Nessuno ne parla, e non so se perchè io sono l’unico a pensarlo (magari sbagliando) oppure perché è argomento tabù, ma credo che per il genere umano sia arrivato il momento di fare una scelta.
Oggigiorno la popolazione mondiale è di circa 8,3 miliardi di anime. L’ONU stima che per fine 2050 – tra soli venticinque anni – si raggiungeranno i 9,8 miliardi, cioè un incremento di circa 1,6 miliardi. Per darvi un’idea di cosa parliamo, la popolazione dell’India oggi è di 1,4 miliardi mentre l’Europa dell’Unione conta circa 450 milioni di abitanti. Questa crescita pone un’infinità di questioni che devono essere (almeno) affrontate perché le conseguenze del non affrontarle (e non dico del risolverle) sono forse fuori dalla portata di ogni immaginazione: sul piano sociale, economico, umanitario, sanitario e ambientale. L’Umanità deve prendere atto che la questione non è se si estinguerà ma scegliere come si estinguerà, e lo dico non per pessimismo nichilista ma semplicemente per come stanno andando le cose. Nel mio disperato tentativo di trovare notizie positive e confortanti, mi sono imbattuto in una che invece mi ha fatto vivere l’Orrore conosciuto da Joseph Conrad nel risalire il fiume Congo, e raccontato nel suo “Cuore di tenebra” di fine ‘800. Un orrore che mi lascia molto dubbioso sul futuro ma anche molto dubbioso sul presente.
L’Europa ha precisato nell’ 'European critical raw materials act' del 2023 che le sfide future per raggiungere i suoi obiettivi climatici e digitali sono: l'approvvigionamento, la messa in sicurezza di esso, la trasformazione e il riciclo di materie prime essenziali. Le materie prime in questione sono il litio, il cobalto e il nichel - per le batterie -, il gallio - per i pannelli solari -, il boro grezzo - per le tecnologie eoliche - e il titanio e il tungsteno per il settore spaziale e della difesa. L’Unione dovrà puntare “a garantire un approvvigionamento sicuro e sostenibile di materie prime critiche per l'industria europea e a ridurre notevolmente la dipendenza della UE dalle importazioni da singoli paesi fornitori” e per farlo “… il 10% del fabbisogno annuale sarà coperto con l'estrazione; il 40% con la trasformazione e il 25% con il riciclo e non più del 65% del consumo annuo dovrebbe provenire da un unico paese terzo.”
Niente di nuovo, mi direte, oltre a fornirci qualche (altra) possibile spiegazione del conflitto in Ucraina. Credo adesso sia il caso, anche per fare un po' di luce sulla linea di politica estera dell’Unione, di stabilire qualche punto fermo. Circa il 65% del cobalto usato nella produzione mondiale di batterie viene estratto nella Repubblica Democratica del Congo; la Cina fornisce oltre il 95% del magnesio utilizzato nell’UE e raffina il 100% delle terre rare utilizzate per la produzione di magneti elettrici essenziali per i motori elettrici di ogni tipo; il 98% del borato usato nella UE proviene dalla Turchia (fonte UE). Niente di nuovo, mi direte ancora. Ma ecco l’orrore. Se è vero che il vecchio ordine mondiale è superato (Draghi docet), il nuovo ordine in fieri ha del pauroso, e, come in ogni film di fantascienza che si rispetti, l’orrore viene dagli abissi.
L’attività estrattiva mineraria, qualunque sia la risorsa geologica in questione, sta alla tutela dell’ambiente come il diavolo all’acqua santa. Che sia carbone, ferro, petrolio o gas, la devastazione che genera, per quanto possa essere ridotta, rimane pur sempre significativa e permanente. Ma è un costo che l’umanità ha deciso (ancora) di sopportare. Le leghe metalliche sono nate quando nel crogiuolo delle fonderie si sono buttati, come un minestrone, diversi minerali. Gli acciai speciali nascono studiando le proprietà chimiche e fisiche delle componenti nelle diverse condizioni di utilizzo, e può capitare che lavorando un metallo si scoprano le qualità di altri. Il cobalto è uno di questi per due importanti proprietà che possiede: rendere l’acciaio molto resistente all’usura e aumentare la capacità di immagazzinare energia nelle batterie. Due caratteristiche fondamentali e che sono dentro ogni telefono cellulare del pianeta, nei mezzi di trasporto che usiamo o nei satelliti che navigano nello spazio.
