Apocalittici e integrati. Scettici e ottimisti. Diffidenti e fiduciosi. L’Intelligenza Artificiale stabilisce nuove divisioni e gerarchie. C’è chi la teme e chi, al contrario, la sfida nel tentativo di padroneggiarla, piegandola al proprio volere. Gli uni e gli altri hanno buone e valide ragioni. Difficile arrivare a una sintesi capace di mettere tutti d’accordo. Pro e contro, sono infiniti i motivi per schierarsi da una parte o dall’altra. Nel campo dell’occupazione, le statistiche più recenti dicono che l’AI ha già decretato, a breve, la sparizione di almeno trenta mestieri.
Secondo l’AI Shock Index, elaborato da Mia Academy, sono a rischio critico lavori completamente automatizzabili come l’addetto ai data entry, alle trascrizioni e sbobinature, il centralinista o operatore di call center, l’operatore di telemarketing, l’archivista o addetto al protocollo, l’addetto all’inserimento di pratiche assicurative o l’operatore helpdesk IT. Rischia un po’ meno chi lavora al back office amministrativo, l’operatore prenotazioni di hotel, il cassiere di supermercato, l’addetto alla mensa e alle casse self-service. A rischio medio-alto gli addetti alla logistica con interazione diretta, gli autisti per consegne semplici, gli operatori di sicurezza non armata o i receptionist base. Secondo Mia Academy “il rischio di automazione non si limita alle mansioni più semplici. Colpisce anche ruoli intermedi che combinano ripetizione e attività cognitive come amministrativi, operatori di call center e servizi generici. L’intelligenza artificiale interviene riducendo la domanda di queste figure e spostando il baricentro verso competenze diverse, rendendo il reskilling una condizione necessaria per restare nel mercato del lavoro”.
L’allarme occupazione viene quantificato da altre fonti – per esempio Censis Confcooperative –: da qui al 2035 sarebbero 15 milioni i lavoratori italiani esposti all’impatto del’Intelligenza Artificiale, mentre sono circa 6 milioni i lavoratori italiani che rischiano il posto di lavoro. Tuttavia, la parte positiva è che sono almeno altri 9 milioni i lavoratori che potrebbero integrare le proprie mansioni proprio con l’AI. Sul tema, più in generale, di recente si è espresso anche Papa Leone XIV, alla Conferenza “Artificial Intelligence and Care of Our Common Home”. In sintesi, il suo monito è stato: “Lavoriamo per garantire che lo sviluppo dell’intelligenza artificiale serva veramente per il bene comune e non solo per concentrare ricchezza e potere nelle mani di pochi”. Un messaggio chiaro, destinato a mettere sotto controllo l’ambivalenza dell’AI: che deve essere strumento nelle mani dell’uomo, non il suo contrario.
Il problema vero, profondo, è capire come fare. Un aiuto concreto viene dal Dipartimento di Filosofia “Piero Martinetti” dell’Università statale di Milano e, in particolare, dal Museo della Filosofia. Nato sei anni fa nella storica sede di via Festa del Perdono, questo Museo che non ha eguali al mondo quest’anno ha elaborato un nuovo programma, in dieci percorsi: il primo è dedicato proprio all’Intelligenza Artificiale. L’obiettivo è quello di insegnare con semplici passaggi come “guidare l’AI” verso il risultato migliore, evitando i trabocchetti e le insidie in cui questa tecnologia, “sorprendente per versatilità e rapidità”, potrebbe farci cadere. Tre gli avvertimenti: “L’AI risponde anche quando non dovrebbe” e dunque, se la domanda non è formulata come si deve, il sistema potrebbe fornirci la risposta sbagliata o fuorviante. Secondo: “L’IA non sempre riesce a ragionare con rigore”, dal momento che non è progettata per fronteggiare catene di ragionamento troppo lunghe o complesse. Terzo: “Le risposte dell’IA possono incorporare pregiudizi presenti nei dati di addestramento, oppure risultare eticamente inappropriate, fuorvianti o dannose”, un rischio sempre presente nonostante ripetuti e continui aggiornamenti.
Come uscirne? Imparando a capire come l’AI “ragiona”. Magari seguendo i suggerimenti elaborati dal gruppo di docenti e studenti della Statale, che quest’anno hanno l’obiettivo di arrivare a “coinvolgere il pubblico – studentesse, studenti, docenti, scrittrici e scrittori, artiste e artisti, esperte ed esperti museali, la cittadinanza – chiamandolo a esprimersi sui materiali in via di sviluppo, nella convinzione per cui se la filosofia vuole essere per tutti deve nutrirsi davvero delle voci di tutti”. Sotto il titolo “Stati Generali del Museo della Filosofia” verranno affrontati dieci percorsi: dall’intelligenza artificiale alle questioni di genere, dal pacifismo alla disinformazione, dalla realtà virtuale ai diritti degli animali non-umani, dalla natura delle emozioni all’etica della menzogna al rapporto tra corpi e tecnologie (si trovano tutti sul sito del Museo della filosofia .
A questi percorsi se ne aggiungono due dedicati, rispettivamente, al mondo dei bambini (con laboratori per classi delle scuole primarie) e al mondo delle carceri (in collaborazione con il “Progetto Carcere” della Statale, partner del Museo.
“Con gli Stati Generali – spiega Anna Ichino, che del Museo è curatrice e anima instancabile – inauguriamo una fase cruciale di questo progetto: la costruzione partecipata e diffusa sul territorio del Museo della Filosofia, con lo sguardo rivolto lontano ma anche con un obiettivo molto concreto e vicino: l’individuazione di una casa stabile, nella città di Milano da cui il progetto è nato e alla quale siamo certi possa dare molto”. I dieci percorsi filosofici interattivi, presentati il 5 febbraio nell’aula magna di via Festa del Perdono, potranno essere visitati dal 2 al 5 marzo in Statale durante la rassegna Museocity organizzata dal Comune di Milano. Successivamente saranno organizzati numerosi altri appuntamenti, il cui calendario sarà annunciato in quell’occasione. L’obiettivo finale, annunciato in apertura degli Stati Generali, è arrivare all’apertura in pianta stabile, a Milano, del Museo della Filosofia.