove una larga maggioranza sostiene l’adozione in una normativa della definizione dell’IHRA – come è avvenuto negli Usa e in diversi altri paesi come la Germania – mentre una minoranza, anche autorevole, segnala i rischi che questo comporterebbe, per tutti. Per usare una frase usata da Mazower, in una recente intervista al Corriere della Sera, “Le critiche rivolte a Israele non dovrebbero a mio avviso essere interpretate come antisemitismo in assenza di ulteriori evidenze. È pericoloso perché porta la parola a cambiare significato, peggiorando la situazione di tutti. Non è un bene per i palestinesi, perché viene messo a tacere il dissenso sulla condotta di Israele. Ma non lo è neppure per gli ebrei, perché la nozione di antisemitismo come pregiudizio etnico è importante specie per chi tra loro si trova in posizione vulnerabile come minoranza. E non lo è neppure per i governi israeliani, che saranno sempre più guardati con sospetto”.


(Vignettistica antisemita nel 1800)


Si tratta di scelte delicate e difficili, come testimonia anche il confronto che emerge dalle pagine del libro, che raccoglie la corrispondenza tra Gad Lerner e il Rav Riccardo Di Segni che porta il titolo “Ebrei in guerra”. E l’Italia? Formalmente – dopo le prime adozioni da parte del parlamento europeo – già il governo Conte II, nel 2020, ha accolto la definizione dell’IHRA che oggi si trova anche all’interno di alcuni disegni di legge. Chi li ha avanzati a sinistra (alcuni senatori del Pd tra cui Del Rio) sottolinea l’esigenza di dotarci di strumenti capaci di affrontare una recrudescenza dell’antisemitismo, che è un fatto reale. A destra invece sembra esserci la volontà di compiere una doppia operazione: uno schieramento più netto a sostegno di Israele e insieme la cancellazione della radice fascista nella persecuzione antiebraica del regime e dei segni di antisemitismo che questa ha portato anche nel “senso comune” di oggi.

Proprio in queste ore si voterà in Senato il disegno di legge sull’antisemitismo in un clima di divisione che percorre non solo gli schieramenti di maggioranza e opposizione ma che attraversa anche il Pd. Sarebbe ingiusto utilizzare un volume denso e complesso come questo di Mazower per una polemica politica immediata. Eppure non fare tesoro di queste pagine sarebbe altrettanto sbagliato. Perché in una materia incandescente come questa (e di questi giorni la notizia dell’aggressione in un autogrill a due turisti ebrei perché portavano la kippah) ogni semplificazione sarebbe sbagliata. E quella dell’IHRA è un semplificazione, che il consenso internazionale non rende migliore. I demoni dell’antisemitismo vanno affrontati con una battaglia politico culturale prima ancora che normativa, in cui le diverse posizioni e le diverse “definizioni” siano un contributo a comprendere i fenomeni e ad offrire delle risposte.

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