Le riserve di cobalto nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) sono stimate in 3,5 milioni di tonnellate, circa la metà dei 7,6 milioni a livello mondiale. Niente a confronto dei 7,3 miliardi di tonnellate che si stimano giacere sui fondali marini, soprattutto nel Pacifico (fonte Interesting Engineering 7/11/2025). L’attività mineraria marina non è una novità, basti pensare alle piattaforme petrolifere offshore in mezzo al mare. Per questo esistono anche diverse istituzioni internazionali che ne regolano l’attività, ovviamente per tutelare gli ambienti marini da analoghe devastazioni che sono avvenute, e avvengono tuttora, sulla superficie terrestre. L'estrazione in acque profonde è regolata dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (United Nations Convention on the Law of the Sea - UNCLOS) e dall'Autorità internazionale dei fondali marini (International Seabed Authority - ISA). I fondali marini fuori dalle acque territoriali dei paesi sono considerati "patrimonio comune dell'umanità" e anche se l’ISA comprende 169 Paesi oltre all’Unione Europea, supervisiona solo il 54% dei fondali del pianeta.
Molti paesi non aderiscono sia perché hanno interesse allo sfruttamento delle proprie risorse sia perché le evidenze scientifiche nella prevenzione di danni ambientali non sono sempre solide e convincenti. Pressioni ambientaliste hanno bloccato la decisione norvegese, presa nel gennaio 2024, di consentire l'esplorazione ed estrazione mineraria sottomarina nel Mar di Barents e nel Mare di Groenlandia (meditate gente, meditate), ma è notizia di pochi giorni fa che il Giappone ha appena completato un tentativo sperimentale di recupero di sedimenti marini contenenti minerali rari da fondali profondi 6.000 metri nelle proprie acque territoriali e sotto la propria giurisdizione - un esperimento che apre a nuove estrazioni su scala più ampia già a partire dal 2027 e che renderanno il paese “meno dipendente da forniture cinesi”.
Ma non sono i soli. Sia gli USA che la Cina sono attivi nel Pacifico a testare macchinari da utilizzare per l’estrazione. Le difficoltà maggiori sono nella topografia dei fondali e nella metodologia per il sollevamento in superficie e nella lavorazione in situ del materiale. I fondali sono cosparsi di noduli polimetallici, (ciò che noi profani chiameremmo pietre) ricchi di cobalto, nickel e maganese. La raccolta, quindi, non è cosa facile e la devastazione generata sarebbe del tutto simile, se non peggiore, alla pesca a strascico. Unico nel suo genere, il rover robotico cinese Kaituo 2 ha concluso da poco la sua missione negli abissi del Pacifico, rivelandosi un mezzo in grado, in totale autonomia, di muoversi sui percorsi accidentati marini per raccogliere, analizzare e stipare i sedimenti di interesse e di realizzare una mappatura in 3D dei fondali, utilizzabili da droni o robot marini.
E mentre l’Occidente è intento ad aprire nuove attività estrattive di tipo tradizionale, o sfruttare quelle esistenti, la Cina è spinta verso una nuova frontiera sottomarina. Ma se la Cina già domina la catena del valore, dall’estrazione alla lavorazione e successivo uso, delle terre rare, un dominio risultato di 50 anni di ricerca, lavoro e investimento, non è chiara quale possa essere la logica per avviarsi verso questa nuova frontiera. Se non è dettata da necessità, la motivazione non può che essere geopolitica: estendere quel quasi-monopolio nei processi di estrazione-lavorazione in superficie anche alla sfera marina. E forse non è un caso che alla Cina siano state concesse più licenze di esplorazione in acque internazionali di qualunque altro paese. È chiaro che siamo di fronte a una scelta cruciale. I fondali oceanici sono ricchi di risorse ma sono anche ecosistemi tanto delicati quanto sconosciuti. Alla luce di quanto l’Umanità è stata in grado di realizzare sulla terra ferma, uno sconsiderato sfruttamento anche del mondo marino, per soddisfare la domanda di beni e servizi degli attuali 8 e futuri 10 miliardi di esseri umani, avrebbe, senza dubbio, conseguenze irreversibili. Ad esempio, l'estinzione.