DOPO DAVOS
DONALD IL PICCONATORE
DELL'ORDINE MONDIALE

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Non saprei se lo scorso fine settimana è stato il più freddo della storia, ma di sicuro molti, anzi moltissimi, sono rimasti agghiacciati e si sono visti gelare il sangue (anche in senso letterale) per via della più fredda tempesta che sta colpendo tre quarti degli USA e la terrificante uccisione (o esecuzione?) del povero Alex Pretti a Minneapolis. L’ironia della sorte vuole che ad accomunare i due fatti sia il ghiaccio, ovvero “ICE”. Gli USA sono decisamente sulla strada della discontinuità (disruption) rispetto al passato e le ripercussioni sono palesi e sotto gli occhi del mondo intero. Trump è intento a realizzare il suo variegato piano elettorale e lo fa tenendo un occhio (preoccupato?) alle prossime elezioni mid-term che si preannunciano in salita, specie dopo i recenti fatti nello stato del Minnesota, in Venezuela ma anche in Groenlandia e chissà forse prossimamente anche in Iran. Fatti che in comune hanno due caratteristiche: 1) sono avvenuti, avvengono o stanno per avvenire sul filo del rasoio della legalità e anche oltre; 2) sono indiscutibili atti di forza eccessiva e non giustificata.

È opinione diffusa che l’appuntamento di Davos da poco concluso segnerà un punto di svolta per il cosiddetto “ordine mondiale.” Non si tornerà indietro, sebbene non sia chiaro né quale sarà quello nuovo né quale potrà essere il percorso di transizione. A Davos il Presidente Trump e gli altri membri del suo staff non sono passati inosservati e hanno battuto un po' tutti sugli stessi chiodi. L’intervista della giornalista della testata Bloomberg Lisa Abramowicz al Segretario del Commercio USA, Howard Lutnick, racchiude, da un lato, il divario di stile dell’attuale amministrazione Trump con l’Europa, e, dall’altro, l’essenza del “modus operandi” del mondo degli affari americano. Alla domanda se per rivolgersi al vecchio continente fosse necessario usare toni irrispettosi ed umilianti, come anche se definire l’economia europea “morente” fosse utile al dialogo, la risposta lapidaria di Lutnick è stata che è l’unico modo per attirare l’attenzione. Una risposta, per certi versi, in linea con il lamento del Presidente Zelensky a riguardo del voltafaccia della politica occidentale nei confronti suoi e della Russia, ed in linea anche con i commenti di Jamie Dimon, Presidente della banca d’affari JP Morgan, che ha definito Davos un bel salotto dove si chiacchiera, un salotto che negli ultimi tempi “…non è riuscito a rendere il mondo un posto migliore.”

Sui diversi podi di Davos si è parlato delle grane più scottanti del momento, Ucraina, Groenlandia, intelligenza artificiale, crescita, ambiente. Appunto, si è parlato. Il commento di Dimon sembra cascare a fagiolo ed è utile per capire la frustrazione americana. Per chi ha poca dimestichezza con il mondo aziendale americano, lo spirito gestionale che domina è quello dell’esortazione di Mario Draghi quando, a capo della BCE, ha chiarito che avrebbe agito a ogni costo, il famoso “What ever it takes.” Se a questo si aggiunge la frase che il guru del management e a lungo capo del colosso General Electric, Jack Welsh, amava ripetere, si ha la chiave per capire l’attuale amministrazione Trump: “Controlla il tuo destino o lo farà qualcun altro.” Certamente, i modi non sono quelli della diplomazia elegante e si può anche discutere sulla sostanza, ma, guardando i fatti dalla prospettiva americana, Trump sta controllando il suo destino, sta agendo a ogni costo ed è stanco delle chiacchiere.


(Il World economic forum di Davos)


Purtroppo, a pagarne le conseguenze sono in tanti, e in particolar modo l’Europa, che dall' appuntamento svizzero esce con qualche livido. L’Unione Europea è tutt’altro che un’unione e non ci voleva né Trump né Zelensky per capirlo. D’altro canto, neanche l’ONU è quella di una volta, sotto i riflettori di Trump per gli sprechi e, soprattutto, perché impegnata - a parere del presidente Usa - a fare tutto meno che gli interessi del mondo. E siccome “è tempo di agire”, ecco il Board of Peace per Gaza (e forse un giorno anche per il mondo intero), che essendo stato riconosciuto a settembre 2025 dalla Risoluzione 2803 delle Nazioni Unite opererà nella piena legalità del diritto internazionale. L’iniziativa è già stata bollata come un’altra idea folle di Trump, ma se non si analizza il perché del progetto si corre il rischio di fermarsi alla forma piuttosto che alla sostanza.

