Per assurdo, non è escluso che presto l’Europa ringrazi pubblicamente il Presidente Trump per la sua politica estera, commerciale ed militare. A Davos il segretario Generale della NATO, Mark Rutte, lo ha già fatto, quando ha affermato che senza Trump l’Europa non avrebbe mai affrontato il tema della sua indipendenza militare dagli USA. Il Primo Ministro del Canada, Carney, che casualmente porta lo stesso nome di Rutte, ha dichiarato che è giunto il momento di interrompere la dipendenza economica del suo paese dagli USA e ha siglato, pochi giorni prima degli incontri di Davos, accordi di scambio commerciale con la Cina. Stesso nome e stesso messaggio di Rutte. Ursula von der Leyen ha da poco annunciato e festeggiato “la madre di tutti gli accordi” con l’India, alcune ore dopo aver firmato in Paraguay l’accordo MERCOSUR, un accordo di libero scambio con i paesi del Sud America, e appena qualche giorno dopo il rientro dalla Cina dell’inglese Starmer, del tedesco Merz e del francese Macron.
A dire il vero, a ringraziare (e festeggiare) più di tutti è Xi Jin Ping, il quale, come il saggio sulla riva del fiume, uno ad uno, sta assistendo (e concedendo) alla processione dei leader, che fino a ieri gli hanno applicato dazi e sanzioni convinti di piegare il dragone rosso al loro volere e potere, in cerca di accordi pur di rendersi “indipendenti” dagli USA. E insieme a Xi festeggia (e ringrazia) anche Narendra Modi, Primo Ministro dell’India, forte del fatto che rappresenta, come il collega cinese, 1,5 miliardi di persone. Come d’incanto, in pochi giorni sembrano essersi frantumati anni di barriere commerciali e, miracolosamente, l’Europa allargata (con il Canada), è felice di essersi data accesso a mercati con una popolazione complessiva di quasi 3,3 miliardi di persone e lieta di 'ringraziare' Trump per averla praticamente costretta a cercare alternative alla sua pretesa egemonia.
Ognuno di questi accordi siglati è diverso, per natura, dagli altri due, sebbene abbiano una caratteristica comune. Cina, India e i paesi MERCOSUR (Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay), pur avendo una popolazione numerosa, sono lontani economicamente dagli standard europei o americani. Il Fondo Monetario Internazionale stima per il 2025 un reddito pro capite (rpc) di circa $ 89.600 negli USA, tra $ 49.000 e 53.000 in Europa, $ 13.800 in Cina, $ 2.800 in India e una media dei paesi MERCOSUR di circa $ 15.000. Ovviamente esistono varianze nella media per cui una fetta, anche notevole, delle popolazioni si posiziona ai livelli di povertà assoluta mentre coesistono classi intermedie di reddito ed altre multimilionarie. Bastano le immagini che abbiamo in mente dell’India, le favelas di Rio de Janeiro o le barche colme di mercanzie sui fiumi cinesi per capire il divario sociale sottostante questi accordi.
I principali settori di esportazione dell'Unione Europea sono i macchinari, i veicoli commerciali e industriali, i prodotti chimici e farmaceutici, prodotti alimentari e bevande ed infine l’alta tecnologia elettronica e aerospaziale. Nel 2024 l’Europa aveva un disavanzo commerciale con la Cina di circa € 300 miliardi (€ 516 di importazioni contro €213 di esportazioni). I prodotti che più interessano alla Cina sono l’alimentare e bevande e i macchinari, strumentali per le proprie industrie. I volumi di scambio sono a vantaggio anche dell’India, sebbene di importo più basso rispetto alla Cina. L’Europa esporta verso l’India per circa € 75 miliardi e importa per circa € 100 miliardi. Anche in questo caso i settori di interesse per l’Europa sono i macchinari e quello dei veicoli, entrambi fortemente penalizzati dai dazi applicati in risposta a quelli decisi dall’Europa, per via degli acquisti indiani di petrolio e gas russi.
Il che pone qualche domanda su quale sarà il nuovo mondo in arrivo. L’egemonia che Trump vorrebbe ristabilire non è cosa nuova. Dazi e altre barriere commerciali vanno molto indietro nel tempo e hanno interessato presidenti USA sia Repubblicani che Democratici oltre a tutte le Commissioni Europee di questo secolo. Le motivazioni hanno sempre riguardato fattori commerciali assumendo, nel tempo, una maggiore caratterizzazione politica. Un dazio applicato all’India perché acquista petrolio dalla Russia ne è un esempio, mentre un dazio applicato alla Cina perché non consente la libera vendita di prodotti simili importati è una risposta puramente commerciale. In un mondo ideale, l’apertura commerciale dovrebbe corrispondere a rapporti più distesi ed equilibrati tra i paesi. È la subordinazione di un paese verso l’altro, per dirla con il primo Ministro canadese, il vero problema. La firma di accordi, quindi, è di buon auspicio, purché, come chiede von der Leyen, non prevalga la “nostalgia del passato”.
