CITTÀ GIARDINO
L'UTOPIA URBANISTICA
DI BRUXELLES

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Il soffio del vento dell’utopia che ha dato vita a progetti grandiosi come quello che vi sto per raccontare non si è ancora del tutto smorzato e le sue tracce sono ancora vive. Siamo a Watermael-Boifort, uno dei comuni che compongono l’agglomerato di Bruxelles capitale, in una zona della città circondata dalla Forêt des Soignes, il polmone verde della capitale belga, a meno di trenta minuti di tram dalla Grand Place. Qui, all’inizio del secolo scorso, nell’immediato primo dopoguerra, sulla scia delle idee dell’urbanista britannico Ebenezer Howard, l’ideatore della prima città-giardino, si decise di dare vita a un grandioso progetto democratico e avveniristico costruendo due città giardino, l’una a fianco all’altra, sui due versanti dell’attuale rue des Archiducs, per dare una casa ai lavoratori che affluivano dalle campagne a seguito della rivoluzione industriale. Nacquero così Floréal e Le Logis, che, insieme, formano uno dei più grandi complessi di città-giardino in Europa, con una superficie di circa 80 ettari.



Passeggiando lungo i viali delle due città giardino, facilmente distinguibili sulla base del colore degli infissi e delle porte (gialli per Floréal, verdi per Le Logis), si percepisce tutta la grandezza del progetto. Siamo a due passi dal centro, ma immersi nel silenzio e con una vista sulla foresta. Tutto è a portata di mano e gli abitanti si sentono parte di una comunità. Ci sono circoli e gruppi in cui si condividono i saperi e si svolgono le attività più varie, dalla sartoria alla musica, dalle conferenze alla pittura.





L’idea alla base del progetto delle due città-giardino non era solo di dare un tetto a buon mercato mediante un sistema cooperativo ed assegnazioni sulla base della necessità (che - udite, udite! - permane ancora) a un’anonima manodopera, ma di creare uno spazio che offrisse privacy individuale ma anche possibilità di interazione, cooperazione e vita in comune, ai fini di un’integrazione nella dimensione urbana. Le casette per le famiglie erano realizzate con materiali edili economici, ricavati utilizzando scarti delle miniere, componenti riciclati o recuperati da altri cantieri, legno a basso costo e risorse locali, ma erano vere e proprie case, con il soggiorno, la camera da letto (in un primo tempo i bagni erano esterni) e un giardino-orto. La città giardino prevedeva sin dall’inizio tutta una serie di spazi in comune, l’orto, il pollaio, le aree gioco per i bambini e si arricchiva via via con spacci alimentari, scuole, biblioteche e sale comuni.



L’aspetto più interessante è che Louis Van der Swaelmen e Jean-Jules Eggericx, gli architetti belgi che iniziarono a realizzare l’iniziativa, non intendevano soltanto sovvenire pragmaticamente a un bisogno concreto e combattere l’indigenza, ma erano pure dei visionari, che si ponevano anche un obiettivo estetico. Convinti che la bellezza non dovesse essere una prerogativa dei benestanti ma dovesse essere accessibile a tutti, vollero che tutto ciò che le circondava (gli alberi, gli arbusti, i vialetti di comunicazione) fosse anche esteticamente attraente. Tutto il progetto è, quindi, improntato a creare un’armonia tra le abitazioni e il paesaggio circostante e alla ricerca del bello, nel disegno delle abitazioni, nelle forme in cui vengono disposte le case all’interno dei nuclei delle città giardino (triangolo, trapezio, quadrato, ecc.), nella cura del dettaglio e nei colori delle porte e degli infissi. (foto 5)



Questo grande progetto sociale, nato in un’epoca in cui socialisti del partito operaio belga facevano parte, per la prima volta, del governo e successivamente osteggiato dai cattolici e liberali per il timore di quartieri “rossi” e potenzialmente rivoluzionari, è perigliosamente sopravvissuto ed è particolarmente attuale in quanto basato sull’idea di un’economia a chilometro zero. Ancora oggi, il 75% delle case è gestito su base cooperativa e viene concesso in affitto a costo moderato e in base alle necessità economiche, mentre solo il rimanente 25% è stato aperto all’acquisto da parte dei privati. (foto 6)



Finché resisteranno progetti come questi, c’è speranza per il futuro dell’umanità.

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