La composizione di un board qualunque – da noi il consiglio di amministrazione – dovrebbe includere personalità da un lato competenti e dall’altro in rappresentanza degli “stakeholders,” delle parti interessate e coinvolte. Nel caso del Board of Peace, con il versamento della quota miliardaria di partecipazione, ad essere attorno al tavolo sono i diversi stakeholders, ognuno con un interesse proprio sia di natura politica o religiosa che economica e finanziaria. Per quanto riguarda la competenza lo statuto precisa che possono farne parte solo profili di elevata statura – primi ministri, presidenti, imprenditori etc. Dalla Seconda Guerra Mondiale, gli interventi di ricostruzione e di sviluppo sono stati eseguiti sotto l’egida dell’ONU, del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale e una pletora di altre istituzioni finanziarie, economiche, scientifiche e culturali. Anche l’élite di Davos ha avuto la sua parte. Eppure, se ci si guarda attorno, forse Jamie Dimon potrebbe avere ragione. L’iniziativa nasce perché il “dialogo” in ambito ONU non è riuscito né ad evitare né tanto meno a far terminare la guerra.

Spogliata da ogni ideologia, religione o pretesa territoriale, la ricostruzione di Gaza è un imperativo in ogni caso. Munendosi di una dose minima di pragmatismo, anche se domani si riuscisse a risolvere ogni disputa politica o contesa, quanti anni occorrerebbero per dare alle migliaia di persone disastrate una casa, una scuola, un ospedale o persino un cinema? Quale governo potrebbe, da solo, provvedere alla ricostruzione? Quale organizzazione sarebbe in grado di garantire la sicurezza? E, nel frattempo, quali sono le prospettive di vita per tutti gli interessati? Il Board of Peace è la versione trumpiana del “What ever it takes” di Draghi. Il potere decisionale che Trump si arroga potrebbe sembrare voglia di protagonismo ma forse non lo è del tutto, in quanto un qualunque Consiglio di Amministrazione non è un luogo dove si esercita la democrazia ma un luogo in cui si prendono decisioni, ciò che nelle aziende americane va sotto il titolo di “getting things done” ovvero portare a casa il risultato, ciò che, volente o nolente, Trump (a modo suo) sta facendo.


(Donald Trump)


Che vi siano motivazioni ed interessi contrapposti di Israele, Egitto, Turchia e di tutto il Medio Oriente non vi è dubbio e chissà se il progetto del corridoio ferroviario India-Medio Oriente-Europa, sottoscritto anche dall’Italia nel settembre 2023 al summit del G20, non sia il motivo della recente visita della nostra Meloni in India, e della partecipazione al Board of Peace della Turchia, di Israele, dell’Arabia Saudita ed Egitto, e persino della Russia. O magari si è arrivati al punto in cui ci si è convinti che lo spargimento di sangue deve cessare davvero? L’ossessione proclamata di voler porre fine ad ogni guerra non ha fruttato a Trump il tanto desiderato Premio Nobel, o per lo meno non quello ufficiale, e l’obiettivo di un mondo senza guerre che dice di perseguire sembra contrastare con la facilità con cui ricorre (o approva il ricorso) alle armi, sia per operazioni militari (Iran, Venezuela, Golfo persico etc.) sia nelle operazioni di polizia urbana.

Per quanto sia un prepotente e tracotante magnate, Trump si vende come un presidente che tiene alla vita umana, ed è la stessa tracotanza (e ambiguità) che gli fa dire che se non si raggiunge un accordo in Ucraina sia Putin che Zelensky “sarebbero degli stupidi.” Eppure, questa ostentazione di opposizione ad ogni guerra armata, questo voler prendere decisioni “what ever it takes” e il “getting things done” pare non interessi all’Europa, che preferisce trincerarsi dietro una (altrettanto) ambigua diplomazia (Zelensky docet) che, travisando una vecchia battuta da cabaret, recita “fare i signori con i soldi degli altri”. Peccato che in molti casi non si tratti di soldi ma di morti. O, peggio ancora, sembra preferire agire dietro le quinte e magari fare pulizia etnica in modo più sottile. Perché il “Caso Spirale” in Groenlandia è, de facto, un progetto di pulizia etnica compiuto non per mano di spregiudicati guerrafondai ma per mano della Danimarca. Lo stesso paese che reclama giurisdizione su quella “isola di ghiaccio” oggi al centro delle attenzioni di tutti. Quel progetto di controllo delle nascite partì negli anni ’60 sulle donne e bambine Inuit, anche senza il loro consenso, e è durato fino al 2018. L’investigazione è ancora in corso e dovrebbe concludersi nel 2026. È consolante però che sia il Primo Ministro danese Frederiksen sia quello della Groenlandia Nielsen abbiano chiesto scusa.


(Trump a Davos)


In attesa che diventi più chiaro quale sarà il nuovo ordine mondiale è probabile che assisteremo a innumerevoli scosse di assestamento conseguenti ai colpi che l’amministrazione Trump sta dando a quello attuale, sia sul piano internazionale che interno agli USA. Il cambiamento è sempre un processo scomodo e, a volte, doloroso ma ci sono tutti i mezzi e le tecniche necessari che consentirebbero di passare dalle parole ai fatti senza inutili spargimenti di sangue. Forse è anche il momento che Trump dia dimostrazione di tenere davvero alla vita anziché giocare con quella degli altri.

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