Ed è proprio qui che, come già fatto da Rutte, dovremmo essere tutti 'grati' al Presidente Trump, essendo la sua politica il motivo principale delle reazioni che ci interessano direttamente. Ma siamo sicuri che basti una firma su nuovi accordi bilaterali con storici antagonisti economici a 1) ridimensionare la spinta egemonica USA 2) rendersi indipendenti (o meno dipendenti) dagli USA e 3) creare i presupposti per un “mondo migliore?” La risposta sta nella ricerca delle motivazioni per cui, illo tempore, sono nati i contrasti e il motivo per cui ancora esistono.
I dazi e le barriere protettive nascono per impedire e ostacolare l’arrivo di merci e, quindi, proteggere gli interessi dei propri produttori. La loro eliminazione o alleggerimento ha quindi un costo interno che, al livello macro, deve essere compensato con una utilità su altri fronti seguendo un criterio do ut des, per cui si importa più di prodotto A ma in compenso si esporta più prodotto B. Applicando questo criterio agli accordi appena firmati, se da un lato si comprende il perché sono stati firmati (ridurre la dipendenza dagli USA), dall’altro non è chiaro se porteranno benefici reali né come questi saranno eventualmente distribuiti tra i paesi interessati e a quale costo interno si andrà incontro. L’accordo MERCOSUR comporterà sicuramente un maggiore flusso di prodotti agricoli verso l’Europa. Ma l’Europa ha già un settore agricolo, sviluppato oltre ad essere interconnesso. Un settore che è anche fortemente regolamentato sotto il profilo produttivo (pesticidi, tracciamento etc.), vincoli non sempre applicati in altri paesi.
Lo stesso vale per i legnami. Certamente non si tratterà di “abbassare la guardia” in Europa ma, auspicabilmente, di alzarla altrove, però questo richiede tempo. D’altro canto il Sud America è sempre stato un mercato difficile per le imprese europee a causa della presenza americana e lo sarà soprattutto ora, vista la crescente presenza cinese. Oltre che la siderurgia, l’India ha anche un forte settore tessile che, come sappiamo, è un settore ad alta intensità di manodopera, caratterizzato da forti criticità lavorative. Le condizioni di lavoro sono difficili e abbondano casi di sfruttamento che coinvolgono adolescenti e donne. Adeguare queste condizioni a standard più equi è auspicabile, ma anche questo richiede tempo. Pure in questo caso, il mercato indiano non è mai stato un bengodi per le imprese italiane, vista la diffusa povertà, le diverse usanze culturali e, comunque, i solidi rapporti commerciali con la Russia e sempre più in crescita con la Cina.
Le cose si complicano ancor di più quando si parla dei rapporti con Pechino. È difficile trovare in occidente un qualunque prodotto che non abbia una componente cinese: dai ventilatori ai vasi sul terrazzo, dai cacciavite alle maglie che indossiamo passando per l’elettronica. Ed è questo il motivo per cui è Xi Jin Ping ad essere il più contento della fine del vecchio ordine se il nuovo, ammesso che di nuovo si tratti, vedrà maggiori aperture alla Cina. Gli accordi siglati certamente hanno del positivo, in un momento in cui l’Europa si trova costretta ad agire più in autonomia. Tra mille difficoltà, ogni boccata di ossigeno è bene accetta, ma si sta parlando di accordi commerciali e non di alleanze (o per lo meno affinità) politiche. Il piano di riarmo europeo, oltre ad assorbire fondi e richiedere molto tempo, vedrà pure gli USA giocare un ruolo attivo, a meno che non si decida di rompere qualunque legame e passare, in toto, alla Cina, produttore di armi all’avanguardia.
Lo stesso vale per l’alta tecnologia dei semiconduttori, l’elettronica di consumo e altro ancora. Decisione che in ogni caso potrebbe creare più problemi di quanti se ne vogliano risolvere. In parole povere, riuscire a esportare più automobili di lusso, forme di formaggio o taniche di olio d’oliva è cosa ben diversa che avere solidi rapporti biunivoci sia economici che politici. Se rendersi indipendenti dagli USA implica una nuova forma di subordinazione verso un nuovo imperatore, più che grazie occorrerebbe dire “no grazie”. Ma riuscire a farlo, anche in questo caso, richiede tempo. E nel frattempo? Non guasterebbe tentare di abbassare la temperatura politica. Fermare ogni guerra sebbene auspicabile sarà difficile, considerando che alla base di ogni conflitto ci sono ragioni poco accettabili da un sano di mente. Chissà se invece di aumentare i budget degli armamenti non sarebbe una scelta più furba eliminarli del tutto. Pensate a quante risorse nel mondo potrebbero essere destinate a risolvere i problemi causati dai conflitti stessi.