TRUMP, L'ORA DI DAVOS
SUL TAVOLO L' ASSALTO
A GROENLANDIA
E CANADA

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Tra pochi giorni, il 19 gennaio, comincerà la 56esima edizione degli incontri - a Davos, Svizzera - del World Economic Forum (WEF). Sentendone parlare, si ha l’impressione di un evento (mondano) in una località sciistica (mondana) dove si incontrano i VIP della politica, dell’economia e finanza mondiale, e dove ra un discorso e un brindisi si chiacchiera del più o del meno. Ma non è così. Il WEF nasce nel 1971, anno in cui, de facto, vengono seriamente invalidati gli accordi di Bretton Woods del 1944 in seguito all’intervento dell’allora Presidente degli Stati Uniti Richard Nixon, che pose fine alla convertibilità dollaro-oro, che pose fine, a sua volta, al tasso di cambio fisso e dette inizio a un mondo con tassi variabili. In altre parole, se prima una valuta nazionale veniva espressa in una quantità fissa di grammi di oro, da allora tutto è dipeso da valori di mercato. In termini di politica monetaria nazionale questa differenza è rivoluzionaria, nel senso che cambia le regole del gioco politico ed economico.



Se gli accordi di Bretton Woods nascono come istituzione che doveva governare la ricostruzione post II Guerra Mondiale, il WEF nasce come organismo, del tutto privo di “potere istituzionale”, con la missione di agevolare la cooperazione internazionale attraverso incontri di scambio di vedute e approcci al fine di costruire rapporti di fiducia e facilitare il progresso. Sembra quasi che l’intenzione iniziale fosse di governare lo smantellamento degli accordi di Bretton Woods. A Davos si incontreranno “i big” della politica, dell’economia e della finanza del mondo. Quest’anno ci sarà anche il Presidente Trump, che, molto probabilmente, dominerà le scene, non solo con la sua teatralità nei discorsi ma, soprattutto, per quel che dirà. Di recente, sul New York Times, ha affermato di porre se stesso al di sopra del diritto internazionale, il che gli darebbe l’autorità di agire “secondo coscienza” (la sua). Sicuramente a Davos se ne discuterà.

Cerchiamo di inquadrare il contesto allargato dell’affermazione - andando oltre l’idea che Donald Trump sia solo uno psicopatico - nel tentativo di delineare più chiaramente le sue convinzioni personali e tracciare il possibile legame con una strategia globale. Nel corso del 2025 Trump ha emesso un ordine esecutivo (Executive Order 14199) in cui si ordina la fuoriuscita degli usa da numerose organizzazioni internazionali perché “contrarie agli interessi del paese”. A ribadire la decisione, e (casualmente?) a pochi giorni dall’avvio del summit di Davos, il 7 gennaio viene annunciata la fuoriuscita da altre 66 organizzazioni, trattati e convenzioni internazionali (di cui 31 sotto l’egida delle Nazioni Unite) che spaziano in ogni campo, dall’energia all’istruzione (elenco consultabile sul sito whitehouse.org). A quanto pare la delegazione di Trump sarà la più numerosa di sempre. Non potranno mancare il vice Vance e il Segretario di Stato Rubio, ma saranno presenti anche Bessent (Ministro del Tesoro) Chris Wright (Ministro dell’Energia), Howard Lutnick (Ministro del Commercio), Jamieson Greer (Ambasciatore e negoziatore sui dazi con l’Europa), nonché la coppia Witkoff-Kushner, i negoziatori fidati di Trump. È evidente che tratteranno sui temi più scottanti del momento, quelli sui quali Trump ha tuonato in più riprese negli ultimi 12 mesi. Lutnick e Greer faranno chiarezza sul punto che gli USA intendono riportare a casa tutte le industrie che negli ultimi 20-30 anni hanno preferito spostare all’estero processi produttivi che sono hanno fruttato sì un flusso di utili verso gli USA ma hanno di fatto condotto il lavoro fuori dal paese. Bessent ribadirà che continuerà a combattere le norme che privilegiano i ricavi finanziari a scapito del reddito da lavoro e a 'inseguire' tutti i cartelli e i loro loschi affari. Wright confermerà la fermezza della posizione contro una 'insensata politica ecologica' che appesantisce la dipendenza verso la Cina e che è costata negli USA (e nel mondo) migliaia di posti di lavoro.



La lista degli incontri di Witkoff e Kushner è forse troppo lunga da elencare in queste pagine. Ma la portata della delegazione USA va ben oltre i singoli temi di cui tratteranno. Il WEF fu fondato dall’eminente professore di Economia, di origine svizzera, Klaus Schwab, il cui mentore, negli anni ’60-’70, fu Henry Kissinger, arcinoto per i suoi rapporti diplomatici con il mondo intero. Lo sgretolamento di Bretton Woods necessitava di un nucleo di pensiero in grado di sopperire al calo di peso degli accordi del 1944, risultato poi nel trasferimento del potere sovrano delle nazioni nel decidere le proprie sorti economiche nelle mani di corporazioni mondiali di controllo. La funzione del WEF era quindi quella del “Club” esclusivo, il luogo dove i “potenti” concordano come portare avanti e diffondere una politica economica globale, di stampo decisamente capitalistico, poggiata su un corrispondente sistema finanziario con interessi diretti nello sviluppo e mantenimento del sistema stesso. Ciò che il Segretario Rubio ha definito “una struttura architettata per una governance globale.”

