DOPO DAVOS
LA TRINCEA DI CARNEY
E LA PAX TRUMPIANA

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Singolari luoghi sceglie il mondo per raccontarsi. Sembra quasi strano parlare ora - mentre i fatti di cronaca americani spostano brutalmente l’attenzione e gli Usa sono travolti dalle uccisioni e dalle violenze dell’ICE - di politica e di assetti internazionali. Eppure vale la pena farlo, dopo che per una settimana siamo stati con gli occhi puntati su Davos. Qui i potenti (chi più chi meno) della terra si sono dati appuntamento, qui abbiamo sentito Trump minacciare di prendersi la Groenlandia e poi dire che non serviva più perché aveva raggiunto un accordo con la NATO (un accordo? quale? e da quando in qua la Nato stringe accordi con un suo membro riguardo al territorio di un altro suo membro?), qui abbiamo visto emergere in maniera plasticamente evidente un contropensiero con le parole del premier canadese Carney, qui abbiamo misurato la perdita di peso dell’Europa che si è presentata con la voce bassa (salvo quella di Macron oscurato dai suoi occhiali a specchio e da qualche concessione di troppo) e senza una linea precisa, prendendosi i sarcastici rimbrotti di Trump e l’amaro sfogo di Zelensky.

Curiosamente le posizioni dell’autocrate americano (lo stesso che agisce nel mondo con la politica del “lungo bastone” e in patria con gli squadristi assassini dell’ICE, la sua milizia nera che gode del privilegio della impunità) e quelle del presidente ucraino sono state lette come uguali, quando invece erano una l’opposto dell’altra: Trump ha in odio l’Europa, non la considera un soggetto politico perché si comporta all’opposto di come fa lui: non deporta gli immigrati, non li insegue ammazzandoli per strada, continua a pensare che le relazioni tra stati non siano una mera questione di forza e di affari, tenta di affrontare le intricate questioni del mondo non tagliandole con la spada, e per questo invece gli sono simpatici Putin e Xi.

Zelensky, che dell’Europa si considera parte, le rimprovera esattamente il contrario: mancanza di protagonismo, incapacità di agire come una forza di livello mondiale. È un modo per dirci: se l’Europa ci fosse stata non sarei stato costretto a mettermi sotto l’ala di Trump.


(Leader mondiali - un montaggio dal sito del World economic forum)


Ricominciamo dall’inizio. Perché parlavo di “luoghi singolari” riferendomi a Davos? Perché quello della bella cittadina svizzera non è un “teatro” neutrale. Non solo non è un luogo della diplomazia mondiale ma è invece il Forum creato da una fondazione che raccoglie le più forti imprese del mondo: è finanziata dalle circa mille imprese associate, in genere multinazionali con fatturato superiore ai 5 miliardi di euro. Curiosamente a Davos quest’anno non si è quasi parlato di economia ma di assetto politico del mondo, ma forse mi sbaglio e questo non è curioso: è che l’assetto del mondo è un pezzo degli affari e l’economia (quella che chiamavamo una volta macroeconomia) ha lasciato il posto al business. E con questo stiamo rispondendo alla domanda sul perché i leader vengono qui a parlare e non lo fanno all’Assemblea generale dell’ONU.

A Davos, capitale dei board, dei Ceo, di consigli di amministrazione e amministratori, dei capitani d’industria (soprattutto di finanza ormai), in fondo Trump ci sta benissimo. Qualche giorno fa il New York Times gli faceva i conti in tasca e diceva che direttamente o indirettamente le sue azioni politiche hanno fruttato a lui personalmente la cifra di quasi un miliardo e mezzo di dollari nel suo primo anno di amministrazione (https://www.nytimes.com/interactive/2026/01/20/opinion/editorials/trump-wealth-crypto-graft.html). Se il metro è il profitto bisogna dire che lui è un maestro. E un’altra cosa in cui è maestro è nello spacciare le sue azioni come “normali”, anzi coraggiosamente normali. “Parte del fascino di Trump - scrive in un suo commento Ezra Klein - sta nel fatto che offre la sua venalità come un'onestà da teppista: questo è quello che fanno tutti. Sono l'unico disposto ad ammetterlo. Gli elettori credono che i politici siano corrotti. Trump dimostra loro che hanno ragione ostentando la propria corruzione; il suo successo conferma il loro disgusto per il sistema e la necessità di un paladino che ne padroneggi le regole”.

Al bullo dalla tribuna di Davos ha fatto da controcanto, dicevamo, Carney, premier canadese, mettendo in luce - citando Vaclav Havel, scrittore e presidente della prima Cecoslovacchia democratica che smascherava il “re nudo” del socialismo reale - come le grandi potenze stiano "usando l'integrazione economica come arma. I dazi come leva. Le infrastrutture finanziarie come coercizione. Le catene di approvvigionamento come vulnerabilità da sfruttare. Non si può 'vivere nella menzogna' del reciproco vantaggio attraverso l'integrazione quando l'integrazione diventa la fonte della propria subordinazione". Interessante che Carney abbia usato contro Trump la parola “gramsciana” egemonia (che ha ripetuto più volte nel suo intervento) per sottolineare come "gli egemoni non possono monetizzare continuamente le loro relazioni. Altrimenti gli alleati diversificheranno per proteggersi dall'incertezza. Acquisteranno assicurazioni, aumenteranno le opzioni per ricostruire la sovranità – una sovranità che un tempo era fondata su regole, ma che sarà sempre più ancorata alla capacità di resistere alle pressioni". E ha aggiunto, criticando senza nominarli, l’atteggiamento di molti paesi come l’Italia della Meloni che "competono tra loro per essere i più accomodanti. Questa non è sovranità. È l'esercizio della sovranità che accetta la subordinazione".


(Mark Carney stringe la mano a un lavoratore durante un incontro a Calgary
foto di Lars Hagberg dal sito del governo canadese)


Se volevamo una linea di trincea per rispondere al trumpismo queste parole ce la mostrano. Si vede che l’esser così vicini agli Stati Uniti rende i canadesi più sensibili alle pressioni di quanto non lo siano gli europei.

Non è un caso che dopo quel discorso Trump abbia scritto su Truth un breve messaggio in cui revocava l’invito al Canada a partecipare al “Board of Peace”. Per usare una espressione che gli era cara quando faceva in tv “The apprentice”, gli ha detto “You are fired”. E così ci svela cosa è davvero il Board of Peace: un consiglio di amministrazione coi suoi “patti sindacali” che fanno e disfanno le regole: i paesi che vogliono partecipare devono pagare (in vista di futuri guadagni, non solo e non tanto politici ma strettamente finanziari ed economici) e chi è seduto al tavolo lo decide Trump. Ci sono gli “stakeholder” ma non ci sono i popoli, ci sono gli interessi ma non le persone. Si può molto discutere sull’uso politico fatto dagli USA del Piano Marshall nel secondo dopoguerra e di come ha plasmato le relazioni transatlantiche, ma il Board of Peace sembra un piano Marshall dei palazzinari.

Si diceva della pax romana che i romani “avevano fatto un deserto e lo avevano chiamato pace”. Non vorrei che della pax trumpiana alla fine dicessimo “hanno fatto una holding per arricchirsi sul sangue e l’hanno chiamata pace”.

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