FINLANDIA
LA VOLPE MAGICA
NELLA TERRA
DEI SAMI

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Al termine di notti polari che sembrano non aver fine, l’alba arriva tardiva ma poetica con strisce di rosa sul versante orientale, mentre il cielo – immenso, sconfinato – passa dal nero al blu per attestarsi su un azzurrino artico. Nelle poche ore di luce strappate alle tenebre i tenui colori pastello del giorno svaporano l’uno nell’altro. Sfumature violette si avviticchiano come sbuffi per poi scomparire, mentre l’azzurro sconfina a tratti nel verdino in uno spettacolo che si rinnova continuamente.



Siamo nel nord della Finlandia, al di là del Circolo polare artico, dove il tempo sembra immoto, irreale, oppure pare scorrere diversamente, all’unisono con una natura spietata ma ammaliante. Una luna enorme sostituisce il sole, che, in questi giorni di inizio gennaio, non sorge mai.



La regione è un territorio transnazionale, che si estende tra Svezia, Norvegia, Finlandia e Russia ed è comunemente nota come Lapponia, termine, però, in cui è insita una connotazione negativa dei suoi abitanti, bollati come “lapponi”, cioè “straccioni” (dal termine svedese “lapp”, straccio). Il giusto termine è Sapmi o “Terra dei Sami”, dal nome storico delle genti che da tempi immemori la popolano e che hanno subìto nei secoli numerosi tentativi di assimilazione forzata da parte di tutti i paesi nei quali si trova la regione, volti a cancellarne l’identità, la cultura, le tradizioni e la lingua che le mantiene vive, perché come scrive il poeta sami Paulus Utsi “le parole sono vene, che si spezzano, se non si ha cura di loro”.



Nella parte finlandese l’assimilazione è passata anche attraverso l’internamento dei bambini sami in collegi in cui l’uso della loro lingua madre era severamente vietato e ciò ha fatto sì che le nuove generazioni conoscano meno la lingua di origine, anche se ora il sami viene tutelato e studiato. In realtà le lingue sami sono numerose anche se prevalgono tre versioni, il sää'mǩiõll, la lingua degli Skolt (i Sami più orientali)), l’anarâškielâ, la lingua dei Sami del Nord della Finlandia e il davvisámi, la lingua comune alle popolazioni settentrionali dei tre paesi scandinavi.


(Una tenda Sami)


Come la lingua sono sopravvissuti anche i canti tradizionali joik, originariamente legati a riti sciamanici, che hanno continuato a essere cantati clandestinamente diventando, oltre a un’espressione individuale delle proprie emozioni e dello stretto rapporto con le forze della natura, anche una forma di ribellione e di affermazione identitaria, tanto più importante nei periodi bui in cui le autorità hanno cercato di cancellare tutte le manifestazioni dell’identità sami.


(La natura nella terra dei Sami)


L’attività principale dei Sami è l’allevamento delle renne, con cui vivono in sintonia e di cui conoscono i caratteri e le abitudini, come ci spiega Tuula, che sfida impavida il ghiaccio con i suoi abiti tradizionali e interagisce con le renne come se fossero i suoi bambini. Del resto, di renne se ne incontrano anche lungo i sentieri del bosco mentre scorrazzano alla ricerca degli amati licheni.


(Tuula e una delle sue renne)


La notte è lunga ma spezzata dall’aurora boreale. Fenomeno prodigioso, di una bellezza quasi mistica, che squarcia all’improvviso le tenebre tracciando ghirigori luminosi nel cielo. Strisce verdi (ma nei casi di aurore più forti anche arancioni o rosse) zampillano come fontane scintillanti e si muovono danzando nel cielo, cambiando forma e tingendo il firmamento. A volte sono appena percettibili, altre volte, invece, la notte sembra svaporare in un’atmosfera rarefatta e incantata.


(Aurora boreale)


Per i Sami l’aurora boreale è una “volpe di fuoco”. Secondo un’antica leggenda locale, infatti, è la volpe rossa artica che crea, correndo nel bosco e sbattendo la coda sulla neve, scintille che si levano a colorare il cielo. L’aurora è collegata anche a una credenza secondo cui le luci del nord scaturirebbero dall’energia sprigionata dalle anime dei morti in cammino verso l’Aldilà. O ancora, si raccontava che gli archi disegnati in cielo dall’aurora aprivano i cancelli di una mitica città nell’aria.


(Aurora boreale)


Oltre a rimirare il cielo di notte, che già di per sé merita un viaggio in queste latitudini, vi sono molte cose interessanti che si possono fare: avventurarsi in ciaspolate o semplici camminate nei boschi tra gli alberi bianco-argentei, guidare una slitta trainata da una muta di husky (per niente facile, vista la forza con cui i cani, presi dall’entusiasmo, tirano la slitta), visitare un allevamento di renne e il museo dedicato ai Sami (il Siida a Inari e l’Arcticum a Rovaniemi), cimentarsi nello sci di fondo.


(Nella slitta trainata dagli husky)


Se non per gettare uno sguardo sul punto in cui passa il circolo polare artico (evidenziato da appositi paletti), è invece da evitare accuratamente il “Villaggio di Babbo Natale”, dove va in onda il perenne spettacolo di un consumismo eretto a divinità. Dimenticate la magia del Natale, la poesia, le fantasie dell’infanzia. È un luogo finto che più finto non si può, in cui, intorno all’idea già piuttosto bislacca di una casa posticcia per un personaggio inventato (in cui chi desidera una fotografia con il presunto Babbo deve essere pronto a sborsare 50 euro), è stato costruito un megacentro commerciale dove gruppi di turisti si aggirano come zombie tra negozi di gadget inutili e spesso kitsch, rivendite di cibo scadente a prezzi stratosferici e qualche sobrio negozio di design (come Ittala). Il villaggio suscita inquietanti interrogativi sulle motivazioni di persone che si ostinano a visitare religiosamente siti collegati a personaggi immaginari in una infinita serie di varianti, che spaziano dal balcone di Giulietta alla casa di Babbo Natale.


(Una antica slitta Sami)


Uno dei punti classici di partenza per l’esplorazione delle località artiche è Rovaniemi, la capitale della Lapponia, che si presenta come un agglomerato di brutti edifici costruiti nell’immediato secondo dopoguerra, dopo che la città era stata rasa al suolo dai bombardamenti tedeschi. E il fatto che alcuni di essi siano stati progettati dall’architetto Alvar Aalto in stile razionalista non rende la città meno inospitale. Consiglierei di fuggire da lì saltandola a piè pari per non rischiare di guastarsi la fantasia e di puntare subito verso il Nord o verso la Carelia.


(Crepuscolo artico)


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