Questa governance di un sistema ha portato nel tempo alla de-industrializzazione degli USA e, di conseguenza, al loro indebolimento a favore di un establishment politico-finanziario ora nel mirino di Trump. La recente decisione di impedire al sistema bancario USA di acquistare a buon prezzo mutui immobiliari in default è infatti un colpo all’industria assicurativa e finanziaria, finalizzato a dirottare gli utili generati dalla rivendita degli immobili requisiti nel mercato, forzando un calo dei prezzi e ridistribuendo, in tal modo, i benefici alle famiglie in cerca di casa e al ceto medio americano invece che alle banche. Il che spiega anche l’ossessione di Trump ad abbassare i tassi di interesse sui mutui e dare respiro al settore immobiliare (di cui è profondo conoscitore). Con lo stesso obiettivo di 'ridare al popolo ciò che è del popolo', Trump ha imposto all’industria militare il divieto di reinvestire gli utili generati, grazie al denaro pubblico usato nell’acquisto di armamenti per la difesa (anche di paesi stranieri), in programmi di riacquisto delle proprie azioni allo scopo di tenere alta la propria quotazione di mercato e pagare lauti bonus al management.

Trump e i suoi, quindi, non stanno andando in gita a Davos, anzi. Ciò che diranno è che la politica dell’occidente ha portato alla fine dell’economia reale favorendo invece quella finanziaria. La politica ambientalista, industriale, militare e agricola ha rafforzato il legame di dipendenza di molti paesi (USA ed Europa in primis) dallo strapotere cinese. L’aver tagliato ogni ponte con la Russia ha consentito il proliferare di ingenti flussi di denaro derivanti dal dirottamento di petrolio e gas dai canali nazionali su mercati paralleli, denaro di origine e di uso non sempre “trasparente” e che ha spesso tenuto in vita regimi totalitari (vedi il Venezuela, l’Iran e la stessa Russia). Non è da escludere che sia questa l’ottica da seguire per tentare di inquadrare la strategia di Trump. Spiegherebbe l’interesse dell’intervento in Venezuela nonché nella regione dell’artico. Spiega perché preferisce parlare con Putin piuttosto che con la Von der Leyen. E spiega anche l’interesse per la Groenlandia, un interesse per nulla nuovo per gli USA e che parte da 150 anni orsono, quando l’Alaska fu acquistata dallo zar russo e si tentò, in più riprese, di acquistare anche l’isola dagli europei. L’antico interesse per la Groenlandia, quindi, non può avere nulla a che fare con le terre rare (all’epoca ignote) e neanche con la difesa dell’artico, visto che la Russia degli zar era paese amico e che la Cina era tutt’altro che una minaccia.



Ai nostri giorni la Russia e la Cina sono certamente motivo di preoccupazione per la Sicurezza Nazionale degli USA, ma se l’obiettivo primario fosse un altro? Visto dall’alto del Polo Nord, la Groenlandia di trova nel bel mezzo tra la Gran Bretagna, l’Europa e il Nord America. E nella parte alta del Nord America si trova il Canada. Il premier del Canada, Mark Carney, è banchiere ed ex Governatore della Banca Centrale dell’Inghilterra. Da poco alla guida del paese, anche in reazione ai dazi applicati da Trump ha deciso di interrompere la dipendenza economica del suo paese dagli USA ed è intento a stringere rapporti più stretti con l’Europa, il Sud America ed l’estremo Oriente. La politica canadese sarà probabilmente di interlocuzione con l’establishment politico-finanziario europeo, specie in considerazione del fatto che il Capo di Stato del Canada è il Re dell’Inghilterra, Carlo III. Che a sua volta è imparentato con le regine di Danimarca, di Svezia, dell’Olanda e con altre monarchie sparse per il vecchio continente. La Groenlandia, quindi, non è solo una disputa territoriale, che rimane comunque un argomento scottante, ma forse un terreno di scontro di potere tra un imperialismo liberal-capitalistico basato su accordi multilaterali e un imperialismo di pochi dove l’America gioca un peso economico, politico e militare determinante e non dipendente da alcuno. Una disputa che Trump è seriamente intenzionato a vincere. E se la Groenlandia porterà allo smantellamento della NATO, dal punto di vista di Trump ben venga. Insomma, mi piacerebbe essere una mosca e svolazzare nelle sale dei ricevimenti in quella tranquilla località sciistica di Davos.

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